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Sull’attacco USA all’Iran tutti con il fiato sospeso

Non è ancora definito se stiano prevalendo le forze che spingono per una aggressione militare statunitense-israeliana all’Iran o quelle che la sconsigliano.

Secondo il sempre ben informato Axios, alti funzionari iraniani e statunitensi si incontreranno in Svizzera giovedì per il terzo turno di colloqui nucleari.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che probabilmente incontrerà giovedì l’inviato statunitense Steve Witkoff a Ginevra, sottolineando che c’è ancora “una buona possibilità” di una soluzione diplomatica relativa alle ambizioni nucleari di Teheran.

Sembrerebbe una buona notizia, ma è difficile dimenticare che anche a giugno del 2025 l’Iran è stato attaccato da Israele e Usa mentre erano in corso dei negoziati nell’Oman.

Inoltre un alto funzionario statunitense ha detto ieri ad Axios che i negoziatori statunitensi sono pronti a tenere un altro giro di colloqui con l’Iran venerdì prossimo a Ginevra, solo se riceveranno una proposta dettagliata iraniana su un accordo nucleare entro le prossime 48 ore, aggiungendo che l’amministrazione Trump sta aspettando la proposta iraniana.

“Se l’Iran presenterà una proposta preliminare, gli USA sono pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per iniziare negoziati dettagliati volti a discutere la possibilità di raggiungere un accordo nucleare”, ha detto il funzionario statunitense.

I funzionari statunitensi affermano poi che l’attuale sforzo diplomatico “è probabilmente l’ultima possibilità che il presidente Donald Trump darà all’Iran prima di lanciare una vasta operazione militare tra Stati Uniti e Israele che potrebbe colpire direttamente la Guida Suprema Ali Khamenei.

Sabato Witkoff aveva detto a Fox News che l’Iran potrebbe teoricamente essere a circa una settimana dalla possibilità di arricchire il proprio uranio esistente a livelli adatti per un’arma. “Probabilmente sono a una settimana dall’avere materiale per bombe di grado industriale. E questo è davvero pericoloso. Quindi non possono averlo”, ha dichiarato l’inviato di Trump a Fox News

Certo, se dovessimo giudicare dal volume mediatico di annunci bellicisti dovremmo ammettere che un attacco militare contro Teheran sembra ormai imminente. Difficile escludere però che questo bombardamento mediatico non sia anche parte di una guerra psicologica per ottenere i risultati voluti senza precipitare nell’escalation.

Sono note le preoccupazioni di tutti i paesi dell’area – tranne di Israele che invece spinge per la guerra all’Iran – nel voler scongiurare tale scenario, ma ci sono anche un paio di “dettagli” che potrebbero incidere sui tempi e i modi dell’attacco.

Negli Stati Uniti, per un Trump con seri e crescenti problemi interni, rimane poi l’incognita del voto del Congresso. Il Presidente infatti non ha il potere di dichiarare guerra ma deve esserne autorizzato. Ha già forzato la mano sul Venezuela e il Congresso non ha gradito. Poi è arrivata anche la Corte Suprema ad affermare che gli ordini esecutivi del presidente non possono scavalcare il Congresso, neanche sui dazi.

Per bypassare questa incognita gli USA, dopo una serie di attacchi sull’Iran, potrebbero cercare di provocare una reazione iraniana e di conseguenza danni e vittime ad una nave o una base militare statunitense nell’area per cercare di strappare l’autorizzazione del Congresso.

I poteri di un presidente USA sull’impiego militare sono infatti limitati nel tempo per un coinvolgimento militare. La War Power Revolution del 1973 prevede che il Presidente possa schierare truppe e autorizzare un attacco, ma queste devono essere ritirate entro 60 giorni, a meno che non abbia ottenuto il voto e il via libera dal Congresso.

In tal caso gli USA dovrebbero dare vita ad una campagna di bombardamenti aerei e missilistici sull’Iran e tentare di fiaccarne la resistenza in tempi stretti, non oltre i sessanta giorni, come avvenne con la Serbia nel 1999.

Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che la portaerei Gerald Ford è ancora in navigazione verso l’area di crisi. E’ entrata nel Mediterraneo ma deve collocarsi in zona operativa. E perché è importante la portaerei Ford? Secondo il Military Times, la USS Gerald Ford è la nave strategica ha partecipato al raid a sorpresa degli Stati Uniti in Venezuela a gennaio e che ha portato al rapimento del presidente venezuelano.

Il che fa ritenere che tra gli aerei a bordo della portaerei Ford, ci siano quelli che hanno compiuto gli attacchi elettronici e informatici Shock and Doo in Venezuela, neutralizzando le difese aeree e aprendo la strada alla cattura di Maduro. Una volta che la Ford sarà in zona operativa, gli USA saranno in grado di colpire pesantemente l’Iran da molti punti di vista. 

Resta l’incognita della capacità e della direzione della reazione militare iraniana. Interessante in tal senso il commento dell’agenzia media statunitense, Global Beacon ,secondo cui “Mentre gli Stati Uniti hanno tecnologia, potenza aerea e portata globale schiacciante, l’Iran non è fatto per una lotta alla pari. È progettato per rendere ogni conflitto estremamente duro, costoso e rischioso per l’America”.

E poi ci sarebbero le reazioni di paesi molto “sensibili” all’Iran come Russia e Cina. Se l’America Latina può essere ritenuta – e ceduta – come area di influenza degli Stati Uniti e della nuova dottrina “Donroe” o l’Ucraina costretta a capitolare con la Russia, il Medio Oriente e le sue risorse sono ancora un’area contesa e contendibile in un mondo in cui la competizione sta prevalendo prepotentemente sulla concertazione.

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