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Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” UE

Nell’affrontare i diversi aspetti della crisi europea – e soprattutto quelli della sua istituzione comune, l’Unione Europea – il rischio è sempre quello di ometterne una quota rilevante.

Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi che evidenziano “cordate” differenti a seconda del problema da affrontare (energia, riarmo, nuove tecnologie, ecc) e complicano oltre il pensabile la ricerca di soluzioni “unitarie”.

La stessa proposta logico-draghiana – forzare lo stallo ricorrendo a una nuova mini-cordata di “volenterosi” che costruisce il prossimo “nucleo fondatore” e il corrispondente “sistema di regole”, oggi al centro del nuovo “vertice” – deve scontare negativamente il fatto oggettivo che quegli interessi concreti divaricano lo stesso gruppetto che dovrebbe esserne protagonista. L’affossamento del progetto franco-tedesco di “caccia del futuro” è probabilmente il segno più evidente, per ora, di difficoltà quasi insormontabili.

L’aspetto politicamente più devastante è però la totale crisi di credibilità della classe politica attualmente dirigente in quasi tutti i paesi della UE. Il popolare giornale tedesco Bild ha pubblicato i dati di un sondaggio sull’indice di “sgradimento” – diciamo così, dei vari primi ministri in carica nel mondo.

Il risultato è semplicemente agghiacciante per gli europei, come potete vedere. Uno solo, il ceco Babis, neoeletto (e forse solo per questo), può vantare un tasso di approvazione tranquillizzante. Tutti gli altri sono esplicitamente rifiutati da almeno il 50% degli elettori, compresa quella Meloni che parla ogni giorno come se “gli italiani” si riconoscessero tutti nei suoi siparietti.

Le posizioni peggiori – le prime, in questa classifica a rovescio – sono appannaggio esclusivo proprio del team dei “volenterosi” che ancora si consultano su come far proseguire la guerra in Ucraina nonostante il palese arretramento Usa e l’esaurimento delle forze a Kiev.

Starmer è sull’orlo delle dimissioni, con i vertici del partito laburista, già in crisi per motivi “nazionali”, travolto dall’onda lunga degli “Epstein files”. Macron, per ammissione del  segretario del suo stesso partito nonché ex premier, Gabriel Attal, “È alla fine del mandato“, dopo la faticosissima approvazione del bilancio. Il tedesco Friedrich Merz, nonostante sia cancelliere da meno di un anno, risulta sfiduciato dal 67% degli elettori, e peggiora di settimana in settimana (la tabella qui di fianco risale a soli sette giorni fa).

Il dato comune è comunque un altro: in tutti e tre i paesi chiave i loro successori saranno con tutta probabilità dei nazifascisti, dichiarati o meno. L’Afd tedesca è nei sondaggi il primo partito, anche se con soltanto il 26%, appena un punto sopra la CDU del cancelliere ma a grande distanza dai cosiddetti “socialdemocratici” dell’Spd (16%). E’ pronto insomma per raccogliere l’eredità che Merz promette di lasciargli: “l’esercito più forte d’Europa. Già sentita, vero?

In Francia la sicura vittoria dei lepenisti può essere fermata soltanto dalle loro contraddizioni interne, che diventano più visibili man mano che si avvicinano al sogno del “potere”. Non a caso in corrispondenza della faglia della guerra, tra cosiddetti “filo-atlantici” (Bardella) e altrettanto improbabili “filo-Putin” (Le Pen).

Ma in comune, così come l’Italia e in parte anche la Spagna, questi tre paesi hanno soprattutto le politiche di austerità con cui l’Unione Europea ha impoverito per oltre 30 anni le popolazioni del continente. Salari congelati e mangiati dall’inflazione, tagli continui a welfare, sanità, istruzione, riduzione dei diritti del lavoro, ecc, hanno progressivamente reso devastante l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico. Il declino del modello di vita capitalistico occidentale è diventato così visibile, palpabile, insopportabile. “Terrorizzante”.

In questo vuoto di futuro spalancato davanti alle nuove generazioni, esaltato da disuguaglianze mai così sfacciate, hanno trovato facile pascolo quanti hanno saputo deviare la “caccia alle responsabilità” da chi comanda davvero – le imprese multinazionali e il capitale finanziario – a chi ne subisce i danni più pesanti: immigrati, poveri, “diversi” di ogni genere, ecc.

La sedicente “sinistra” – senza troppe differenze tra quella liberale e quella sedicente “radicale” – è stata del resto protagonista assoluta nel gestire le politiche che hanno impoverito le classi popolari fin su al “ceto medio”. Sia a livello europeo che nazionale.

In quella stagione di “austerità” senza speranze è andata perciò progressivamente smarrita qualsiasi parvenza di “democrazia”, ossia di corrispondenza tra volontà popolare e orientamento dei governi. Una sola politica per tutta Europa ed elezioni nazionali che, quando la contraddicevano, venivano considerate “inutili” (la Grecia di Tsipras ha fatto da laboratorio e monito per tutti), fino a esser dichiarate “non valide” (quelle più recenti in Romania e altrove).

L’astensionismo ha così raggiunto quote ampiamente maggioritarie quasi dappertutto, confermando anche visivamente l’illegittimità sociale di una classe politica peraltro di livello sempre più infimo.

In assenza di alternative potenti, la paura spinge a guardarsi indietro, verso un passato mitico di benessere e “glorie” che in realtà coincide con la fase alta – per i paesi europei – del colonialismo predatorio verso il resto del mondo. Oggi quel passato non è però più ripetibile (come “potenze” quelle europee non contano un tubo, ormai) e il pensiero reazionario deve accontentarsi di una prospettiva tutta “difensiva”. Di chiusura fisica e mentale a protezione dei privilegi residui, contro chiunque ne sia privo e chieda una qualche giustizia.

Quindi no all’immigrazione e sì all’idiozia più fulminata che ci sia (la “remigrazione”), come se fosse realizzabile – senza precipitare nel baratro della crisi – l’allontanamento di milioni di persone che lavorano soprattutto nei settori ad alta intensità di lavoro e più basso salario, sostituendoli con il nulla o il davvero onirico “ritorno dei nostri emigrati” (come se si potessero lasciare di botto una vita e stipendi spesso multipli dei nostri per adattarsi a salari da fame solo per “amore della patria”).

E quindi no ai diritti, al dissenso, alla libertà di critica e di opposizione, sia interna che internazionale – da Gaza a Palestine Action, dai centri sociali agli scioperi sindacali, dal Venezuela all’Iran; non conta neanche più se “socialista” o semplicemente “altro da noi” – e sì al controllo totale, allo stato di polizia, all’”uomo solo al comando”.

Il liberismo impoverisce e produce fascismo, è la regola. Ma in effetti è vero che la reazione attuale è diversa dal nazifascismo “storico”, quello di un secolo fa. Ma molto in peggio.

Quello accompagnava la necessità di “modernizzare la società” e renderla compatibile con la rivoluzione industriale, la produzione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, creando al contempo “il sapere” necessario a gestire processi così complessi. Qualcosa che nello stesso periodo avveniva in forme “liberali” o socialiste negli Usa o in Unione Sovietica. Per avere una misura spicciola della differenza tra ieri e oggi provate a mettere a confronto – come ministro dell’istruzione – un Gentile e un Valditara. Roba da tagliarsi le vene…

Quel nazifascismo, del resto, teneva insieme la paura per il proletariato rivoluzionario (“i bolscevichi!”) e la concorrenza per la supremazia imperialista in Europa. Persino l’Italietta mussoliniana pretendeva infatti “un posto al sole” all’ultimo turno del colonialismo ottocentesco.

Quella battaglia fu notoriamente fatale e portò all’azzeramento delle pretese europee, consegnando lo scettro dell’egemonia globale agli Stati Uniti in campo capitalistico e all’Urss nel fronte opposto.

Questa fetenzia reazionaria presente è invece solo uno spasmo da vassalli abbandonati dall’imperatore. Un piccolo stormo di corvi che si era preparato a fare guerra – non importa a chi: Russia, Iran, Cina, andava bene tutto purché dietro Washington – e ora si ritrova senza capo, senza copertura nucleare credibile, senza autonomia né preminenza in nessun campo. Senza una “visione”.  Terrorizzato dal proprio declino e dalla propria inconsistenza, ormai conclamata agli occhi di tutto il mondo.

Le visite tardive di Macron, Starmer e ora anche Merz in Cina sono l’ultimo tentativo di trovare sponde per un gioco di cui non tengono più il “banco”.

Lo dimostra, una volta di più, il “lancio del cuore oltre l’ostacolo” di un Macron a fine corsa, che chiede “debito comune per riarmo e intelligenza artificiale” e la risposta gelida di un Merz che blatera di “deficit di produttività” per scindere, in prospettiva ma inutilmente, le sorti tedesche dal possibile caos continentale.

Per i popoli di questo continente è l’ora di separare nettamente il proprio futuro da questa banda di minus habens, presenti e futuri. Prima che la china della guerra senza più neanche un obbiettivo dicibile (“per la democrazia”, non fa neanche ridere…) diventi irrecuperabile.

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4 Commenti


  • ugo

    E il bello è che Sergio Fabbrini, sul Sole di domenica scorsa, se l’è presa con la von der Leyen; non credevo ai miei occhi. Mi sa che all’interno della UE sta maturando una notte dei lunghi coltelli.


  • DM

    I leader politici europei e dell’Unione Europea sono l’immagine stessa di ciò che erano le monarchie e la nobiltà europee prima della Rivoluzione francese: corruzione diffusa, menzogne, per non parlare della pratica della schiavitù con il Nuovo Mondo.


  • Gianfranco Santoro

    Provando a parlare di cose serie (prendendo proprio spunto da quanto del resto è scritto nell’articolo), non sarebbe il caso, invece di farsi sempre trovare impreparati, di cominciare, fra compagni, a pensare a un piano B per il dopo, per quando in pratica saremo tutti ridotti ad agire più o meno in clandestinità (ammesso che sarà ancora possibile) e cercare di capire come fare?


  • Gianfranco Santoro

    Un piano B chiaramente NON in sostituzione di quello che c’è da fare nel (poco) tempo rimastoci, ma OLTRE a quello

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