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Il primo discorso di Mojtaba Khamenei

Il primo discorso da Guida Suprema degli sciiti e dell’Iran va per lo meno conosciuto, se ci si vuole orizzontare realisticamente nel caos di un conflitto e della “nebbia informativa” che lo confonde. Soprattutto va preso con la serietà dovuta a chi sa benissimo di essere un bersaglio cui punteranno per anni sia gli Stati Uniti che Israele.

Mojtaba Khamenei, ferito nel corso del bombardamento che ha sterminato la sua famiglia e ucciso il predecessore nonché suo padre, non è comunque apparso ma ha fatto sentire la sua voce. Una scelta che lascia campo aperto a molte ipotesi, su cui però è fuorviante esercitarsi.

I media occidentali ne hanno parlato come una “successione dinastica” dopo aver spiegato per giorni che proprio Ali Khamenei avrebbe preferito una scelta diversa da parte dell’Assemblea degli esperti proprio per evitare anche solo l’impressione di un “merito” ridotto ad un’eredità. Curioso – per noi abituati ad altri riti di successione – il fatto che lui stesso abbia appreso della nomina dalla televisione, come tutti. Può darsi non sia del tutto vero, ma certo testimonia della volontà di apparire “obbediente” ad una volontà istituzionale superiore, non ad una ambizione individuale.

Ha naturalmente parlato anche del modo in cui il predecessore ha esercitato la sua funzione e quindi della difficoltà di mettersi a quell’altezza.

Ma, passaggi obbligati a parte, il cuore del suo primo messaggio non poteva che essere rivolto alla popolazione e contemporaneamente ai nemici esterni, nonché alla complicata posizione dei paesi arabi confinanti.

Ha quindi sottolineato la particolarità del sistema di vita iraniano e i progressi fatti durante la “rivoluzione islamica” rispetto al periodo vissuto sotto il dominio statunitense (dopo il colpo di stato del 1953, con l’uccisione del laico Mossadeq, “reo” di aver nazionalizzato il petrolio) e del loro feroce proconsole, Reza Pahlevi.

Un percorso che – dice Khamenei jr – ha portato il popolo a fare affidamento sulle proprie forze incarnando così la realtà del “pubblico” e della “repubblica” (comunità sociale e comunità politica), che nel suo discorso spiega forse meglio della propaganda il perché le pur evidenti contraddizioni politiche e sociali non si siano fin qui trasformate in fratture scomposte davanti all’aggressione.

O, come preferisce dire, “Voi, il popolo, siete quelli che hanno guidato il paese e ne hanno garantito la forza… quindi sappiate che se la vostra forza non appare sulla scena, né la leadership né le altre istituzioni statali – il cui vero scopo è servire il popolo – avranno l’efficacia richiesta“.

Non ci metteremo qui a riassumere i frequenti riferimenti a dio, per noi decisamente estranei, mentre dal richiamo precedente sembra derivare l’invito – non solo retorico, ma per ora realistico – a Mantenere l’unità del popolo e dei suoi vari gruppi, un’unità che solitamente appare più chiaramente nei momenti difficili, superando i punti di disaccordo”.

Né rituale sembra la chiamata a che il popolo mantengauna presenza influente sulla scena, sia come avete dimostrato in questi giorni e notti di guerra, sia attraverso ruoli attivi in ​​ambito sociale, politico, educativo, culturale e persino di sicurezza. L’importante è che ognuno comprenda il proprio ruolo senza compromettere l’unità sociale.”

Il tutto con la sottolineature di una caratteristica della cultura persiana che qualunque turista occidentale non cieco ha potuto verificare viaggiando in quel paese: “non trascurate di aiutarvi a vicenda. Questa è una delle caratteristiche ben note degli iraniani, e si prevede che diventi ancora più evidente in questi tempi difficili che alcuni membri della popolazione potrebbero attraversare, con una richiesta alle agenzie di servizi di fornire tutta l’assistenza possibile alle persone colpite e alle organizzazioni di soccorso popolari.”

Dopo di che, certamente, sono arrivate le disposizioni generali per condurre la guerra, con l’obbligatorio riconoscimento del valore del “valore dei combattenti” che hanno bloccato il cammino del nemico con i loro potenti attacchi e lo hanno strappato all’illusione di controllare questa patria o addirittura di dividerla“. 

Una resistenza che dovrà proseguire annunciando anche che “sono in corso studi per aprire altri fronti dove il nemico non ha esperienza ed è estremamente debole, e che ciò verrà attivato se lo stato di guerra persiste e se richiesto dagli interessi del popolo”.

Mojtaba ha inoltre espresso il suo ringraziamento ai mujaheddin del Fronte della Resistenza (Houthi, Hezbollah, milizie sciite in Iraq, ecc). “Non c’è dubbio che la cooperazione delle componenti di questo fronte accorci il cammino verso la salvezza dalla sedizione sionista. Abbiamo visto come il coraggioso e fedele Yemen non abbia abbandonato la difesa del popolo oppresso di Gaza, e come Hezbollah, con sacrificio, abbia sostenuto la Repubblica Islamica nonostante tutti gli ostacoli, e anche la resistenza irachena ha coraggiosamente proseguito su questa strada“.

Obbligatoria anche la parte riservata alle vittime della guerra – morti civili, feriti, sfollati senza più la casa – ma con l’empatia di chi non solo è in questo momento uno di quei feriti, ma ha anche perso “mio padre, la cui perdita è diventata una tragedia pubblica, dico addio alla mia cara e leale moglie, a mia sorella che si è sacrificata per servire i suoi genitori e ha ricevuto la sua ricompensa, al suo bambino piccolo, e al marito dell’altra mia sorella“.

La promessa di vendetta dunque “non si limita al solo martirio del leader della rivoluzione, ma ogni individuo del nostro popolo che viene martirizzato per mano del nemico costituisce un caso a sé stante nel fascicolo della vendetta“, con un pensiero particolare alle bambine morte nel bombardamento della scuola di Minab. 

Più problematica, certamente, è la possibilità di far pagare un “risarcimento al nemico” per i danni provocati con la guerra.

Infine la parte riservata ai vicini. “L‘Iran ha confini terrestri o marittimi con 15 paesi e Teheran ha sempre desiderato relazioni cordiali e costruttive con tutti“. Ma “il nemico ha stabilito basi militari e finanziarie in alcuni di questi paesi per anni per assicurarsi il dominio sulla regione”, e alcune di queste basi sono state utilizzate nel recente attacco“. 

Pertanto, come precedentemente avvertito, “Abbiamo preso di mira solo quelle basi senza attaccare quei paesi, e dovremo continuare così se quelle basi continueranno a essere utilizzate, sottolineando costantemente il nostro desiderio di relazioni amichevoli con i nostri vicini“.

Pertanto Mojtaba consiglia a questi paesi di chiudere rapidamente le basi, poiché “è diventato chiaro per loro che la pretesa degli Stati Uniti di raggiungere la sicurezza e la pace non era altro che una menzogna“.

E’ evidente che per un osservatore completamente esterno, questa sia la parte più interessante per i riflessi sul piano geopolitico. E si intreccia strettamente con le molte riflessioni che stanno accompagnando una guerra che dura ormai da due settimane e sicuramente ridisegnerà – in un modo o in un altro – gli equilibri generali del Medio Oriente.

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