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Per gli Usa è tempo di cominciare a ragionare

Se qualcuno prova a sparare a Trump le borse festeggiano. Con un pizzico di cinismo – che sui mercati domina – si potrebbe trarre questa conclusione dai dati di stamattina sulle piazze asiatiche. Tokyo è salita sui massimi di sempre, superando i 60mila punti, Shanghai un po’ meno ma soltanto perché hanno perso molto alcune società di raffinazione che dovrebbero essere “sanzionate” dagli Usa per aver acquistato petrolio da Tehran.

Battute a parte, la stato di salute dei mercati finanziari da tempo è “sotto effetto” di droghe che persino i cultori del capitale fanno fatica a comprendere, perché, con gli stormi di “cigni neri” che girano per il mondo, logica vorrebbe fossero assai più depressi.

L’unica buona notizia, al momento, è l’assenza di altre cattive notizie. Vero è che Israele ha ripreso a picchiare sul Libano come se la tregua stabilita da Trump, convocando le parti alla Casa Bianca, non fosse mai esistita (un altro schiaffo in faccia al tycoon, la cui credibilità è ormai sotto tutti i tacchi).

Ma è anche vero che Netanyahu ne aveva bisogno per chiedere ancora una volta l’annullamento “motivi di sicurezza” della propria testimonianza nel processo per corruzione, prevista per oggi dopo una lunga pausa dovuta alla guerra. Magari domani ci ripensa e torna “obbediente a Washington”, limitandosi ai soliti omicidi mirati e ai raid “puntuali”…

L’ottimismo circa le trattative di pace mediate dal Pakistan sopravvive in pratica solo grazie all’Iran, il cui ministro degli esteri, Seyed Abbas Araghci, sta da giorni facendo un giro di consultazioni, visitando prima proprio il Pakistan, poi l’Oman (sulla sponda opposta dello Stretto di Hormuz), poi di nuovo in Pakistan e infine oggi a Mosca, dove incontrerà Vladimir Putin “per discutere gli sviluppi della guerra e fare il punto sulla situazione attuale. Sono convinto che queste consultazioni e il coordinamento tra i due Paesi in merito saranno di particolare importanza“.

Lo stesso Araghci, lasciando Islamabad dopo la seconda visita, ha riconosciuto che quel Paese “ha svolto un ruolo importante nella mediazione dei negoziati tra Iran e Stati Uniti di recente, ed era necessario discutere degli ultimi sviluppi.

Sul versante ottimistico ha detto che ci sono stati degli sviluppi nel processo negoziale, e gli approcci scorretti e le richieste eccessive degli Stati Uniti hanno impedito al precedente ciclo di negoziati di raggiungere i suoi obiettivi, nonostante alcuni progressi.” Ma alla fin fine “Abbiamo esaminato quanto accaduto in passato e discusso di come, e a quali condizioni, i negoziati potrebbero proseguire“.

Condizioni ora trasmesse agli Stati Uniti, che dovranno esaminarle non appena si sarà ricomposta un’amministrazione finita due giorni fa “esfiltrata” o sotto i tavoli dell’hotel Hilton, mentre un professore-attentatore cercava di entrare sparando.

Sull’episodio in sé fioccano ormai complotti dietrologici e ironie più o meno grevi. Più veloci della luce, i creativi iraniani che utilizzano l’intelligenza artificiali e il “linguaggio Lego” per trollare un po’ il tycoon, poche ore dopo “l’attentato” hanno messo online il video che segue, sicuramente intrigante (sottolineiamo la colonna musicale rap, davvero incompatibile con l’immagine stereotipata dell’Iran costruita in Occidente).

Di fatto, comunque, il “cessate il fuoco” tra Tehran e Washington, per quanto unilaterale e “ad capocchiam” di Donald Trump, continua a reggere. Ma anche il “controblocco” di Hormuz da parte della flotta Usa – che ha fermato nei giorni scorsi alcune navi iraniane – considerato da Tehran un ostacolo alla ripresa di trattative serie e dirette in quel di Islamabad.

Il quadro strategico complessivo non è comunque mutato. Secondo fonti del Dipartimento della Guerra statunitense e del Congresso che hanno parlato con il New York Times in 40 giorni di attacchi l’esercito ha consumato buona parte della propria dotazione missilistica.

In dettaglio: 1.100 missili da crociera JASSM (oltre un milione di dollari l’uno, 1.000 missili da crociera Tomahawk (in pratica la produzione di 10 anni, al costo di 3,6 milioni di dollari l’uno), 1.200 missili antimissile Patriot (il doppio della produzione annuale, quasi 4 milioni di dollari a esemplare), 1.000 missili balistici tattici ATACMS e altri missili terrestri.

Il problema, secondo gli analisti militari, non è tanto il costo di tutta questa roba (oltre 30 miliardi, comunque, quasi uno al giorno), ma l’impossibilità industriale di rimpiazzarla in tempi brevi.

Sul piano più strettamente militare, poi, quest’armamentario hi tech e ultracostoso è stato consumato per contrastare – con efficacia decrescente, col passare dei giorni – sciami di droni e missili a basso costo ma sufficientemente precisi da distruggere gli obbiettivi (radar, basi militari in Usa, Israele e paesi del Golfo).

«Secondo le fonti sentite dal NYT, gli arsenali quasi vuoti impedirebbero agli USA di sostenere conflitti ad ampio respiro per diversi anni: per ripristinare scorte precedenti al conflitto occorrerebbero 6 anni e molti miliardi», sottolinea il sito specializzato Analisi Difesa. Ma nel frattempo l’egemonia mondiale fondata sulla forza sarà defunta, anche perché sarà difficile tagliare del tutto le forniture di questi mezzi all’Ucraina (pur addebitando il costo a quei fessi dell’Unione Europea) e soprattutto ad Israele.

Proseguire in queste guerre, e soprattutto provare ad aprirne altre (Cuba, Taiwan, ecc),  diventa insomma proibitivo sul piano strettamente industriale, fisico. Non esistono infatti più le condizioni politiche e tecnologiche che permisero, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, di trasformare fabbriche di automobili in produttrici di armi. Tanto meno il consenso interno a “sacrifici” del genere in assenza di reali pericoli diretti per gli Stati Uniti.

Chissà se questi ragionamenti, sintetizzati in report di facile lettura, cominciano a farsi strada anche tra gli ammessi allo Studio Ovale. Tra l’andare avanti al buio, recitando la parte del cowboy ubriaco, e prendersi una pausa di riflessione la scelta non dovrebbe essere difficile. Per gente che ragiona, certo…

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Aggiornamento

L’Iran avrebbe fatto arrivare agli agli Stati Uniti una nuova proposta per riaprire lo stretto di Hormuz e porre fine alla guerra, con i negoziati sul nucleare rinviati per una fase successiva, secondo fonti del sito Axios.

Trump dovrebbe tenere una riunione della Situation Room sull’Iran lunedì con il suo massimo team di sicurezza nazionale e politica estera. Secondo le indiscrezioni raccolte dallo stesso sito, però, il tycoon starebbe ancora cullando l’illusione per cui, continuando a bloccare lo Stretto, metterebbe in pochi giorni in ginocchio l’Iran.

Quando hai grandi quantità di petrolio che si riversano attraverso il tuo sistema … se per qualsiasi motivo questa linea è chiusa perché non puoi metterla in container o navi … ciò che accade è che quella linea esplode dall’interno. … Dicono di avere solo circa tre giorni prima che ciò accada“.

Ma sull’andamento dei colloqui indiretti, via Pakistan, non ci sono conferme ufficiali. Queste sono discussioni diplomatiche sensibili e gli Stati Uniti non negozieranno attraverso la stampa. Come ha detto il presidente, gli Stati Uniti tengono le carte e faranno solo un accordo che mette il popolo americano al primo posto, senza mai permettere all’Iran di avere un’arma nucleare“, ha detto ad Axios la portavoce della Casa Bianca, Olivia Wales.

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