Il piano di pulizia etnica per Gaza attende solamente il via libera di Washington. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale ha ribadito senza mezzi termini che il governo non considera chiusa l’ipotesi di un esodo forzato dei residenti palestinesi. “In definitiva – ha detto Katz – non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo“.
Il ministro di Tel Aviv continua a parlare del progetto turistico da costruire sulle rovine della Striscia. L’ostacolo principale all’attuazione immediata risiede nel consenso internazionale e, soprattutto, nell’approvazione degli Stati Uniti. Sia chiaro: le potenze occidentali sono assolutamente compartecipi del genocidio dei palestinesi, e in UE ancora si fa fatica a mettersi d’accordo sulle sanzioni ai coloni.
L’approvazione deve però arrivare anche dai paesi limitrofi, per i quali la questione palestinese è un delicato tema di migrazioni e anche di normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista. Secondo quanto riferito da Katz, il piano della riviera turistica non è stato accantonato ma temporaneamente congelato dal presidente statunitense Donald Trump per le pressioni dei governi arabi, che avrebbero offerto aperture su investimenti economici e sul disarmo di Hamas pur di scongiurare l’espulsione di massa.
I paesi teoricamente disponibili a ricevere quote di rifugiati pretendono garanzie politiche ed economiche dalla Casa Bianca prima di qualsiasi mossa. L’Egitto, per bocca del presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha ribadito il no categorico all’uso del valico di Rafah o del Sinai per il transito degli sfollati, minacciando reazioni di piazza.
Katz ha in pratica spiegato che Tel Aviv attende un cambiamento nel contesto tattico: Israele ha calpestato il cessate il fuoco, e ora attende che la situazione diventi insostenibile per poi addossare ad Hamas il mancato rispetto degli accordi, così da avere la scusante per finire il lavoro di pulizia etnica.
Mentre il ministro della Difesa delineava gli scenari futuri, Benjamin Netanyahu ha compiuto un’ispezione presso le postazioni avanzate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’interno di Gaza, lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, la fascia che delimita l’area della Striscia ancora sotto occupazione sionista.
Il primo ministro israeliano aveva annunciato la volontà di espandere il controllo militare nell’enclave al 70% del territorio lo scorso maggio, ben oltre ciò che era stato definito col cessate il fuoco, a dimostrazione di come sia Tel Aviv a non rispettare gli accordi, con la speranza o di costringere Hamas a reagire o di portare i palestinesi a scappare dalla loro terra.
Del resto, il trasferimento forzato dei palestinesi viene anche definito come una migrazione “volontaria” dai vertici sionisti: quanto può essere volontario il dover fuggire da un cumulo di macerie un tempo chiamato casa? Ma Gaza non è l’unico “fronte” su cui Katz si sta muovendo, anche in vista delle prossime elezioni.
Se a Gaza l’obiettivo dichiarato rimane la pulizia etnica, in Cisgiordania si sta vivendo una contrapposizione aperta tra i diversi corpi di sicurezza dello Stato ebraico. La scintilla è scoccata a seguito delle violenze registrate nel villaggio palestinese di Al-Mughayyir, nei pressi di Ramallah. L’intervento dei soldati è degenerato in pesanti scontri nei quali due diciannovenni palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei militari.
L’episodio ha fatto emergere un durissimo scontro ai vertici: il comandante della polizia israeliana per il distretto di Giudea e Samaria, Moshe Pinchi, ha attaccato pubblicamente l’operato dell’IDF, affermando che i militari avrebbero dovuto procedere all’arresto immediato dei coloni responsabili dei disordini anziché limitarsi a disperderli.
La frizione assume inoltre un chiaro peso politico: lo stesso ministro Katz ha recentemente disposto il trasferimento della giurisdizione e del controllo sui coloni in Cisgiordania dalle gerarchie militari alla polizia civile. Una mossa in cui si può leggere il preludio alla normalizzazione burocratica e a un’annessione de facto dei territori occupati. Mossa non a caso accolta calorosamente dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.
Le elezioni che si avvicinano determineranno le modalità con cui si vuole procedere agli ultimi atti del genocidio dei palestinesi, orizzonte condiviso da buona parte della società israeliana. Negli ultimi mesi, è evidente che ci sia il tentativo di fare ampia leva sul movimento dei coloni per assicurarsi una maggioranza che non si farà fermare dalle apparenze.
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