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Proteste in Corea del Sud contro il coinvolgimento nelle guerre statunitensi

Nelle ultime settimane, le installazioni militari statunitensi nella penisola coreana sono diventate il bersaglio di un’ondata di insofferenza popolare, alimentata sia dai timori di un trascinamento della Corea del Sud nei conflitti del Medio Oriente, sia da contrasti sulla sovranità economica e industriale del paese.

Non manca la presenza di partiti nei presidi e nelle manifestazioni, ma sono soprattutto comitati civici, gruppi universitari e i giovani in generale a essere protagonisti delle proteste. L’epicentro delle mobilitazioni di piazza si è concentrato a Pyeongtaek, circa sessanta chilometri a sud della capitale, davanti allo Yoon Gate di Camp Humphreys.

L’installazione, considerata la più estesa base militare statunitense all’estero, ha visto radunarsi molti manifestanti intorno al suo perimetro, per contestare l’ipotesi di un coinvolgimento sudcoreano a supporto delle forze stelle-e-strisce nello Stretto di Hormuz.

A innescare la mobilitazione è stata la decisione del Ministero della Difesa di Seoul di inviare una squadra di valutazione in Medio Oriente per monitorare sul posto la situazione dello stretto. Una scelta che una parte consistente dell’opinione pubblica ha letto come il primo passo verso un futuro dispiegamento operativo a fianco di Washington contro Teheran.

Il governo guidato da Lee Jae Myung si trova stretto tra le pressioni dell’alleato storico e le rimostranze interne. Per arginare le polemiche, la portavoce del Ministero della Difesa, Chung Binna, ha chiarito che il team tecnico inviato nell’area aveva il solo obiettivo di valutare il quadro politico e di sicurezza per garantire la libertà di navigazione.

Tuttavia, il pressing diplomatico resta evidente. A margine del vertice ASEAN dello scorso luglio, tenutosi a Manila, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, aveva ricordato come la messa in sicurezza delle rotte marittime di Hormuz rispondesse in primis agli interessi di Seoul, la cui economia manifatturiera dipende in larghissima misura dal petrolio e dal gas naturale provenienti dal Golfo.

A inizio agosto, la protesta era già cominciata, e con toni nettamente radicali. Otto studenti universitari (quattro uomini e quattro donne), affiliati alla Korean Progressive University Student Union (KPUSU), avevano tentato di forzare i varchi ed entrare nella base aerea di Osan (K-55), sede strategica della 7ª Forza Aerea statunitense.

Sei di loro sono riusciti a penetrare oltre il cancello principale, intonando slogan ostili alla presenza aerea stelle-e-strisce, prima di essere bloccati dal personale di sorveglianza militare statunitense e consegnati alla polizia locale. Tra i motivi del malcontento cavalcato dai giovani ci sono anche i rischi ambientali legati alle installazioni del Pentagono, tra cui un recente episodio di fuoriuscita di fosforo bianco avvenuto proprio all’interno dello scalo di Osan.

Secondo le rivendicazioni diffuse dal gruppo studentesco, il blitz mirava a denunciare non solo il militarismo statunitense, ma anche le presunte ingerenze di Washington nei progetti industriali nazionali: in particolare, l’opposizione USA alla rilocalizzazione dell’aeroporto di Gwangju, tassello necessario per la costruzione del nuovo maxi-polo nazionale dei semiconduttori.

Il dossier su Hormuz è stato sicuramente anche sul tavolo del Korea-US Integrated Defense Dialogue, confronto biennale di alto livello sui temi della sicurezza, tenutosi a Busan pochi giorni fa, e a cui hanno partecipato anche il viceministro della Difesa sudcoreano Kim Hong Cheol e il vicesegretario aggiunto statunitense George Lemeur.

La Corea del Sud è stata per decenni, in sostanza, un’area occupata dagli Stati Uniti, e ancora oggi rappresenta un avamposto centrale della cintura di controllo sul quadrante del Pacifico. Eppure, queste vicende evidenziano come le contraddizioni del mondo unipolare che si dissolve stia smuovendo qualcosa anche nell’opinione pubblica sudcoreana. Tra il rifiuto di farsi trascinare in teatri bellici lontani e la richiesta di una politica estera più autonoma, le vicende di Seoul vanno tenute sott’occhio.

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