a C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale costretto a razionare il carburante o una medicina che diventa difficile da reperire.
È questa la Cuba che Luciano Vasapollo, economista e docente universitario, racconta – in un’ intervista a Alfonso Bruno, pubblicata da Mediafighter – dopo il suo più recente viaggio nell’isola, come membro di una delegazione della Rete dei Comunisti.
Un racconto segnato dalla sua lunga vicinanza alla Rivoluzione cubana, ma che pone al centro una questione che supera le appartenenze ideologiche: che cosa accade a una popolazione quando la crisi economica, le difficoltà interne e la pressione internazionale si sommano fino a incidere sui beni essenziali della vita quotidiana?
Si può parlare di genocidio, stante il fatto che una catena infinita di morti di persone fragili è il risultato pratico dell’attuale politica che vuole strangolare Cuba, finalizzata alla caduta dell’attuale governo rivoluzionario.
“Ho visitato un Paese in guerra”, racconta Vasapollo. “Non una guerra convenzionale, naturalmente, ma una guerra economica, finanziaria, commerciale ed energetica. Siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando vediamo le bombe. Ma quando manca il combustibile si fermano i trasporti, la produzione, una parte dei servizi sanitari. Quando viene meno l’elettricità, si interrompe la distribuzione dell’acqua, si deteriorano gli alimenti, diventano più difficili le cure. La guerra può anche non fare rumore e tuttavia entrare nelle case”.
La situazione energetica cubana ha effettivamente raggiunto nel 2026 livelli di particolare gravità. Il 3 agosto la rete elettrica nazionale è collassata, provocando un blackout generalizzato e aggravando una crisi che aveva già prodotto ripetute interruzioni di corrente.
Reuters ha descritto una rete caratterizzata da infrastrutture obsolete, carenza di combustibile e sottoinvestimenti, mentre il governo cubano attribuisce una parte decisiva delle difficoltà alla pressione esercitata dalle sanzioni statunitensi.
La questione non riguarda dunque soltanto l’energia. Il 23 aprile 2026 gli esperti delle Nazioni Unite titolari di procedure speciali hanno inviato una comunicazione agli Stati Uniti esprimendo preoccupazione per gli effetti che il blocco dei combustibili imposto con un ordine esecutivo del 29 gennaio avrebbe potuto avere sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Il documento dell’OHCHR indica come potenziali persone interessate circa dieci milioni di cubani.
È uno degli elementi che rendono particolarmente complesso il dibattito sull’isola. La crisi cubana non può essere spiegata attraverso una sola causa. Da una parte vi sono le conseguenze delle sanzioni e delle restrizioni statunitensi, dall’altra problemi strutturali interni: una rete energetica invecchiata, difficoltà produttive, carenze di investimenti, inefficienze burocratiche e una profonda crisi economica che dura ormai da anni.
Lo stesso Vasapollo, pur contestando radicalmente la politica statunitense, riconosce che Cuba non può attribuire ogni propria difficoltà esclusivamente all’esterno. “Cuba può e deve essere criticata”, afferma. “Nessuno Stato è perfetto e nessuna esperienza storica può essere considerata immune dagli errori. Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, scelte economiche che possono essere messe in discussione. Il governo cubano deve correggere ciò che non funziona e deve offrire soprattutto ai giovani nuove possibilità di lavoro, formazione e vita.
Ma una cosa è criticare una politica economica e un’altra è utilizzare una pressione economica esterna per rendere più difficile il funzionamento dell’intero Paese”.
È una distinzione decisiva per comprendere il dibattito attuale. Washington sostiene che le proprie misure siano dirette contro il governo cubano e che l’obiettivo sia favorire cambiamenti economici e politici. L’Avana sostiene invece che le sanzioni producano effetti sproporzionati sulla popolazione e sull’intero sistema economico. La realtà quotidiana, intanto, è fatta di scarsità.
“Quando manca il combustibile non si ferma soltanto l’automobile”, spiega Vasapollo. “Si fermano gli autobus, diventa difficile raggiungere il lavoro, diventa più complicato trasportare gli alimenti, mantenere operative le strutture sanitarie, muovere le merci. E quando manca l’elettricità non si spegne soltanto una lampadina. Se non funzionano le pompe, manca anche l’acqua. Se gli ospedali devono lavorare con una disponibilità energetica insufficiente, una difficoltà tecnica può trasformarsi in un problema umano”.
Proprio la dimensione sanitaria è una delle più delicate. L’elettricità è indispensabile per apparecchiature, refrigerazione, sale operatorie, laboratori e distribuzione dei medicinali. In un sistema già sottoposto a forti restrizioni, ogni interruzione può moltiplicare gli effetti della crisi.
“Ecco perché dico che l’economia non è soltanto un grafico”, insiste Vasapollo. “Dietro una sanzione, dietro una restrizione commerciale, dietro una difficoltà finanziaria ci sono persone concrete. Ci sono bambini, anziani, malati. Ci sono famiglie che devono decidere come utilizzare l’acqua che hanno a disposizione. Ci sono lavoratori che non riescono a raggiungere il proprio posto di lavoro. Ci sono ospedali che hanno bisogno di energia e medicinali. Non possiamo discutere di geopolitica dimenticando i corpi delle persone”.
Uno degli elementi più controversi emersi nelle ultime settimane riguarda le merci destinate all’isola. Il governo cubano ha denunciato a fine luglio la presenza di oltre 7.000 container bloccati o ritardati in porti internazionali, sostenendo che contengano alimenti, medicinali, materiali per il settore energetico e risorse per la rete idrica.
La cifra proviene dalle autorità cubane e non è stata verificata indipendentemente nella sua interezza, ma la denuncia si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà logistiche e finanziarie.
“Bisogna essere prudenti nel presentare questi numeri”, osserva Vasapollo. “Sono dati forniti dalle autorità cubane e devono essere indicati come tali. Ma il problema che descrivono è reale: le sanzioni non producono effetti soltanto sull’azienda direttamente colpita. Possono coinvolgere banche, assicurazioni, compagnie di navigazione, operatori commerciali. Un’impresa può decidere di non lavorare con Cuba non perché quella specifica merce sia necessariamente vietata, ma perché teme conseguenze finanziarie o sanzionatorie”.
Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore energetico. Nel marzo scorso gli Stati Uniti hanno autorizzato alcune operazioni relative al petrolio russo, ma il quadro delle esenzioni e delle restrizioni nei confronti di Cuba è rimasto complesso. Parallelamente, Washington ha consentito esportazioni limitate di carburante verso imprese private cubane, mentre la pressione sul settore energetico statale è rimasta molto forte.
La stessa Russia ha cercato di intervenire. Ad aprile Mosca ha confermato il proprio sostegno a Cuba e ha ricordato la consegna di circa 700 mila barili di greggio attraverso la petroliera “Anatoly Kolodkin”, destinati a dare sollievo al sistema energetico cubano. Ma un singolo carico non può risolvere una crisi strutturale.
“Una petroliera può aiutare, può dare respiro, ma non risolve il problema di un’intera economia”, osserva Vasapollo. “Cuba ha bisogno di una strategia energetica strutturale, di investimenti, di infrastrutture moderne, di diversificazione delle fonti. Ha bisogno di sviluppare le energie rinnovabili e soprattutto il fotovoltaico. Non si può pensare che la soluzione sia semplicemente aspettare il prossimo carico di petrolio”.
E qui emerge un altro aspetto del viaggio raccontato dall’economista: la capacità di adattamento della società cubana. “Ho visto una grande capacità di solidarietà”, racconta. “Una famiglia che ha un po’ d’acqua la divide con quella vicina. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi dispone di un’automobile cerca di accompagnare altre persone. Durante i blackout la gente scende in strada, si incontra, parla. Ho visto una comunità che cerca continuamente soluzioni”.
Una solidarietà che Vasapollo definisce “resistenza creativa”, ma sulla quale pone immediatamente un limite: “Non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. È bello vedere che le persone si aiutano, ma non è bello che siano costrette a farlo perché manca un bene essenziale. Un popolo ha diritto all’acqua, all’elettricità, ai trasporti e alle medicine. La solidarietà non può diventare il sostituto permanente dei servizi pubblici”.
È proprio sul concetto di “guerra economica” che si concentra la parte più politica del suo ragionamento. Vasapollo arriva a utilizzare anche la parola “genocidio”, una definizione che deve però essere distinta dalla qualificazione giuridica del genocidio nel diritto internazionale.
“Capisco che sia una parola enorme”, riconosce. “E sono disposto a discutere sul piano giuridico. Non sto dicendo che Cuba sia teatro di una guerra convenzionale o che la situazione sia identica a quella di un genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali. Sto dicendo che bisogna interrogarsi sulle conseguenze di politiche che colpiscono beni essenziali e che producono sofferenza sulla popolazione”.
Il punto, dunque, è distinguere tra una valutazione politica e una definizione giuridica. Gli esperti ONU hanno espresso preoccupazione per le conseguenze delle misure statunitensi sui diritti umani, ma ciò non equivale a una qualificazione giuridica della situazione cubana come genocidio.
Anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite continua, intanto, a chiedere la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Nell’ultima votazione del 29 ottobre 2025, la risoluzione è stata approvata con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni.
Il dato testimonia l’ampiezza del dissenso internazionale nei confronti della politica dell’embargo, ma non chiude il dibattito sulle responsabilità interne cubane. La crisi dell’isola resta il risultato di fattori intrecciati: il peso delle sanzioni e dell’isolamento finanziario, le difficoltà energetiche, la fragilità produttiva, gli errori di politica economica e le conseguenze di anni di crisi. È proprio questa complessità che dovrebbe impedire sia la demonizzazione sia la santificazione.
Vasapollo non nasconde la propria vicinanza alla Rivoluzione cubana. Ma sostiene che la solidarietà con Cuba non debba necessariamente coincidere con un’adesione acritica al governo dell’Avana. “Si può criticare il sistema cubano e contemporaneamente essere contrari al blocco”, afferma.
“Si può essere cattolici, liberali, socialisti, conservatori e avere opinioni differenti sul socialismo cubano, ma incontrarsi su un principio fondamentale: non si colpisce una popolazione per ottenere un cambiamento politico. Se un bambino ha bisogno di un medicinale, non gli si domanda quale sistema economico preferisca sua madre. Se una famiglia non ha acqua, non le si chiede se voti per il Partito comunista. Prima viene la persona”.
Questa affermazione apre anche un capitolo delicato: quello dei diritti politici e religiosi a Cuba. La storia dei rapporti tra Rivoluzione e Chiesa cattolica è stata lunga e contraddittoria. Nei primi anni Sessanta vi furono espulsioni di sacerdoti, nazionalizzazioni delle scuole religiose e un forte irrigidimento nei rapporti con le confessioni. Ma sarebbe altrettanto fuorviante descrivere la situazione del 2026 come se fosse rimasta congelata a quella stagione.
Il dialogo con la Chiesa si è progressivamente riaperto. Nel 1985 Fidel Castro affrontò per 23 ore con il domenicano brasiliano Frei Betto il rapporto tra marxismo, cristianesimo e Rivoluzione, in conversazioni poi raccolte nel volume “Fidel y la religión”. La svolta ebbe poi una forte dimensione internazionale con la visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio 1998. Il Papa incontrò le autorità e la comunità cattolica e insistette sulla necessità che la Chiesa potesse vivere e operare nella società cubana.
La formula con la quale quella visita è rimasta impressa nella memoria collettiva sintetizzava una prospettiva che andava oltre la contrapposizione ideologica: “Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba”. È una frase che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.
Perché Cuba ha bisogno di aprirsi, di modernizzare la propria economia, di affrontare le proprie inefficienze, di offrire prospettive ai giovani e di continuare a confrontarsi sul terreno dei diritti e delle libertà. Ma anche il mondo ha bisogno di aprirsi a Cuba, evitando che l’isola venga ridotta a un simbolo della Guerra fredda o a un semplice campo di battaglia nella contrapposizione tra Washington e i suoi avversari.
“Non voglio consegnare l’immagine di una Cuba paradisiaca”, precisa Vasapollo. “Non sarebbe seria. Ci sono problemi enormi. Ci sono persone che vogliono partire, giovani che cercano opportunità altrove, cittadini che criticano il governo e che desiderano cambiamenti. Tutto questo esiste. Ma esiste anche una società che conserva forme importanti di solidarietà e di comunità. E soprattutto esiste un popolo che non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica”.
È probabilmente questo il punto più significativo del suo racconto. Non si tratta di stabilire se Cuba sia un modello perfetto o un fallimento storico. Si tratta di capire se sia moralmente accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come leva per ottenere un mutamento politico.
La domanda riguarda anche l’Occidente. Perché la discussione sulle sanzioni non dovrebbe essere separata dalla discussione sui loro effetti. Se una politica estera produce conseguenze su acqua, salute, alimentazione, istruzione ed energia, la responsabilità di chi la decide non può fermarsi davanti alla porta dell’ufficio dove quella politica viene firmata. Il paradosso è che una misura economica appare astratta finché non arriva all’ultimo anello della catena.
“Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi in un’ambulanza che non parte, in una pompa che non porta acqua al quinto piano, in un frigorifero spento o in un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente”, osserva Vasapollo.
“Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare. La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci per costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi”.
La Cuba del 2026 appare così sospesa tra emergenza e trasformazione. La crisi energetica costringe il Paese a cercare nuovi fornitori, a sperimentare nuove forme di approvvigionamento e a guardare alle rinnovabili. La scuola deve affrontare una grave carenza di insegnanti e materiali, mentre i blackout continuano a condizionare la vita quotidiana. Non è una fotografia di stabilità. Ma neppure può essere ridotta a quella di un Paese semplicemente “messo in ginocchio” da un solo fattore.
“Non dobbiamo scegliere tra difendere Cuba e criticare Cuba”, conclude Vasapollo. “Possiamo fare entrambe le cose. Possiamo chiedere più diritti, più efficienza, più partecipazione e più opportunità per i giovani e contemporaneamente chiedere la fine delle politiche che colpiscono la popolazione. Possiamo sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità senza trasformare il governo cubano in un oggetto di culto. La solidarietà non è una canonizzazione politica”.
È una distinzione importante anche per un giornalismo che voglia sottrarsi alla propaganda. Cuba non è un paradiso. Non è neppure soltanto una dittatura caricaturale raccontata attraverso categorie ferme alla Guerra fredda. È un Paese reale, con una storia rivoluzionaria, un sistema politico specifico, risultati sociali riconosciuti, limiti e contraddizioni, una crisi economica profonda e una popolazione che oggi paga il prezzo di una combinazione di problemi interni e pressioni esterne.
E forse la domanda più urgente non è stabilire chi abbia l’ultima parola sulla Rivoluzione. È capire se, nel mondo contemporaneo, sia ancora possibile perseguire obiettivi politici senza trasformare l’acqua, l’energia, il cibo e le medicine in strumenti di contesa. Perché una guerra che non fa rumore può essere comunque una guerra. E quando entra nelle case, la prima responsabilità della politica dovrebbe essere quella di farla uscire.
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