Ora che il pericolo di un attacco statunitense contro l’Iran sembra momentaneamente scongiurato, dovremmo raccogliere le idee e riesaminare i termini della questione.
Guardiamo come l’opinione pubblica occidentale si rivolge all’Iran, o come si è rivolta a qualsiasi altro dei Paesi attaccati militarmente dall’Occidente negli ultimi 35 anni: Iraq, Serbia, Afghanistan, Siria, Libia, Venezuela.
Nella sua sfera comunicativa, l’occidentale medio si esprime come se la sua superiorità morale gli conferisca il diritto di esprimersi sul rovesciamento di qualsiasi governo estero (non occidentale) che, per qualche motivo, non lo soddisfi. Per il benpensante occidentale, chi rompe un vaso nella sua città è un “terrorista”, ma chi spara alla polizia in Iran è un “eroe della libertà”.
Questo atteggiamento, purtroppo, fa breccia anche a sinistra. Per anni abbiamo denunciato il genocidio del popolo palestinese, invocando il rispetto del diritto internazionale calpestato da Israele. Ma, evidentemente, anche a sinistra qualcuno ritiene che il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” e che quindi sia legittimo invocare, auspicare, appoggiare il rovesciamento della repubblica islamica.
Per quanto riguarda la sinistra radicale, l’interventismo si radica nell’esaltazione del conflitto, che è parente stretta dell’esaltazione della guerra. Se il popolo iraniano scende in strada e si rivolta contro il suo governo, come potremmo noi rivoluzionari non appoggiarlo fino alle estreme conseguenze, visto che vorremmo rovesciare tutti i governi della Terra?
Ma le rivolte non sono né necessarie né sufficienti per una trasformazione progressiva della società. Le rivolte esplodono per una varietà di cause legittime, e nella maggioranza dei casi si concludono con esiti disastrosi per i Paesi coinvolti, allontanando di decenni quegli obiettivi di progresso che esse stesse auspicavano.
Le “primavere” arabe del 2011 sono nate come rivolte per il pane e sono finite in un nulla di fatto o, peggio ancora, in guerra civile. I paesi coinvolti si sono ritrovati ulteriormente impoveriti, se non distrutti, e privi di prospettive di sviluppo, mentre l’Occidente è passato all’incasso.
Oggi, intravede l’opportunità di rafforzare le proprie posizioni nell’area, installando nuovamente in Iran lo Scia. Purtroppo, si tratta di una prospettiva molto più concreta di quella, molto fantasiosa, che dall’estrema sinistra auspica che la repubblica islamica possa essere sostituita da un regime anticapitalista.
Se il popolo si ribella, si dice giustamente, è perché i suoi diritti sono calpestati. Sì, ma da chi? Il diritto allo sviluppo e ad un minimo di sicurezza economica di milioni di iraniani sono negati principalmente da un regime sanzionatorio criminale, adottato dall’Occidente dopo avere unilateralmente abbandonato l’accordo sul nucleare siglato nel 2015.
Per spezzare il vortice tra crisi economica, instabilità e repressione che sta strangolando l’Iran e aprire una prospettiva nuova serve la cancellazione delle sanzioni, la distensione dei rapporti diplomatici e il rafforzamento delle relazioni economiche, ovvero l’opposto di quello che sta facendo l’Occidente.
L’economia iraniana deve essere sostenuta, non affossata, se vogliamo che le contraddizioni sociali di quel Paese possano essere affrontate e risolte in modo costruttivo dagli iraniani stessi, senza interferenze esterne. Questo potrà avvenire se il resto del mondo si comporterà in modo amichevole e rispettoso verso il popolo iraniano, la sua cultura e le sue istituzioni, richiamando pacificamente tutte le componenti politiche e sociali iraniane al rispetto reciproco e alla soluzione dei problemi attraverso il dialogo.
L’alternativa è cadere in un vortice di violenza, repressione e guerra sempre più drammatico, che rischia di travolgere l’intera regione.
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Gianleonardo
Condivido pienamente l’analisi e le indicazioni elencate.
Serve una grande lucidità mentale per “individuare” i veri obiettivi e le conseguenti strategie e tattiche.
Serve, naturalmente, anche tempo, confronto, coinvolgimento di sempre più persone.
Serve capire che anche nell’architettura costituzionale del nostro Stato, se correttamente applicata e non ulteriormente manomessa ci sono spazi incredibili che vanno esplorati e occupati.
Il tifo da stadio, la violenza fuori contesto di minoranze rissose e altre “amenità” che a qualcuno sembrano praticabili e utili, portano solo al disastro.
Certo, anche da noi chi governa (e parte di chi “si oppone”) sta cercando di “militarizzare” la repressione, di trasformare (loro malgrado, più di quanto non immaginiamo) le forze di polizia in “reparti d’assalto”, di impedire anche il minimo dissenso; ma questo non deve distrarci dagli obiettivi veramente importanti: adatteremo le nostre azioni ai pessimi tempi che stiamo vivendo e, noi e chi verrà dopo di noi, qualche risultato lo vedrà.
Continuiamo, lucidamente, a studiare, a capire, a fare proposte costruttive.
Cerchiamo, testardamente, ciò che ci può unire.
Così, spero, nonostante tutto, nascerà anche da noi una vera e credibile opposizione.