Una scheda storica per conoscere la realtà di un paese da cinquanta anni in guerra e diventato decisivo per gli assetti in Medio Oriente.
Il seme della guerra civile libanese iniziata nel 1975, era stato piantato già nei decenni precedenti. Prima con il trattato Sykes-Picot nel 1916 tra Gran Bretagna e Francia che divise i confini del Medio Oriente sulla base della spartizione coloniale a seguito del crollo dell’Impero turco. Conseguenza di questa spartizione fu la separazione del Libano dalla Siria, entrambe assegnate al colonialismo francese.
Successivamente il Patto Nazionale del 1943 imposto dalla Francia, aveva diviso il potere in Libano su base confessionale: il Presidente della Repubblica doveva essere un Cristiano Maronita, il Primo Ministro un Musulmano Sunnita e il Presidente del Parlamento un musulmano Sciita. Tuttavia, nel corso degli anni, la popolazione musulmana crebbe, superando quella cristiana, e chiese una riforma del sistema.
Indubbiamente uno degli elementi di destabilizzazione del paese fu l’arrivo di migliaia di profughi palestinesi cacciati dagli israeliani con la Nakba del 1948, soprattutto quando questi si organizzarono nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Oggi si calcola che in Libano ci siano 422mila palestinesi. La situazione per i profughi palestinesi in Libano, ammassati in campi spesso non più grandi un km quadrato, è stata sempre pesante.
Il Decreto n. 17561 del 1964, che regola l’impiego dei lavoratori stranieri, ha storicamente richiesto ai palestinesi un permesso di lavoro legato al principio di reciprocità, una condizione impossibile da soddisfare in assenza di uno Stato palestinese. Questo decreto ha escluso i palestinesi da oltre 30 professioni tra cui quelle di medico, avvocato e ingegnere. Ma anche in altri settori come il commercio e i servizi pubblici, ai profughi palestinesi era negata – ed è negata tuttora – la possibilità di lavorare.
Dopo essere stata espulsa dalla Giordania con le stragi del Settembre Nero nel 1970 operate dalla monarchia giordana, l’OLP di Yasser Arafat si stabilì nel sud del Libano, trasformando la regione sia in una base per lanciare attacchi contro Israele sia creando “uno Stato nello Stato”, costruendo una solida e ramificata infrastruttura palestinese in Libano.
Il 13 aprile 1975, la scintilla della guerra civile divampò a Beirut quando una sparatoria tra militanti palestinesi e le falangi cristiane del partito di destra Kataeb (Falangi Libanesi) fece diverse vittime, incluso un autista di bus. Subito dopo, i falangisti tendettero un’imboscata a un autobus carico di palestinesi, uccidendo 27 passeggeri. La Guerra Civile Libanese era ufficialmente iniziata.
Il conflitto si strutturò rapidamente su due fronti principali:
a) Il Fronte Libanese (Destra Cristiana): Maroniti, sostenuti inizialmente da Israele e preoccupati di mantenere l’egemonia cristiana.
b) Il Movimento Nazionale Libanese (Sinistra libanese e Palestinesi) ovvero una coalizione di musulmani, drusi e partiti laici di sinistra alleati con l’OLP, tra questi il Partito Comunista Libanese e i nasseriani.

Il 1976 fu l’anno più sanguinoso della prima fase della guerra civile. Le milizie cristiano-maronite, guidate dalla famiglia Gemayel e da Bashir Gemayel, combatterono ferocemente contro i palestinesi. Luoghi simbolo come l’Hotel Holiday Inn di Beirut, divenuto una roccaforte di cecchini, passarono alla storia per la “Battaglia degli Hotel”. In questo conflitto parteciparono anche gruppi neofascisti europei e italiani schierati al fianco dei cristiano-maroniti e dei falangisti libanesi. In una intercettazione il fascista malavitoso italiano Carminati, racconta di quando “cecchinava” dai palazzi di Beirut.
Tuttavia, i cristiani-maroniti iniziarono a perdere terreno. Temendo una vittoria totale dei palestinesi (che avrebbe potuto destabilizzare i confini siriani o provocare un’invasione israeliana), la Siria cambiò fronte. Nel giugno 1976, l’esercito siriano entrò in Libano a sostegno dei cristiani-maroniti, giustificando l’intervento sotto l’egida della “Forza Araba di Dissuasione”. In questo contesto avviene l’assedio e la strage nel campo profughi palestinese di Tal al Zaatar.
Nel 1978, Israele lanciò contro il Libano una prima operazione militare – l’ Operazione Litani – occupando una striscia di territorio nel sud del Libano per creare una zona cuscinetto contro l’OLP, sostenendo la milizia collaborazionista dell’Esercito del Sud Libano (SLA) guidata dal generale Lahad.
Ma le cose si fecero ancora più pesanti quando il 6 giugno 1982, con il pretesto dell’attentato all’ambasciatore israeliano a Londra, il governo di Menachem Begin e il ministro della Difesa Ariel Sharon sferrarono l’”Operazione Pace in Galilea” , una vera e propria invasione totale del Libano.
L’obiettivo dichiarato da Israele era l’eliminazione dell’infrastruttura militare dell’OLP. In realtà, si trattava di ridisegnare il Libano sottraendogli una parte del proprio territorio, ovvero lo stesso che è oggetto oggi dell’invasione israeliana.

Nel 1982 le truppe israeliane raggiunsero Beirut Ovest in poche settimane, anche se proprio nel castello di Beaufort distrutto in questi giorni, incontrarono una accanita resistenza da parte dei combattenti palestinesi Le truppe israeliane assediarono la capitale libanese. Per dieci settimane, i quartieri a maggioranza musulmana furono bombardati senza sosta. L’OLP, guidata da Arafat, oppose resistenza, ma la schiacciante superiorità aerea e navale israeliana (con la US Navy a fare da supervisore) piegò la resistenza in città.
Sotto la mediazione internazionale dell’incaricato Usa Philip Habib, fu concordata l’evacuazione dei combattenti dell’OLP dal Libano. Circa 15.000 guerriglieri lasciarono Beirut via mare verso Tunisi, esiliando la leadership palestinese.
L’apice dell’orrore si consumò a settembre 1982. Dopo l’assassinio del neo-eletto presidente cristiano Bashir Gemayel (sospettato di collusione con Israele), l’esercito israeliano circondò i campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, permettendo ai falangisti cristiani libanesi di entrare nei campi per “ripulirli” dai terroristi. Ne seguì un massacro di civili: si calcola che 3.500 palestinesi (anziani, donne e bambini, visto che i combattenti erano andati via) furono uccisi in due giorni di carneficina.
I contingenti internazionali (tra cui quello italiano) che erano stati ritirati in base agli accordi mediati dallo statunitense Philip Habib, lasciando però i campi profughi palestinesi senza protezione, tornarono in Libano.
La pressione mondiale e lo scandalo costrinsero Israele ad avviare un’indagine (Commissione Kahan), che definì Israele “indirettamente responsabile”, portando alle dimissioni di Sharon.
Dopo il massacro, la posizione israeliana in Libano – ma non solo – divenne insostenibile.

Tra i contingenti militari internazionali presenti a Beirut, oltre a quelli italiani, vi erano anche soldati statunitensi e francesi.
Nel 1983 un primo attentato kamikaze contro la caserma dei Marines americani (membro della Forza Multinazionale di pace) uccise 241 soldati USA, causando il ritiro delle forze occidentali. Un altro attentato colpì successivamente anche l’ambasciata USA e il contingente militare francese. La corazzata statunitense Utah bombardò Beirut come ritorsione. Nel febbraio 1984, in seguito a continue imboscate e alla riorganizzazione sia delle organizzazioni sciite – quelle che diventeranno Hezbollah – che dei comunisti libanesi, l’esercito israeliano iniziò il ritiro disordinato verso la fascia di sicurezza nel Sud Libano.
Proprio in questi anni, infatti, un nuovo attore era entrato in campo nella storia della regione: Hezbollah (il Partito di Dio).
Nato originariamente come “il partito dei poveri”, in quanto rappresentante della crescente popolazione sciita che era il settore più povero della società libanese, dall’incontro tra l’ideologia della rivoluzione iraniana del 1979 e la resistenza all’occupazione israeliana, Hezbollah si distinse per le sue tattiche di guerriglia moderna e gli attentati suicidi. Nel 1985, Hezbollah proclamò ufficialmente la sua esistenza e dichiarando guerra a Israele e alle potenze occidentali.
A fine giugno 1985, le truppe israeliane si erano ritirate dalla maggior parte del Libano, mantenendo solo una “fascia di sicurezza” a sud del fiume Litani. Il Libano a quel punto usciva però frantumato: il sud era occupato da Israele, la valle della Beqa’a era sotto il controllo siriano, Beirut era divisa tra Est in mano alle milizie cristiano-maronite e Ovest musulmana, il paese era disseminato di mine e macerie.

Al termine del 1985, la guerra civile era ancora lontana dall’essere finita (sarebbe durata fino al 1990). Tuttavia, il decennio 1975-1985 aveva già prodotto un bilancio terrificante: le vittime vengono calcolate tra i 100.000 e 150.000 morti; circa 1 milione di persone fuggirono dal paese (un terzo della popolazione); Beirut, un tempo fiorente vetrina del mondo arabo, fu raso al suolo e divisa dalla “Linea Verde” esposta ai colpi dei cecchini. In Italia il criminale neofascista Carminati si vanterà in una intercettazione di aver “cecchinato” dai palazzi di Beirut.
Nel 1985, la guerra civile libanese (scoppiata nel 1975) era arrivata al suo apice non solo tra le fazioni libanesi ma anche con “la guerra dei campi”, quando i campi profughi palestinesi (dove vivono circa 600mila palestinesi) vennero assediati per mesi da una milizia sciita – Amal – fino a quando venne mediata una tregua da Hezbollah.
Con i palestinesi definitivamente fuori gioco, la scena fu lasciata a due nuovi attori destinati a scrivere la storia del paese.
Da un lato, la Siria, che vedeva nel caos libanese l’occasione per imporre la sua egemonia politica su un paese considerato da sempre come parte della Siria. La divisione tra Libano e Siria fu infatti una delle conseguenze del Trattato Sykes-Picot.
Dall’altro, Hezbollah. nato per resistere all’occupazione israeliana nel sud del paese, ma con un’agenda che andava ben oltre la liberazione. Mentre i combattimenti infuriavano tra fazioni cristiane, druse e sunnite, Hezbollah consolidava le sue radici nella Bekaa, nel sud e a Beirut est, preparandosi al futuro.
La guerra civile si concluse formalmente nel 1990 con l’Accordo di Taif. Firmato in Arabia Saudita, l’accordo ridisegnava il potere politico (aumentando i seggi per i musulmani), chiedeva lo scioglimento di tutte le milizie ma segnava anche l’entrata in gioco dell’Arabia Saudita sui destini del Libano.
Con la guerra civile finita, il paese era sotto l’influenza siriana per un lato e quella saudita per l’altro.
Nel frattempo, Hezbollah cresceva esponenzialmente. Quando Israele venne costretta dalla resistenza a ritirarsi unilateralmente dal Sud del Libano nel maggio 2000, i soldati della milizia collaborazionista dell’Esercito del Libano Sud (SLA) fuggirono in Israele o in paesi arabi compiacenti. Anche se alla resistenza contro gli israeliani e i loro mercenari parteciparono sia i comunisti che i socialisti libanesi, Hezbollah fu indubbiamente decisivo per la vittoria. Era la prima volta che una forza araba sconfiggeva militarmente Israele senza addivenire ad un trattato di pace. Quella vittoria aumentò enormemente il prestigio di Hezbollah per molti libanesi, ma pose anche un problema politico irrisolvibile per lo Stato.
Il punto di rottura esplose il 14 febbraio 2005. quando l’ex primo ministro Rafik Hariri, uomo di paglia dell’Arabia Saudita e oppositore dell’ingerenza siriana, venne ucciso in un attentato dinamitardo sul lungomare di Beirut. Le pressioni internazionali (Francia e USA su tutte) costrinsero la Siria a ritirare le sue truppe presenti in Libano. Il vuoto di potere fu riempito immediatamente dalla nascita di due coalizioni contrapposte. Da un lato il movimento 14 Marzo (anti-siriano, finanziato dai sauditi e guidato da sunniti e cristiani), dall’altro la coalizione 8 Marzo (pro-siriana, in largo parta composta dagli sciiti, guidata da Hezbollah e dai suoi alleati).

Nell’estate del 2006 Hezbollah catturò due soldati israeliani. Israele scatenò una nuova invasione del Libano che durò 33 giorni devastando il paese e le sue infrastrutture ma non riuscendo a distruggere Hezbollah. L’Onu inviò sulla Linea Blu (il confine tra Libano e Israele) un contingente di centinaia di militari – missione Unifil – per mantenere la tregua raggiunta.
Dal 2008 il Libano è entrato in una fase di paralisi politica cronica, condita da attentati mirati, blocchi istituzionali e l’incapacità di eleggere un presidente per periodi record.
Nel 2019 è poi scoppiata la bolla finanziaria, con il sistema bancario libanese, dopo decenni di malagestione e corruzione, collassato. La lira libanese ha perso oltre il 90% del suo valore, spazzando via i risparmi della classe media.
La situazione in Libano è precipitata ulteriormente negli ultimi tre anni. Di fronte al genocidio dei palestinesi a Gaza dall’Ottobre 2023, Hezbollah ha aperto un “fronte di sostegno” contro Israele. Ma quello che sembrava un conflitto a bassa intensità si è trasformato in una guerra devastante nel 2024 e nel 2025.
Israele nel 2024 ha decapitato la leadership di Hezbollah, colpendo il suo quartier generale a Beirut, uccidendo il leggendario leader Hassan Nasrallah e decine di quadri.
L’invasione israeliana del sud del Libano è ripresa nel 2026 con violenza inaudita, causando oltre un milione di sfollati interni e migliaia di morti. Israele aveva ritenuto Hezbollah sconfitto ma si è trovata invece di fronte ad una resistenza che aveva riorganizzato le proprie file e i propri armamenti. Se Israele riuscirà nel suo tentativo di allargare i propri confini oltre il fiume Litani e a discapito del Libano meridionale e con centinaia di migliaia di profughi palestinesi cacciati dai loro territori, il 2026 potrebbe essere l’anno in cui il Libano, come “Stato-nazione” concepito nel 1943, potrebbe cessare definitivamente di esistere come tale.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa