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Bombe e occupazione in Libano: Sabra e Chatila al tempo del genocidio

Nell’ottobre 2022 il rappresente dell’UE per la politica estera, Joseph Borrell, con linguaggio neocoloniale, descriveva la stessa UE e l’Occidente come ciò che di meglio al mondo potesse essere costruito, come l’emblema assoluto della civiltà, al contrario del resto del mondo: una giungla di selvaggi dai quali proteggersi, ma soprattutto da civilizzare.

I territori del Libano, attraversati anche quest’anno dalla delegazione del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila e il diritto al ritorno, raccontano esattamente il contrario, perché l’imperialismo e il sionismo non sono mai concetti astratti, ma si sostanziano nella barbarie dell’occupazione e dei bombardamenti, nella vita dei campi profughi, nella tragedia di due popoli quello libanese e quello palestinese, uniti da una strada di sangue e di Resistenza.

Le condizioni di vita dei campi di Chatila e degli altri campi in cui è presente e instancabile l’ong Beit Aftal Assomud, la Casa dei figli della Resistenza, oltre ad un’UNRWA indebolita dalle accuse di terrorismo, testimoniano l’essere non luogo di tutti i poveri del mondo, con disumano sovraffollamento, più di 30mila persone strette in un km quadrato, con patologie fisiche e psicologiche, un sistema fognario e idrico inefficiente, cavi elettrici sul capo e rivoli di acqua e fango tra i piedi nelle strade, disoccupazione alle stelle e una scolarizzazione fortemente insufficiente alle esigenze dei bambini e degli adolescenti.

E allora appartiene alla Resistenza libanese la storia della tigre e la gazzella che ascoltiamo a Ghobeiry: c’era una volta una tigre che aveva adocchiato una gazzella per farne preda. La osserva da ogni lato, per capire quale sia la parte migliore per aggredirla. Ma osservandola, si accorge che è incinta. E allora rinuncia ad attaccarla. Come è possibile, termina il racconto, che un animale abbia sentimenti e i sionisti no?

Ai sionisti, criminali e terroristi, non basta neppure uccidere, uccidono due volte: bombardano un funerale di civili in un villaggio della Bekaa distruggendo due intere famiglie donne e bambini, e colpendo le tombe dei martiri già sepolti.

I sionisti sono la causa di 1 milione di rifugiati e sfollati su 4 milioni di libanesi, il 25% della popolazione, e oggi di 280.000 sfollati dal sud occupato, il 7% del territorio libanese, che trovano solo in parte accoglienza nei campi profughi di Tiro, dimora dei profughi armeni fino alla metà del secolo scorso, dei palestinesi poi e oggi anche degli stessi libanesi.

Libano come Gaza: prima bombardamenti, distruzioni e terra bruciata, poi i criminali sionisti occupano i villaggi ormai rasi al suolo. Sono 65 i villaggi del sud distrutti. Gli sfollati non hanno più nulla.

E dunque prima esisteva la causa palestinese, oggi esiste la causa palestinese-libanese.

Il Libano, con un governo alla mercé degli americani che non fanno mai mancare il loro appoggio ai sionisti, e un potere d’acquisto diminuito del 66% in una dinamica salariale che non raggiunge i 400 dollari al mese.

Il Libano, dove il 50% degli abitanti ha abbandonato o sta abbandonando il paese e chi resta vive con gli aiuti dei familiari all’estero.

Il Libano, con i bambini che chiedono l’elemosina la sera nelle strade buie del centro di Beirut.

Il Libano le cui sorti sono nelle mani delle Resistenze libanese e palestinese, dei comunisti libanesi, mentre i collaborazionisti palestinesi dell’ANP lavorano al disarmo dei campi, tragico preludio di massacri, come accadde esattamente 44 anni fa a Sabra e Chatila.

Il Libano, oggi un campo di battaglia tra tante battaglie, nello scontro tra mondo unipolare e multipolare, quello unipolare in declino, che ha fatto carta straccia del diritto internazionale e della Carta dei diritti dell’ONU, con gli USA che non riescono più a fare i gendarmi del mondo se non con guerre, genocidi, aggressioni militari e embarghi vigliacchi, da Gaza al Libano all’Iran, al Venezuela a Cuba, e un mondo multipolare sempre più necessario passaggio storico per porre equilibri di pace e rompere la morsa dell’imperialismo occidentale.

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