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Turchia: il Parlamento verso la riammissione dei membri del PKK, con prudenza

Dopo un lungo tergiversare, la commissione parlamentare turca “per la Solidarietà Nazionale, la Fratellanza e la Democrazia”, nata nell’ambito del processo di pace fra stato e PKK, ha approvato una relazione che definisce una roadmap per la risoluzione del conflitto con l’organizzazione armata curda, rispondendo finalmente agli atti unilaterali da essa effettuati, ovvero la dichiarazione di autoscioglimento e le dichiarazioni di ritiro dai confini.

La relazione è stata approvata con 47 voti a favore, 2 contrari ed un astenuto, quindi il voto favorevole è stato trasversale: i partiti di governo, il partito della sinistra filocurda DEM e l’opposizione repubblicana hanno votato compattamente a favore, ad eccezione di un astenuto nelle fila di quest’ultima, mentre i due voti contrari sono del Partito del Lavoro e del Partito dei Lavoratori di Turchia, due partiti comunisti alleati con il DEM.

Questo sviluppo segue la risoluzione della questione relativa all’Amministrazione Autonoma del nord-est della Siria a favore del governo centrale qaedista, grazie all’accordo del 30 gennaio, che ha eliminato o, comunque, ridimensionato a livelli ritenuti accettabili l’autonomia curda nel paese, rimuovendo un ostacolo il cui superamento Ankara considerava imprenscidibile per dare impulso all’avanzamento del processo di pace anche in patria.

Il dispositivo approvato è un documento d’indirizzo, non ancora una proposta di legge organica. Non prevede alcun riconoscimento politico esplicito delle istanze confederali del movimento di liberazione curdo, né fa menzione di status speciali per la lingua e la cultura curde; prevede modifiche del quadro legislativo in alcune materie che andranno a beneficio di esponenti del movimento curdo, senza, però, menzionarli esplicitamente.

Il documento prevede che prima di procedere con le misure legislative, si dovrà ottenere l’ok del dei servizi segreti e dell’esercito, i quali stanno monitorando che i membri del PKK sui monti Qandil e negli altri rifugi stiano effettivamente distruggendo i loro depositi di armi, senza cercare di trasferirsi in Iran o Siria, per continuare a militare nelle organizzazioni armate “sorelle”. Anzi, nell’ambito dell’accordo stipulato in Siria, sono i curdi di nazionalità turca a dover rientrare sui monti Qandil.

Successivamente si prevede di emanare un nuovo quadro legislativo temporaneo sui reati di “terrorismo” che dovrebbe, appunto, consentire ai militanti del PKK che non hanno fatti di sangue a carico di poter tornare a casa e di accedere alla partecipazione politica. Tuttavia, si sottolinea che le valutazioni saranno individuali, militante per militante, e ciascuno verrà comunque sottoposto a processo. Alcune centinaia di dirigenti politici dovranno andare in esilio, senza poter essere riammessi.

Si prevede che i comuni in cui i sindaci eletti vengono sollevati per via giudiziaria non saranno più soggetti al commissariamento governativo, ma effettueranno una rielezione in seno al consiglio comunale, a beneficio dei tanti comuni vinti dalla sinistra filocurda che nel corso degli anni hanno subito il commissariamento.

Infine, si prevede di uniformare la legislazione turca alle sentenze della Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo in particolare per quel che riguarda materie quali i partiti politici, la libertà di espressione ed il cosiddetto “diritto alla speranza”, ovvero la possibilità, per chi è condannato all’ergastolo aggravato, di poter accedere, dopo un certo numero di anni, a forme alternative di detenzione. Di tali provvedimento beneficerebbe Ocalan ed altri leader curdi, come Selahattin Demirtas.

Segue, poi, una parte che rappresenta, in pratica, il manifesto del progetto neo-ottomano: si declama la necessità di avere non solo una “Turchia senza terrorismo”, ma anche una “regione mediorientale senza terrorismo”, e di dare impulso alla “fratellanza fra turchi, curdi e arabi” sotto l’egida del “nuovo secolo turco”.

Questi sviluppi erano stati anticipati dalle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ocalan qualche giorno prima, a seguito dell’ennesimo incontro con una delegazione del partito DEM.

In quella sede, il leader curdo aveva affermato che è giunto il momento di dar luogo alla seconda fase del processo, quella costruttiva, in quanto la fase iniziale di de-escalation si è conclusa; inoltre, nel ricordare il fatto storico che la Repubblica venne costruita anche dai Curdi – Mustafa Kemal Ataturk e le tribù curde combatterono in alleanza contro l’ultimo sultano e le potenze occidentali – aveva ribadito di rivendicare non un’area autonoma o uno statuto speciale per i curdi, bensì la “costruzione di una società democratica” e della “democrazia di base”, nel nome di una ritrovata convivenza pacifica e integrazione sociale fra Turchi e Curdi.

I parlamentari del Partito DEM, come detto, hanno votato a favore pur sollevando alcune importanti obiezioni: viene contestato il titolo dato al processo di pace, “Turchia senza terrorismo”, tutto improntato sulla questione securitaria, e la mancata menzione dell’esistenza di un problema curdo, con tutti gli annessi e connessi culturali e linguistici.

Anche fonti interne al PKK hanno espresso giudizi simili, affermando che il rapporto segna comunque “un passo importante verso il consolidamento della democrazia in Turchia”.

Il voto positivo quasi unanime dei repubblicani invece, non era scontato ed è stata una mossa effettuata per stoppare i tentativi delle forze governative di utilizzare il processo di pace per dividere l’opposizione filocurda da quella secolarista, nonostante i processi e le incarcerazioni contro i principali esponenti esponenti del Partito popolare Repubblicano continuino senza sosta e non sia prevista alcun provvedimento lenitivo.

Come si vede, la strada intrapresa dal processo di pace è all’apparenza molto penalizzante per le istanze del movimento confederale curdo e sicuramente trova l’opposizione dei settori curdi più identitari e nazionalisti, in quanto viene abbandonata ogni velleità autonomista a favore di una generica “democrazia di base”.

Tuttavia, la piega presa dagli eventi rispecchia i rapporti di forza attuali nel paese, in cui il PKK era, di fatto, quasi non più operativo e costituiva per lo più una fonte di pretesti repressivi: migliaia di persone, nel corso degli anni sono andate in carcere per reati di opinione quali “esaltazione di organizzazione terroristica” o “appartenenza ad organizzazione terroristica”, applicati anche per frasi pronunciate in comizi o sui social. Ora tali “reati” dovrebbe essere quantomeno rimodulati.

Alleviando gli aspetti più repressivi e burocratici dello stato turco, Ocalan spera evidentemente di aumentare l’agibilità politica di un movimento di liberazione curdo integrato con i settori più aperti della sinistra turca, nel quadro di un nuovo repubblicanesimo più inclusivo, più che dell’identitarismo curdo.

Resta, ovviamente, il forte scetticismo nei confronti del governo, che intende utilizzare il processo di pace prioritariamente per aumentare i propri consensi – ai minimi storici – attingendo fra la popolazione curda (al momento il consenso del partito di governo nel sud-est ammonta a circa il 30%, ritenuto insufficiente) e per mettere in atto la propria agenda politica.

Questa prevede una crescente islamizzazione della vita interna e la continuazione dell’espansionismo neo-ottomano nella regione, dove cerca di muoversi in accordo con l’Amministrazione Trump, con cui i rapporti sono decisamente migliori rispetto a Biden e Obama.

Archiviato il problema siriano, le incognite sulla continuazione del processo di pace sono date, al momento, dall’espansionismo sionista, che si muove in concorrenza con quello neo ottomano sugli stessi territori, Palestina compresa (nei giorni scorsi l’ex-Premier Naftali Bennet ha definito la Turchia “il nuovo Iran”) e dalla situazione fra USA e Iran.

In particolare Ankara, pur preferendo che l’Iran ceda su tutta la linea ai ricatti USA – specialmente sulla questione del sostegno all’Asse della Resistenza – è assolutamente contraria all’attacco diretto contro la Repubblica Islamica e sta attivando tutti i suoi canali diplomatici.

Fra gli altri effetti destabilizzatori, infatti, ci potrebbe essere una ripresa delle istanze autonomiste curde nelle regioni rivendicate come “Kurdistan iraniano”, con possibile afflusso di miliziani e riproposizione della situazione siriana.

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