Forse siamo al dunque sulla guerra in Ucraina. Lo scoop arriva dal Financial Times, voce autorevole del neoliberismo occidentale, con ottime fonti ai piani alti di tutti i governi e meno esposto di altri media a figuracce clamorose.
Volodymyr Zelensky starebbe pianificando elezioni presidenziali da tenere in primavera, da affiancare a un referendum su un accordo di pace.
Se è vero – e pare difficile che non lo sia – vengono spazzate in un attimo molte delle scemenze scritte tutti i giorni dalla propaganda bellicista (“l’ostacolo alla pace è che la Russia non la vuole”, il ritornello più suonato) e si può tornare a ragionare seriamente su come far finire un massacro che dura da quattro anni.
Il 24 è anche una data simbolica, perché segna per l’appunto l’anniversario dell’inizio della guerra. Ed è chiaro, esplicito, ripetuto anche dal FT, che Zelensky si è infine arreso alla pressione dell’amministrazione Trump, che minaccia da mesi di ridurre a zero sia gli aiuti militari e finanziari, sia le future “garanzie di sicurezza”. Proprio su queste ultime sarebbe stato fatto scattare un vero e proprio ultimatum, un “prendere o lasciare” nel tipico stile western del tycoon.
L’annuncio di elezioni e referendum arriva oltretutto in contemporanea con l’avvio dell’abbandono di diverse basi militari Usa in Europa, secondo il mantra attuale “difendetevi da soli e pagate per farlo”. La base di Napoli (il “comando sud della Nato”) passerà all’Italia e addirittura quella di Norfolk, in Virginia (vicino Washington, in territorio Usa) alla Gran Bretagna. Non indicate per ora altre “dismissioni”, ma il percorso che porterà al ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa sembra ormai tracciato.
Per di più, pochi giorni fa, lo stesso facente funzioni di Segretario generale della Nato, lo scendiletto trumpiano Mark Rutte, aveva ironizzato sulle possibilità di “difesa autonoma” europea senza la presenza centrale degli Usa (“Se pensate che l’Ue possa difendersi senza gli Stati Uniti, continuate pure a sognare“).
Il cumulo di segnali, insomma, indica chiaramente che per l’Ucraina era l’ora di tirare una riga sui sogni di vittoria e acconciarsi ad una trattativa che è stata fin qui rifiutata “per principio”, grazie soprattutto all’avventurismo suicida dei “volenterosi” europei (Francia e Gran Bretagna su tutti, con la Germania a ruota), che hanno promesso l’impossibile e garantito quel che neanche avevano.
Quindi per Zelenskij la scelta è diventata obbligata, per quanto obtorto collo. Il 15 maggio si voterà, sia per rinnovare la carica di presidente (a quella data saranno già due anni che il suo mandato è scaduto) che per approvare i contenuti di un “piano di pace” fin qui avvolto nella nebbia.
La partita non sarà facile per nessuno. I pretendenti alla presidenza ovviamente ci sono, ma tutti – come lo stesso Zelenskij – dovranno pronunciarsi sulla pace in cambio di rinunce territoriali definitive (il Donbass e la Crimea), nonché sugli altri “dettagli” che pongono fine a molti sogni (primo fra tutti l’adesione alla Nato, peraltro notevolmente indebolita – in prospettiva – dal progressivo ritiro Usa).
Le incognite sono molte, perché i nazisti (Azov, Pravij Sektor, ecc) hanno non solo un ruolo militare importante, ma anche un peso politico superiore ai semplici voti che riescono a controllare. Non è affatto escluso che possano far valere la loro forza in modi “extra-politici”. Anche se, a “calmarli”, dovrebbe intervenire il pesante raffreddamento dei rapporti con Washington e gli stessi “volenterosi” del Vecchio Continente. Una cosa è continuare a combattere col supporto economico, politico e militare occidentale, altra cosa è farlo senza…
Presi in contropiede, i “volenterosi” dovranno ora rivedere completamente i propri piani, proprio mentre stavano approvando un nuovo piano di aiuti da 90 miliardi (su cui si è per esempio aperta la prima piccola crisi nel governo Meloni) e hanno insistito fin qui per inviare truppe sul terreno, col forte rischio di allargare il conflitto.
Ma è in fondo un problema quasi minore. Leader senza credibilità, al minimo nei sondaggi, probabilmente scalzati al primo appuntamento elettorale… non dovranno neanche elaborare un drammatico “cambio di narrativa”. Usciranno di scena e nessuno se ne ricorderà più. Se non per il disastro che ci lasceranno e i loro sostituti, presumibilmente anche peggiori…
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