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Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie ed il ritiro USA

Il 30 settembre, formalmente, è fissata una doppia deadline in Iraq, ovvero il ritiro delle truppe straniere ed il disarmo di tutte le milizie non statali, con l’integrazione dei propri membri all’interno delle catene di comando dell’esercito centrale.

Ovviamente, l’amministrazione statunitense ha affermato di legare il proprio ritiro al disarmo delle milizie, essendo queste ultime per la grande maggioranza appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), filoiraniane.

Le PMF hanno già una copertura legale che le include formalmente sotto il Ministero della Difesa Iracheno, sin da quando, grazie alla loro azione, impedirono all’Isis di arrivare a Baghdad. Tuttavia, posseggono arsenali propri non censiti e, soprattutto, il controllo diretto di punti strategici del paese, quali alcuni quartieri della cintura di Baghad e alcuni punti di confine con la Siria, a diretto contatto con i nemici qaedisti sotto il comando di Al-Jolani.

Anche le YBS, ala yazida del PKK – la cui amministrazione autonoma del Sinjar non è mai stata riconosciuta da Baghdad – sono parte delle PMF; nel loro caso, anche la Turchia spinge per la dissoluzione, seguendo l’esempio delle Ypg.

Dal punto di vista pratico, il compito che si è proposto il governo centrale è quello di smantellare le aree di “amministrazione autonoma” e i checkpoint in possesso di queste milizie e di subordinarne i membri all’esercito centrale, pensionando o destinando ad altre attività i capi.

Il Primo Ministro Zaidi motiva la richiesta di smantellamento delle PMF con il fatto che esse, effettuando attacchi contro assets statunitensi e partecipando alle risposte iraniane contro l’aggressione, coinvolgono il paese in guerre in cui dovrebbe stare fuori e minaccia di colpire con le leggi antiterrorismo coloro i quali non rispetteranno la deadline di fine settembre. In cambio, più o meno sottobanco offre posti di sottogoverno o asset economici ai capi.

Gli USA, come detto, minacciano di non completare il ritiro e di sanzionare anche il governo centrale, se quest’ultimo non riuscirà a mettere sotto controllo le milizie; si ricorda che i proventi del petrolio iracheno sono tutt’ora a disposizione di un fondo controllato dal Pentagono. Per forzare la mano, assieme all’Arabia Saudita, a fine luglio il Centcom ha effettuato un attacco aereo contro le PMF, provocando una ventina di morti.

All’interno delle PMF, il panorama è frastagliato.

Le Brigate della Pace, legate a Moqtada al Sadr, già in giugno hanno annunciato il proprio smantellamento, la consegna delle armi all’esercito ed il passaggio a movimento meramente politico/parlamentare. Così hanno fatto anche una serie di milizie minori, createsi appositamente nel 2014 in risposta una fatwa del Grande Ayatollah Al-Sistani per difendere i luoghi sacri dell’Islam sciita dall’Isis.

Non vogliono, invece, saperne una serie di milizie più numerose e meglio armate, legate più strettamente all’Iran e preesistenti alla lotta all’Isis, che combattono da sempre l’occupazione statunitense. Parliamo, ad esempio, di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.

Queste ultime, per il loro scioglimento pongono condizioni impossibili da soddisfare per il Premier Zaidi: oltre al ritiro completo di tutte le truppe straniere, la fine del saccheggio delle risorse irachene da parte degli USA, l’estensione del provvedimento di disarmo ai peshmerga curdi e lo smantellamento della Regione Autonoma Curda, vista come un asset degli occupanti.

Man mano che la deadline si avvicina, la situazione si fa sempre più tesa. Per inviare un segnale, il governo centrale ha effettuato un’operazione di polizia in cui sono stati arrestati dei dirigenti di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.

Da parte sua l’Iran cerca di gettare acqua sul fuoco, spingendo le milizie sue alleate ad evitare atteggiamenti estremisti. Recentemente si sono recati a Baghdad il capo delle milizie Quds Qaani ed il Presidente del Parlamento Ghalibaf, per effettuare colloqui riservati sia con i capi delle PMF, sia con i vertici del governo centrale.

In particolare, i due avrebbero chiesto alle milizie di smantellare alcuni checkpoint molto visibili e di portare allo scoperto, sotto controllo formale delle strutture delle PMF, anche la parte dei propri arsenali non censita. Ovviamente, di consegna delle armi non se ne parla, ma c’è anche l’ordine di evitare scontri fisici.

Inoltre, Teheran ha smesso di coinvolgere le milizie più esposte nei propri incessanti attacchi contro i gruppi curdo-iraniani di opposizione e le basi statunitensi presenti nella Regione Autonoma Curda.

Su tutte queste vicende vige un interrogativo di fondo: gli USA e le truppe occidentali si ritireranno davvero il 30 settembre? Difficile solo pensarlo, dopo anni e anni di scadenze non rispettate e vista l’inaffidabilità ripetutamente dimostrata dagli USA.

L’esisto di questo processo è molto importante, perché rischia di influenzare analoghi tentativi di disarmo in corso contro Hezbollah e la Resistenza Palestinese.

La legittima aspirazione di creare istituzioni centrali forti, insomma, sta diventando un pretesto per smantellare la Resistenza contro le guerre imperialiste e sioniste.

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