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La lunga attesa ad Islamabad

Uscire da una guerra è molto più complicato che entrarvi. Se poi non hai una strategia chiara, obbiettivi ben definiti, autonomia decisionale, risultati tangibili da sbandierare, la procedura d’uscita si trasforma in un gioco dell’oca.

L’America in versione trumpiana è nel pieno di questo gorgo. Ancora una volta le dichiarazioni ufficiali sono così contraddittorie da non permettere una sintesi affidabile.

Da un lato si assicura che le trattative tramite il Pakistan “stanno andando molto bene” e che tra oggi e domani si svolgeranno gli incontri decisivi ad Islamabad. Dall’altra si mantiene il blocco alle navi iraniane (molto) al largo dello Stretto di Hormuz, arrivando ad abbordarne e sequestrarne una.

Conseguenza immediata: l’agenzia di stampa iraniana IRNA ha smentito domenica sera le notizie pubblicate in merito allo svolgimento del secondo round di negoziati a Islamabad, affermando che erano “inesatte”. In dettaglio, ha riferito che “le ambizioni americane” tradotte in “richieste irragionevoli, insieme al protrarsi del blocco navale e alle minacce, hanno contribuito a ostacolare finora i progressi dei negoziati”.

Ha inoltre sottolineato che “le notizie diffuse dagli Stati Uniti non sono altro che giochi mediatici, che si inseriscono nel contesto di uno scambio di accuse e di pressioni sull’Iran”.

Il tutto accompagnato dall’annuncio – da parte del comando delle Guardie della Rivoluzione – di una “risposta” a breve termine all’abbordaggio.

L’esigenza trumpiana di mostrarsi “dominante” nel conflitto, presso il proprio elettorato, sbatte costantemente con l’impossibilità – fin qui – di trovare almeno un “successo militare” che giustifichi la dichiarazione di “vittoria” con cui chiudere una guerra che sta rovinando l’America, il mondo e la sia stessa possibilità di continuare a dirigere la superpotenza.

Ma – come appreso all’inizio della sua carriera di affarista da un criminale sionista della peggiore specie – nel suo modus operandi non è prevista la marcia indietro e l’ammissione, almeno implicita, di una sconfitta o un pareggio.

Ergo, non resta che la continua escalation verso il trionfo o la catastrofe totale.

Pensare di presentarsi ad un incontro diplomatico difficile, ma tutto sommato decisivo, con un biglietto da visita come quello che segue è semplicemente da squilibrati. Rendendo noto il sequestro della nave iraniana, infatti, ha scritto il solito post strabordante di suprematismo: “Oggi, una nave mercantile battente bandiera iraniana chiamata ‘Tosca’, lunga circa 270 metri e con un peso paragonabile a quello di una portaerei, ha tentato di forzare il nostro blocco navale, senza riuscirci.”

Una nave portacontainer è in effetti un lento bestione di grandi dimensioni, ma completamente disarmato e con pochissime persone di equipaggio. Sarebbe sequestrabile, insomma, anche da un motoscafo con tre uomini armati. Enfatizzarne la grandezza serve solo a glorificare un altrimenti spregevole atto di pirateria internazionale.

Trump ha pure aggiunto: “Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Spruance ha intercettato la nave nel Golfo dell’Oman e le ha intimato formalmente di fermarsi. Tuttavia, l’equipaggio iraniano si è rifiutato di obbedire, quindi la nostra nave da guerra l’ha immediatamente fermata aprendo una falla nella sala macchine. Ora i Marines statunitensi hanno preso il controllo della nave.

Sottolineature necessarie. Il “glorioso” atto di pirateria è avvenuto nel golfo dell’Oman, praticamente nell’Oceano Indiano, a rispettosa distanza dallo Stretto di Hormuz e dai missili iraniani. Peggio ancora: la nave proveniva dalla Cina, con merci cinesi, sollevando fra l’altro la protesta e la preoccupazione di Pechino.

Di per sé, militarmente parlando, dimostra soltanto l’intenzione statunitense di attaccare navi civili battenti bandiera iraniana ovunque nel mondo. Cosa possibile, certamente, in base ai mezzi di cui dispongono gli Usa, ma sicuramente non presentabile come “legale” o fondativa di un “nuovo ordine internazionale”. Non contenti dell’idiozia commessa, gli Usa hanno anche diffuso il video in cui hanno registrato l'”eroico” assalto militare ad una nave civile, un po’ come le baby gang che filmano le proprie aggressioni in strada e poi le postano in rete.

Se ogni potenza paragonabile si mette a fare altrettanto, finisce in un attimo il commercio internazionale, l’economia mondiale e – ovviamente – anche quel tanto di pace che sopravvive tra potenze nucleari.

In ogni caso, non si può pretendere che sia una “base di discussione” con cui presentarsi ad Islamabad per “seri accordi di pace”. Al massimo può servire a recitare la solita parte del mafioso hollywoodiano – “questa è la mia proposta che non puoi rifiutare”, perché “qui comando io” – che non ci sembra abbia fin qui impressionato la controparte.

Praticamente. Islamabad stamattina appare pronta ad accogliere le delegazioni trattanti. Quella statunitense sembra già arrivata, guidata dal vicepresidente J.D. Vance (i soliti Witkoff e Kushner, pur presenti, non hanno alcuna credibilità, per gli iraniani, in quanto considerati più “agenti israeliani” che non inviati della Casa Bianca).

Un Boeing C-17 Globemaster III – l’enorme aereo da trasporto che in questi casi contiene le auto blindate per la delegazione e la scorta – è ora parcheggiato sulla pista. Due dei principali alberghi della città sono stati requisiti e “sgomberati” dai loro ospiti.

Tutto è effettivamente pronto per l’attesissimo incontro.

Manca solo la delegazione iraniana. Che, in una trattativa seria per arrivare alla pace, sembra sia proprio indispensabile.

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