Lo scontro delle civiltà sta andando in scena all’Onu. Ma il canovaccio è l’esatto opposto della narrazione autocelebrativa in voga dalle nostre parti, perché “la giungla” mostra cervello, resistenza, pazienza criteri che coincidono con un consesso mondiale che si vorrebbe – come da statuto – “tra pari”, anche se completamente diversi per dimensione, peso politico e militare, storia, cultura.
Capi di stato e ministri degli esteri si alternano e mettono in mostra ciò che più preme, a se stessi o al proprio paese. E già qui si possono delineare le prime grandi differenze tra chi parla per rafforzare il proprio ruolo politico interno e chi ragiona su come il proprio paese può e vuole stare in questo mondo.
Due belve senza onore né logica universale si sono distinte su tutti, straparlando solo per farsi notare “in casa”. Nel primo caso, quella statunitense, facendo alzare ed uscire le vittime delle minacce di genocidio in diretta mondiale, nel secondo – l’israeliano nato polacco – sputando in faccia ad un’aula vuota, tranne i complici Usa ed europei, più qualche isoletta-nazione tenuta per la gola.
Basta descrivere le diverse uscite dalla sala per protesta. La delegazione cubana e quella iraniana se ne sono andate davanti alla minaccia di “annientamento” in caso di mancata resa, con l’uso dell’arma atomica contro Tehran e lo strangolamento economico contro L’Avana. E’ la protesta delle vittime davanti alla volontà di proseguire l’assalto.
L’unico funzionario della delegazione statunitense, invece, se n’è andato mentre il presidente Pezeshkian mostrava al mondo le foto dei bambini massacrati a Minab, il primo giorno dell’ultima guerra. E’ una fuga che semina il fetore degli stragisti obbligati a render conto dei propri misfatti in pubblico. L’opposto, insomma.
Il presidente iraniano è un laico, un cardiochirurgo di livello, non un ayatollah né un pasdaran. E’ stato eletto battendo il candidato preferito dal clero. Un “moderato”, secondo la narrativa occidentale.
Un “moderato” capace però di accusare gli Stati Uniti che cercano “di sacrificare la popolazione di un paese per raggiungere i loro obiettivi illegittimi”.
Che ha rivendicato il diritto alla ricerca sul nucleare civile ribadendo che il suo paese è contrario alla proliferazione atomica (“Non chineremo il capo e non rinunceremo al diritto che è intrinsecamente nostro. Lo diciamo chiaramente: niente armi nucleari e nessuna limitazione alla tecnologia nucleare pacifica”).
Che ha denunciato l’osceno “doppio standard” occidentale proprio su questo terreno. In Medio Oriente “le bombe nucleari sono nelle mani del regime israeliano, ma gli ispettori sono invitati a venire in Iran”. E mentre gli “israeliani uccidono, noi siamo sanzionati, siamo puniti”.
Un “moderato” che ha ricordato come “Non si può parlare di pace ignorando la Palestina, che rimane una ferita aperta sulla coscienza della comunità internazionale, e Gaza rimane un simbolo del fallimento dei meccanismi internazionali per prevenire le sofferenze civili”.
“Gaza, nonostante l’uccisione implacabile e la devastazione diffusa, ha rafforzato la fede del popolo nella resistenza, e la resistenza non può essere distrutta da bombe e assedio; questa è la natura umana”.
“Se un essere umano viene cacciato dalla sua terra, resisterà. Se le loro case sono sottoposte a bombardamenti e aggressioni e attacchi, resisteranno; quale altra scelta hanno? Soccombere al bullismo? Essere cacciati dalle loro case, dalle loro terre, e rimanere in silenzio di fronte a queste minacce e pericoli? E quando si difendono, sono etichettati come terroristi”.
Parole nette, pronunciate dal leader di un paese che non ha attaccato nessuno, “Ma lo diciamo chiaramente: per difendere il nostro paese, non chiediamo il permesso o l’approvazione di nessuno”. Perché “i nostri sistemi difensivi sono stati costruiti in modo che nessuno possa pensare che bombardare le città iraniane rimarrà senza risposta”.
Allo stesso tempo, però, conduce trattative anche ai margini dell’Assemblea dell’Onu. Il ministro degli esteri Abbas Araghci si è infatti incontrato per quasi tre ore con i soliti Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero di Trump che cedeva la sua stanza a Netanyahu quando era in visita a New York, prima che diventasse premier…). Com’è ovvio non si sa molto, ma sarebbe stato un dialogo “positivo”, anche per Trump.
Più ricco di dettagli il comunicato stampa di Esmail Baghaei, portavoce di Araghci: “In questo colloquio mediato dal Qatar, durato oltre due ore, sono state trasmesse alla parte americana le posizioni e le condizioni dell’Iran per rilanciare la diplomazia in un modo che non lasci dubbi o ambiguità e non fornisca scuse o pretesti a qualsiasi parte”.
Le richieste dell’Iran per riprendere i negoziati sono in fondo sempre le stesse, dall’inizio unilaterale delle ostilità: “la fine di tutti gli atti di aggressione degli Stati Uniti, come il blocco navale e la guerra economica; la fine della guerra su tutti i fronti; il rilascio di beni iraniani congelati; e l’accettazione di una rotta di navigazione sicura concordata da Iran e Oman.”
Ha chiuso la giornata il ministro degli esteri russo Lavrov, che ha ricostruito tutti i momenti salienti della crisi ucraina, fin dal 2014, ricordando la funzione guerrafondaia ad oltranza dei leader europei (“ormai quasi tutti in pensione”, come Johnson, Hollande, Merkel, Steinmeier) e chiamando anche in causa il ruolo non proprio “super partes” dell’attuale segretario generale, Guterres.
Gli “incivili”, a conti fatti, sono la classe dirigente del presunto “giardino” euro-atlantico. Che ora, per dirne solo una, si ritrovano tra i piedi anche la grana argentina, con “Motosega” Milei – in debito di ossigeno sul fronte interno – che ha riaperto, anche dal podio Onu, la vecchia questione della sovranità sulle Falkland-Malvinas.
Come avevano capito anche i movimenti degli anni ‘60 e ‘70, gli accordi tra i “porci” si possono anche stringere, tanto nessuno di loro pensa mai di rispettarli.
E’ una questione di civiltà….
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