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Siria, i dirigenti curdi firmano un accordo-capestro con Damasco. Reggerà?

Le autorità qaediste ed i dirigenti di quel che resta delle Forze Democratiche Siriane (FDS) hanno firmato un accordo d’integrazione. L’ennesimo. Stavolta qualificato come “permanente” in quanto scioglie diversi nodi lasciati irrisolti precedentemente. La formulazione apparsa sul profilo X delle FDS, confermata dal “ministero dell’informazione” di Damasco, è la seguente:

È stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco tra il governo siriano e le Forze Democratiche Siriane nell’ambito di un accordo globale, con un’intesa su un processo di integrazione graduale per le forze militari e amministrative tra le due parti.

L’accordo prevede il ritiro delle forze militari dai punti di contatto, l’ingresso delle forze di sicurezza affiliate al Ministero dell’Interno nei centri delle città di Al-Hasakah e Qamishli e l’avvio del processo di integrazione delle forze di sicurezza nella regione, nonché la formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Forze Democratiche Siriane, oltre alla formazione di una brigata per le forze di Kobane all’interno della divisione affiliata al Governatorato di Aleppo.

L’accordo prevede inoltre l’integrazione delle istituzioni di autogoverno all’interno delle istituzioni statali siriane con la conferma del personale civile. È stato, inoltre, raggiunto un accordo sulla definizione dei diritti civili ed educativi per il popolo curdo e sulla garanzia del ritorno degli sfollati nelle loro aree.

L’accordo mira a unificare i territori siriani e a realizzare il pieno processo di integrazione nella regione, rafforzando la cooperazione tra le parti interessate e unificando gli sforzi per ricostruire il Paese.

Centro media delle Forze democratiche siriane – 30 gennaio 2026

Si tratta, dunque, della fine dell’Amministrazione Autonoma del nord-est, senza nessun margine di decentramento amministrativo. Nemmeno la polizia nelle città di Qamishli ed Al-Hasaka rimane di pertinenza curda, mentre non è specificato cosa succederà alla polizia di Kobane/Ain-al-Arab.

Rispetto alla formulazione del 18 gennaio, vi è un punto migliorativo: non si parla più di adesione individuale dei miliziani delle FDS all’esercito centrale – difficile da attuare nella pratica – bensì della formazione di una divisione intera e di una brigata all’interno di un’altra divisione totalmente composte dalle FDS. Non si è entrati nel merito del destino delle Ypj femminili, argomento sensibilissimo vista l’impostazione culturale del governo di Damasco.

Altro punto positivo, ma non semplice da implementare, è il ritorno a casa degli sfollati curdi di Afrin e Ras-al-Ayn, stipati in campi profughi da una decina d’anni.

Ovviamente resta in vigore il decreto governativo che riconosce la lingua e la cultura curde e si stabilisce che i dipendenti delle strutture civili e governative rimangano al loro posto, ma totalmente integrati nelle strutture centrali. Alle FDS dovrebbero toccare il governatore di Al-Hasaka e qualche posto nel “ministero della difesa”.

Si tratta di un accordo molto sfavorevole, firmato con una pistola puntata alla tempia dei dirigenti curdi, poiché è chiaro che gli USA non si sarebbero opposti ad una nuova offensiva militare qaedista alla scadenza del cessate il fuoco attualmente in vigore per il trasferimento dei prigionieri dell’Isis in Iraq.

In vista, dunque, c’erano nuovi spargimenti di sangue, anche perché nei giorni scorsi è emerso che le defezioni nel campo a guida curda sono state più profonde rispetto alle sole tribù sunnite, al soldo degli USA, che consentivano il controllo dei governatorati di Raqqa e Deir-ez-Zor: hanno riguardato anche alcune tribù che dall’inizio si erano alleate alle milizie curde e che quindi, apparentemente, aderivano anche al loro progetto politico.

Senza queste ultime, diventa molto difficile organizzare una resistenza nelle due enclave fino ad oggi ancora controllate dalle Ypg, poiché anche all’interno di esse la presenza della popolazione curda è a macchia di leopardo. L’unico territorio più omogeneamente a maggioranza curda era la provincia di Afrin, fino agli sfollamenti forzati a seguito dall’operazione militare turca nel 2018. In quel caso, fatalmente, la scelta fu opposta a quella attuale: non stipulare nessun accordo sostanziale con il regime baathista, nonostante i tentativi russi di mediazione, che avrebbero evitato l’invasione e gli sfollamenti.

L’Amministrazione Autonoma termina, dunque, perché crolla una delle fondamenta politiche del progetto confederale elaborato e messo in pratica dal movimento di liberazione curdo, ovvero la sua generalizzazione anche ad altre etnie del medio-oriente.

Tornando all’accordo del 30 gennaio, vale la stessa cosa valida per le precedenti versioni: una cosa è mettere su carta determinate condizioni, un’altra è darne concreta attuazione, tanto più che si tratta di integrare due soggetti politici profondamente differenti. Del resto, il testo è talmente penalizzante per il progetto curdo, che potrebbe aprirsi una dialettica seria al suo interno.

Già nei giorni scorsi, vi sono stati ritardi, da parte di comandanti locali, nell’implementare le ritirate da Aleppo, Raqqa e Deir-ez-Zor; inoltre, all’interno dei territori controllati dalle Ypg si è assistito a scene di ammainamento delle bandiere delle FDS a favore della bandiera nazionale dell’indipendentismo curdo e a rimostranze da parte dei miliziani curdi nei confronti degli “arabi traditori”. Su X sono comparsi dei post di dissenso nei confronti dell’accordo, anche da parte di fonti filocurde ben informate, che lo giudicano indigeribile per i quadri di base.

Vi è, insomma, una riemersione delle istanze nazionali curde e del richiamo alla fratellanza curda causate dal fallimento della generalizzazione del progetto confederale.

La contraddizione ora si riversa anche, dal lato turco, sul partito della sinistra filocurda DEM e su Ocalan stesso, che stanno gestendo la trattativa per il disarmo del PKK: i portavoce del DEM hanno rilasciato una dichiarazione che saluta positivamente l’accordo, ma non è scontato che se la sua base lo percepirà come tale.

Per quanto riguarda l’alleanza governativa turca, invece, tutto sembra andare per il verso desiderato nel momento in cui ha avviato il processo di pace interno: l’area autonoma curda si avvia allo scioglimento senza necessità di un intervento militare diretto visibile, il movimento di liberazione curdo rischia di spaccarsi al suo interno, mentre l’altra opposizione, quella repubblicana, è bersagliata dai processi politici.

Il sistema di potere di Erdogan lavora, in tal modo, a rimanere in sella nonostante, secondo molti analisti, sia diventato minoranza sociale nel paese. Il tutto ad un costo politico che sarà molto relativo: ulteriore sdoganamento legislativo della lingua e della cultura curde e parziale amnistia nei confronti di alcuni militanti del PKK, che difficilmente, al loro ritorno in Turchia, potranno poi avere un consenso politico rilevante.

Tutti gli attori operano, comunque, su un filo sottolissimo, che potrebbe rompersi da un momento all’altro e dare luogo a cambiamenti repentini, come quelli cui è andata incontro nel breve volgere di una ventina di giorni la compagine curda. Soprattutto perché molto dipende dalla volubilità degli umori in casa statunitense, dove il dissenso per l’abbandono delle FDS è ancora forte e, soprattutto, è aperta la partita relativa ad un possibile attacco all’Iran, all’interno della quale le fazioni curde potrebbero essere arruolate – si spera di no – allo scopo di sottrarre territori alla Repubblica Islamica ed indebolirla.

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