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Contrordine! Per oggi non si spara…

Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.

Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO“, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).

Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana“.

Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita…

Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Tehran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israaele.

Dopo cinque mesi di guerra “a rate”, del resto, la realtà ha stabilito che Tehran ha ancora grandi capacità di risposta missilistica e che la presenza di basi militari Usa nell’area è un pericolo per chi le ospita, non una “protezione”. Tanto meno una protezione efficace.

La prospettiva di un attacco “risolutivo”, dunque, che avrebbe fatto felice Netanyahu (questa la ragione del suo viaggio a Washington nei giorni scorsi), coincideva con il disastro per economie già pesantemente rallentate dal blocco dello Stretto di Hormuz e dalle prime avvisaglie di “problemi” anche nel passaggio di Bal-el Mandeb, porta del Mar Rosso.

Di lì a far esplodere una crisi globale per scarsità di forniture energetiche, il passo era infinitesimale.

Non è un segreto che fin qui i danni economici sono stati in varia misura tamponati con misure eccezionali e, in quanto tali, di breve durata. Come il rilascio di buona parte delle “riserve strategiche” di greggio da parte di quasi tutti i paesi (a partire proprio dagli Usa). Ma una riserva va poi ricostituita, e se c’è scarsità di forniture, resta semi-vuota. Con i prezzi che, come sperimentiamo quotidianamente, volano in cielo.

Anche perché quasi nessuno ha una capacità di diversificazione delle fonti di energia del livello della Cina (-40% di import petrolifero dal Golfo, compensato da rinnovabili e carbone).

Gli analisti militari ci aggiungono però i calcoli fatti dal Pentagono, alle prese con un consumo ormai accertato di missili intercettori (Patriot ed altri) tale da svuotare i depositi, mentre la produzione – per quanto incentivata dalla Casa Bianca – resta infinitamente più lenta.

Tra la fase iniziale dell’”Operazione Epic Fury” e l’ultima campagna offensiva gli Stati Uniti hanno lanciato circa 1.500 missili intercettori Patriot, più della metà delle scorte dichiarate prima della guerra, ovvero 2.300.

La linea di produzione della Lockheed, anche dopo i contratti di emergenza, procede a rilento: 620 missili l’anno, da condividere peraltro con ogni “alleato” disperato, dall’Ucraina al Golfo e soprattutto Israele.

I questi cinque mesi sono stati effettivamente consegnati solo 172 esemplari di ricambio, poco più del 10% rispetto al “consumo”. L’aumento promesso non si concretizzerà prima della fine del decennio; il ripristino dei depositi di munizioni prebellici è previsto per la metà del 2029, ma naturalmente solo se si smette di usarli nelle varie guerre in corso.

Preoccupazioni simili ci sono però anche per i missili “offensivi” come i Tomahawk (uno dei quali ha provocato la strage di Minab, 162 bambine nella loro scuola). L’unica alternativa, come già detto, restano le vecchie bombe “prive di intelligenza”, che vanno però portate sugli obbiettivi da aerei, con il forte rischio che vengano abbattuti (un F15 e un F35 hanno subito questa sorte e da allora gli attacchi sono quasi solo missilistici, così come le risposte iraniane).

Insomma “Taco” Donald ci fa la grazia di sospendere un nuovo attacco perché non se lo può permettere, sia per calcolo economico (e politico, visto che tra 90 giorni si vota per rinnovare metà Congresso), sia per brutale matematica militare.

Questo non vuol dire però che la strada per un “accordo” – possibilmente meno ambiguo del Memorandum firmato in Svizzera tempo fa – sia in discesa. Anzi…

Ross Harrison, del Middle East Institute, ha spiegato ad Al Jazeera che “Abbiamo altri file che sono ora confusi con il file iraniano: il file del Libano, il file Israele-Palestina, il file saudita-houthi, il file in Iraq. Ad un certo punto nel tempo, i responsabili delle decisioni perdono il controllo della dinamica [perché] anche se vogliono de-escalation, altri attori possono intensificare, e potrebbe rendere molto, molto difficile per gli Stati Uniti e l’Iran di districarsi”.

Le verifiche ci sono già state: ogni volta che “la trattativa” tra Usa e Iran sembrava prendere la direzione giusta, Israele è intervenuta – con azioni dirette o false-flag – per riportare tutto sul piano puramente militare. Altri soggetti “bisognosi” della guerra perenne, nell’area, non ce ne sono…

La situazione, quindi, per ora non cambia. Questo continuo stop & go appare destinato a durare ancora a lungo. Molti scommettono, augurandosi ovviamente di sbagliare, che si potrebbe arrivare fino a metà 2027.

Con la benzina a 4 euro non si va lontano…

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