«Di fronte al nuovo scenario delle relazioni internazionali per lo sviluppo produttivo del paese»: è il titolo del comunicato con il quale il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), esprime pieno sostegno alla «compagna Delcy Rodriguez, presidente ad interim della Repubblica, in merito agli accordi firmati con Washington in materia energetica».
Il venezuela, tanto più dopo il terremoto e le prolungate sanzioni, deve «sfruttare tutti gli strumenti possibili, nel quadro costituzionale, per mettere le immense riserve di idrocarburi al servizio dello sviluppo nazionale». Il comunicato chiede unità per «affrontare questa nuova fase con intelligenza strategica, unità popolare e coscienza rivoluzionaria, con coesione interna e vigilanza patriottica». Immancabile il motto finale: ¡Unidad, lucha, batalla y victoria!.
Ma il sito Resumen latinoamericano riporta il comunicato con una premessa esplicita: «Il presidente genocida Donald Trump e la presidente incaricata Delcy Rodriguez annunciano un accordo dalle caratteristiche coloniali». Sui social, appaiono commenti di questo tipo: «Mi dispiace per la base del Psuv, sono sicuro che molta gente valida là dentro non è d’accordo».
Ha da tempo posizioni opposte a quelle del governo di Caracas il Partito comunista venezuelano (Pcv), bandito già all’epoca di Nicolás Maduro. Sulle trattative con gli Usa si era già espresso in modo perentorio; si attende il prossimo comunicato.
Un’analisi, dell’economista venezuelano Andrés Giussepe, specialista di politiche energetiche, sul sito Aporrea, è pungente fin dal titolo: «Il giorno in cui un governo senza mandato in Venezuela ci ha riportato all’era delle concessioni». Nessuno ha mostrato il contratto completo, e intanto il paese patisce scarsità di combustibile nei distributori, «un’asimmetria che riassume l’accordo».
Giussepe conclude così: «Una risorsa che appartiene a tutti i venezuelani, presenti e futuri, viene impegnata per un secolo, un’ipoteca generazionale, senza che la maggioranza di quei venezuelani abbia visto il contratto, espresso un parere al riguardo o scelto chi lo ha firmato»; dunque, è l’esortazione, «ogni cittadino – chavista, dell’opposizione o indifferente – dovrebbe pretendere di sapere cosa è stato firmato e a nome di chi».
Un altro commento attualizza l’affermazione sarcastica dello spagnolo Gabriel Rufián, portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya al Congresso dei Deputati spagnolo: «Che fortuna hanno gli Stati uniti, ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio, vero?».
Quanto all’opposizione di destra, il primo a esprimersi sull’accordo è stato Juan Pablo Garipa, ex vicepresidente dell’Assemblea nazionale; se la cava chiedendo una «lettura calma» dell’accordo, riconosce che «il Venezuela aveva bisogno di grandi investimenti privati esteri per recuperare anni di degrado dell’industria petrolifera» e conclude che «tutto dipenderà dagli effetti che ci saranno sulle condizioni di vita dei venezuelani». Ma «l’accordo sarà benefico per entrambe le parti solo con libere elezioni».
Giorni fa a Caracas, secondo un video pubblicato sui social e rilanciato da Resumen, sono stati rimossi dalla facciata del Palazzo di Giustizia i manifesti giganti con i volti di Hugo Chávez e Simón Bolívar, sostituiti con due striscioni «Plan Venezuela Renace». Non sarebbe la prima volta; a giugno è avvenuto nello Stato di Táchira suscitando le ire del governatore e dei cittadini.
E intanto, la prospettiva di una sovranità petrolifera, funzionale anche alla diversificazione dell’economia, perfino all’ecosocialismo che aveva conosciuto diversi tentativi in epoca chavista, pare una speranza archiviata.
* da il manifesto
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