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Paradigma Sahel. Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile

Che cosa è possibile dire dagli attacchi che hanno visto agire alcuni giorni fa congiuntamente le forze antigovernative del FLA (Fronte per la liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei gruppi ribelli del nord, maggioritariamente tuareg) e le milizie del JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, ramo di Al-Qaida nel Maghreb)?

Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).

Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.

Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.

Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).

Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria diLiberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA, al cui interno prevale la), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.

Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.

Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).

Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).

Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, lascia mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.

In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.

Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.

La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.

Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.

Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto dele truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata dai media francesi infinite volte ripresa per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.

Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK sono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.

Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.

Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema di utilizzazione delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).

Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).

Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.

L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.

È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.

Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.

Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro prezzo (quelle con la Cina e la Russia).

La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).

I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove sono il destino e il futuro dell’intero continente africano ad essere in gioco.

Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.

Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.

Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.

Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo…), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.

 * Roberto Beneduce è antropologo e psichiatra. Insegna all’Università di Torino, ed è fondatore e direttore del Centro Frantz Fanon.

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