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Usa e Israele fanno i conti con le difficoltà impreviste

Nell’ascoltare i deliri bipolari di Trump a proposito dell’andamento della guerra all’Iran viene in mente la retorica adottata dal regime fascista anche quando ormai partigiani e truppe “alleate” stavano per entrare a Milano. “Vittorie clamorose”, “perdite catastrofiche” inferte al nemico, “eroismo incomparabile”, dei fascisti in fuga, ecc. Guardare le prime pagine del Corsera d’allora, sembra quello di oggi…

Scherzi a parte, le cose sembrano andare un po’ differentemente, sia in casa Usa che addirittura in Israele.

Il New York Times – non un ignoto influencer mediorientale – scrive che “molte delle basi militari nella regione usate dalle truppe americane sono completamente inabitabili, con quelle in Kuwait – la porta d’ingresso all’Iran – che hanno subito i maggiori danni”.

Poi i dettagli sconfortanti: “Secondo quanto riferito da personale militare e funzionari americani, l’Iran ha bombardato basi statunitensi in tutto il Medio Oriente in rappresaglia per la guerra tra Stati Uniti e Israele, costringendo molti soldati americani a trasferirsi in hotel e uffici nella regione.

Quindi, in sostanza, gran parte delle forze armate di terra sta combattendo la guerra lavorando da remotocon l’eccezione dei piloti da caccia e degli equipaggi che gestiscono e manutengono gli aerei da guerra e conducono gli attacchi.”

Un esercito in albergo vive forse comodo, ma la sua “prontezza” – logisticamente garantita da basi, depositi, arsenali, officine, ecc – è un tantinello ridotta. Ed anche il morale potrebbe scendere sotto i tacchi.

Altri analisti militari sottolineano che è vero quanto affermato dai vertici Usa: “non abbiamo più nulla da colpire”, come obbiettivi militari. Ma solo perché il sistema missilistico iraniano sarebbe da tempo complessivamente “nascosto” sottoterra, ma operativo grazie ad un sistema su rotaia che consente di scegliere il “boccaporto” da cui sparare e poi sparire.

E’ scontato e risaputo che a Trump, ha questo punto, serva qualcosa che gli permetta di dire “Vittoria” e chiudere rapidamente la guerra. Il mondo degli affari, compresi economisti che fin qui avevano minimizzato i rischi di crisi in stile “anni ‘70”, preme per ritornare il prima possibile ad una condizione di difficile “normalità”, considerati i danni ormai inferti al sistema estrattivo nel Golfo e la pretesa iraniana di imporre d’ora in poi un pedaggio per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz.

Se lo si chiama “Stretto di Trump”, come ha fatto ieri il tycoon in una delle sue fughe oniriche, non è cambia la cosa.

Nei giorni scorsi, oltretutto, il Congresso degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto completo sullo stato della difesa aerea dell’esercito Usa nella guerra in corso con l’Iran. Secondo questo rapporto, gli americani hanno consumato un terzo delle loro munizioni per la difesa aerea, vale a dire il sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense). Nonché diversi sistemi radar in grado di anticipare gli attacchi e dirigere quei missili, che sono andati distrutti nei primi giorni di guerra (quando Tehran sparava ondate di missili e droni in quantità industriale) e non sono in grado di sostituirli, poiché costruzione ed installazione richiedono diversi anni.

Di conseguenza, le basi militari statunitensi nel Golfo Persico meridionale sono ora lasciate pressoché indifese contro gli attacchi missilistici iraniani. Come del resto dimostra l’attacco di stamattina – resocontato persino dei media “ufficiali” – che ha raggiunto la base Prince Sultan, in Arabia Saudita (quella costruita dalla famiglia Bin Laden, oltre 50 anni fa), provocando un numero di soldati feriti incerto ma calcolato in “dozzine” (una, due, tre, a seconda delle fonti), di cui alcuni certamente gravi.

Allo stesso tempo, l’Iran, dopo aver neutralizzato i sistemi di difesa aerea in Israele, si sta ora concentrando sulla distruzione delle fabbriche che producono sistemi di difesa, missili e radar. Anche qui la conferma arriva dal primo missile sparato dagli Houthi verso Israele, dopo un mese di attesa.

A Tel Aviv, riferiscono diverse fonti anche israeliane, stanno del resto volando gli stracci, specie tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il direttore del Mossad, David Barnea.

Barnea non ha partecipato a nessun incontro con Netanyahu nell’ultima settimana. La ragione sarebbe nell’accusa rivolta da “Bibi” al capo del Mossad di aver ingannato il paese con informazioni errate sulle capacità militari e lo status politico e sociale dell’Iran, portando così il regime sionista a una guerra il cui risultato è incerto, e una potenziale sconfitta (qualsiasi risultato che non sia una vittoria schiacciante…).

Dall’altra parte, il Mossad ritiene di aver fornito informazioni accurate al primo ministro, ma Netanyahu avrebbe avviato una guerra in modo “avventuroso”, con risultati imprevedibili, e la possibile responsabilità per il fallimento non ricadrebbe così sul Mossad ma direttamente sullo stesso primo ministro.

Alcune fonti locali sono arrivate addirittura a scrivere che l’ufficio del primo ministro e il Mossad si sarebbero accusati a vicenda per la rivelazione della presenza di spie e fughe di informazioni provenienti da centri militari e di sicurezza sensibili in Israele.

Lilach Shoval, corrispondente per gli affari militari di Israel Hayom, ha riferito che “l’esercito ha bisogno di più soldati e, allo stesso tempo, gli vengono assegnati sempre più compiti“, chiedendo: “Chi pensate che possa svolgerli? Chi se ne occuperà? Abbiamo bisogno di più personale“.

Il Capo di Stato Maggiore avrebbe spiegato chec’è una carenza di 15.000 soldati, di cui 7.000 combattenti“, mentre “l’esercito israeliano sta ora spingendo diverse divisioni militari in territorio libanese, tra discorsi su una cintura difensiva, che è un eufemismo definire ‘cintura di sicurezza’, senza sapere per quanto tempo i soldati rimarranno lì“.

Sebbene “attualmente ci siano nove punti in Siria controllati dall’esercito israeliano“, ci sono soldati anche lungo la cosiddetta “linea gialla”, e un battaglione che avrebbe dovuto dirigersi a nord verso la Cisgiordania è stato “deviato”, il che significa che “gli scontri sono in corso a nord, a sud e ovunque“.

Le cose “vanno così bene”, insomma, che prima si chiude la guerra meglio è per tutti. Ma non sempre in guerra prevalgono le scelte razionali. Specie se implicano una mezza sconfitta rispetto agli obbiettivi ambiziosi che gli attaccanti si erano proposti

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