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Vertice dei BRICS+: tra promesse e contraddizioni

Il 18° Vertice dei BRICS, tenutosi a Nuova Delhi dal 12 al 13 settembre, si è svolto in un contesto di eccezionale intensificazione delle contraddizioni internazionali. Le guerre nell’Asia occidentale, le sanzioni unilaterali, le barriere tariffarie e l’uso della finanza e della tecnologia come armi hanno messo in evidenza il carattere fondamentalmente diseguale dell’ordine internazionale dominato dall’imperialismo.

In questo contesto, la continua espansione dei BRICS riflette il desiderio dei Paesi in via di sviluppo di raggiungere una maggiore autonomia strategica e un sistema più democratico di governance globale. Allo stesso tempo, il vertice ha dimostrato che i BRICS+ restano un raggruppamento eterogeneo, i cui membri differiscono sostanzialmente per allineamenti politici e interessi economici.

La Dichiarazione di Nuova Delhi, frutto del vertice, ha ribadito la richiesta di una riforma delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e del sistema commerciale multilaterale. Si è opposta alle sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto un maggiore ricorso al commercio nelle valute nazionali.

La dichiarazione ha inoltre appoggiato una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni le cui regole continuano a essere determinate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste posizioni assumono un’importanza concreta in un momento in cui Washington ricorre sempre più a sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni e controllo dei sistemi di pagamento per disciplinare i Paesi che rifiutano di accettare le sue direttive.

Ambiguità

Tuttavia, il linguaggio attentamente negoziato della dichiarazione ha anche rivelato i limiti dell’allargamento dell’organizzazione. I BRICS+ comprendono ora Paesi sottoposti a una pressione occidentale costante, come Russia e Iran, così come gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati che mantengono ampi legami economici e di sicurezza con l’Occidente.

Di conseguenza, il consenso può essere mantenuto soltanto attraverso formulazioni che riconoscano i conflitti senza identificarne sempre le cause politiche. Questa ambiguità è stata particolarmente evidente nel trattamento riservato dal vertice alla guerra sempre più estesa nell’Asia occidentale e alla posizione assunta dall’Iran.

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha approfittato del vertice per denunciare le sanzioni unilaterali e la guerra di aggressione contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha sottolineato, correttamente, che la resilienza economica non può essere separata dalla pace, dalla sovranità e dalla sicurezza.

L’Iran ha inoltre sostenuto il commercio nelle valute nazionali, un maggiore utilizzo della Nuova Banca di Sviluppo e la costruzione di corridoi indipendenti per i trasporti e l’energia (come ha già fatto attraverso il Pakistan, che ha fornito sei rotte terrestri per consentire alle merci cinesi e russe di entrare in Iran).

Per un Paese sottoposto a decenni di sanzioni, all’esclusione dalle reti finanziarie occidentali e a ripetute minacce di cambio di regime, l’appartenenza ai BRICS+ rappresenta un’importante opportunità diplomatica ed economica.

La posizione dell’Iran, tuttavia, presenta una marcata ambiguità. Teheran presenta i BRICS+ come uno strumento per resistere all’unilateralismo e difendere la sovranità. Allo stesso tempo, deve cercare un accordo con gli Stati vicini del Golfo, molti dei quali sono profondamente integrati con il capitale occidentale e con gli accordi di sicurezza.

L’Iran ha firmato una dichiarazione che chiedeva moderazione e de-escalation, mentre accusava gli Stati Uniti e Israele di aggressione e difendeva le proprie azioni di ritorsione. La sua posizione combattiva nei confronti della pressione iperimperialista si combina quindi con uno sforzo pragmatico per evitare l’isolamento regionale, ottenere un allentamento delle sanzioni e preservare i canali negoziali.

Questo non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’incoerenza. L’Iran si trova ad affrontare una coalizione militare e finanziaria di gran lunga superiore e deve muoversi all’interno di severe limitazioni. Ma ciò illustra anche il problema più ampio che i BRICS+ devono affrontare.

L’opposizione al dominio occidentale non genera automaticamente un programma coerente di natura antimperialista. Gli Stati partecipanti sono Stati capitalisti che perseguono i rispettivi interessi nazionali. Le loro classi dominanti possono opporsi a determinati aspetti dell’egemonia statunitense, pur rimanendo disponibili a raggiungere accordi con la finanza globale o con potenze regionali reazionarie.

Di conseguenza, i BRICS+ costituiscono un terreno di confronto all’interno dell’ordine mondiale in trasformazione, non un’alternativa già costituita all’iperimperialismo.

Partner

L’evento politico più significativo del vertice per l’Asia è stato l’incontro tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping. La prima visita di Xi in India dopo sette anni ha confermato il graduale miglioramento delle relazioni a partire dagli accordi di ritiro militare avviati nel 2024.

I due leader hanno concordato che India e Cina dovrebbero considerarsi partner anziché rivali e affrontare le relazioni bilaterali da una prospettiva strategica di lungo periodo. Hanno inoltre discusso della questione del confine, del commercio, dell’accesso ai mercati e dei problemi delle catene di approvvigionamento.

Qualsiasi miglioramento duraturo nelle relazioni tra India e Cina dovrebbe essere accolto positivamente. Il prolungato confronto seguito allo scontro nella valle di Galwan del 2020 ha danneggiato entrambi i Paesi, ha aumentato la spesa militare e ha rafforzato gli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere l’India nella propria strategia indo-pacifica. Washington ha cercato costantemente di trasformare l’India in un contrappeso strategico alla Cina attraverso il Quad e l’espansione della cooperazione militare e tecnologica.

Pertanto, un confronto continuo tra India e Cina avvantaggia molto più la strategia degli Stati Uniti che gli interessi delle popolazioni indiana e cinese.

La pace e la tranquillità lungo la Linea di Controllo Effettivo restano indispensabili. Gli accordi sul ritiro delle truppe devono essere seguiti da un impegno costante sul piano diplomatico e militare, dalla chiarificazione delle aree contese e dalla rigorosa osservanza degli accordi esistenti.

Non si dovrebbe permettere né alla retorica nazionalista né alla costruzione competitiva di infrastrutture di provocare un nuovo confronto. Le differenze sul confine non possono essere ignorate, ma possono e devono essere gestite senza subordinare l’intera relazione a una rivalità militarizzata.

Le relazioni economiche presentano una contraddizione altrettanto difficile. La Cina è uno dei maggiori partner commerciali dell’India e un’importante fonte di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, apparecchiature per le energie rinnovabili e altri fattori produttivi industriali.

Tuttavia, l’enorme deficit commerciale dell’India nei confronti della Cina riflette sia la debolezza del settore manifatturiero indiano sia gli ostacoli che le esportazioni indiane incontrano sul mercato cinese.

Per affrontare questo squilibrio sono necessari un migliore accesso al mercato, investimenti cinesi realizzati in condizioni trasparenti e, soprattutto, una politica industriale indiana capace di sviluppare la capacità produttiva nazionale. Negli ultimi sei mesi, il commercio bilaterale è aumentato vertiginosamente.

L’approccio del governo Modi ha alternato la dipendenza dalle importazioni cinesi e restrizioni, motivate politicamente, agli investimenti e alla tecnologia cinesi. La sua retorica del “China plus one” non può nascondere il fallimento delle proprie politiche nel generare un’industrializzazione di ampia base. Neppure un più stretto allineamento strategico con gli Stati Uniti può fornire all’India una base manifatturiera indipendente.

Gli Stati Uniti cercano un accesso privilegiato al mercato indiano, mentre ricorrono a dazi, restrizioni tecnologiche e pressioni politiche ogni volta che le politiche indiane si discostano dai loro interessi. L’incoerenza del governo Modi emerge soprattutto dalla sua incapacità di elaborare realmente un’agenda nazionale di sviluppo che sfrutti il dinamismo dell’economia cinese e prenda le distanze da un’America sempre più orientata verso il nazionalismo economico.

La Cina, da parte sua, deve riconoscere che relazioni stabili richiedono sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dell’India. Tra queste vi sono la questione irrisolta del confine, l’accesso diseguale ai mercati e lo squilibrio commerciale.

La considerevole asimmetria tra le due economie rende particolarmente importante la reciprocità. L’appello di Pechino alla collaborazione acquisterà significato soltanto quando sarà accompagnato da misure concrete che consentano a beni e servizi indiani di entrare nel mercato cinese e impediscano che le tensioni sul confine finiscano ripetutamente per oscurare il dialogo politico.

La cooperazione tra India e Cina conferirebbe ai BRICS+ un peso molto maggiore nella lotta per la democratizzazione dell’ordine internazionale. Insieme, i due Paesi rappresentano più di un terzo dell’umanità.

La loro cooperazione potrebbe favorire la riforma delle istituzioni internazionali, il finanziamento climatico, lo scambio di tecnologie, le iniziative di sanità pubblica e un sistema commerciale più equo. Al contrario, un nuovo confronto paralizzerebbe i BRICS+ e consentirebbe alle potenze esterne di sfruttare le divisioni presenti in tutta l’Asia.

Pertanto, l’India dovrebbe seguire una politica estera indipendente basata sulla coesistenza pacifica e non partecipare a un progetto statunitense volto a contenere la Cina.

Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto proposte per la continuità istituzionale, una cooperazione finanziaria più solida e una maggiore resilienza tra le economie in via di sviluppo. Tuttavia, le dichiarazioni avranno un valore limitato se non verranno tradotte in accordi concreti.

La Nuova Banca di Sviluppo dovrebbe ampliare i prestiti nelle valute nazionali e dare priorità alle infrastrutture socialmente necessarie, anziché riprodurre le condizioni e l’orientamento aziendale della Banca Mondiale. I meccanismi di pagamento transfrontalieri dovrebbero essere sviluppati in modo trasparente, senza creare nuove forme di dominio da parte delle economie più forti dei BRICS.

Le forti dichiarazioni a sostegno della Rivoluzione cubana e delle aspirazioni all’autodeterminazione del popolo palestinese dovranno trovare un’applicazione concreta. Riusciranno i BRICS+ a trovare un modo per rompere il crudele e illegale embargo degli Stati Uniti contro Cuba? E i BRICS+ offriranno sostegno alla riattivazione della vita politica palestinese?

I BRICS+ incarnano sia il movimento verso un nuovo equilibrio mondiale sia tutte le contraddizioni di tale movimento. Il cauto riavvicinamento tra India e Cina è un esempio di questa contraddizione, poiché combina il riconoscimento della reciproca dipendenza con una sfiducia strategica ancora irrisolta.

Il futuro dei BRICS+ dipenderà dalla capacità di gestire pacificamente tali contraddizioni e dal fatto che la cooperazione produca benefici tangibili per i lavoratori, invece di limitarsi ad ampliare il margine di manovra delle classi dominanti nazionali.

Per l’India, la strada da seguire è chiara: ristabilire relazioni normali e pacifiche con la Cina, resistere all’inserimento nella strategia militare degli Stati Uniti, opporsi all’aggressione e alle sanzioni unilaterali contro l’Iran e lavorare per un ordine multilaterale autenticamente democratico.

Ci sarà un nuovo equilibrio mondiale soltanto quando il dominio iperimperialista verrà limitato e aumenteranno la sovranità e le possibilità di sviluppo dei popoli. Il vertice di Nuova Delhi ha segnato un ulteriore passo in questa controversa transizione, ma la direzione e il contenuto sociale dell’ordine emergente rimangono oggetto di lotta politica.

* da GlobeTrotter

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