Dar conto di un vertice tra i presidenti delle due maggiori superpotenze mondiali è il classico esercizio di giornalismo “al buio”. Quel che si dicono i due è ovviamente filtrato dai rispettivi uffici stampa, quasi sempre anche concordato tra loro. Qualche dettaglio in più, altrettanto pilotato, arriva ai giornalisti che hanno qualche “contatto” tra i funzionari che assistono agli incontri.
La parte sostanziale viene peraltro discussa tra gli “sherpa”, ovvero i dirigenti dei vari settori economici, politici, militari che costituiscono il vero focus di ogni vertice. Da lì arriva poco o nulla, e quel poco richiede in genere una conoscenza approfondita dei problemi, il che esclude la quasi totalità della stampa, ormai ridotta a “porgitori di microfono” che solo raramente si sente in dovere di fare anche domande.
La valanga di articoli e servizi televisivi che ne discende sono quindi in genere “interpretazioni” del linguaggio diplomatico, che ha una serie di termini standard per indicare lo stato delle relazioni tra i due paesi, sia sul piano “storico” che immediato. Un “confronto franco” sta ad indicare un dialogo tra sordi ai confini della rissa verbale, uno “costruttivo” sta invece per qualche avanzamento in alcuni settori, e così via.
Ovviamente, anche le interpretazioni sono diverse a seconda degli interessi nazionali, aziendali (i media hanno dei proprietari che quasi sempre sono industriali con il core business in altri comparti), la stagione politica, ecc.
Tutta la premessa serve a dire che il confronto tra Trump e Xi, in quel di Washington, nel mentre all’Onu prosegue la passerella dei leader del resto del mondo, si va svolgendo sotto il segno del “bel tempo”. “I nostri rapporti mai così buoni”, “un nuovo modello di convivenza”, e giù grandi sproloqui sul sostegno alla “collaborazione” anziché alla “competizione”.
La realtà è naturalmente assai più complessa. Per esempio è certamente vero che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – secondo due modelli ormai decisamente differenti, di cui quello “autoritario e centralista” è paradossalmente la versione Usa – è uno dei capitoli più importanti ed urgenti di questo vertice.
E’ sicuramente vero che Trump è accompagnato dalla nutrita pattuglia dei “chief executive officer” statunitensi – Elon Musk di X-Grok, Jeff Bezos di Amazon, Zuckerberg di Meta-Facebook, Huang di Nvidia e Altman di OpenAi – ma è altrettanto vero che ai “pari grado” cinesi è stato negato il visto necessario ad entrare negli Stati Uniti.
Buona parte dei grandi capitani d’impresa della Repubblica Popolare è infatti inserita nelle liste nere commerciali statunitensi, e nessuno si è preoccupato per l’evidente e pesante sgarbo fatto alla controparte. Per capirci: personaggi di spicco come Liang Wenfeng (fondatore di DeepSeek) e Yang Zhilin (fondatore di Moonshot AI) sono rimasti a casa. Mentre alcuni industriali cinesi di altri settori sono arrivati solo in un secondo momento.
Non mancano nella delegazione di Pechino funzionari espertissimi in materia, ma è chiaro che l’ostilità Usa verso i “concorrenti” è ai massimi livelli.
Lo sconfinato pragmatismo cinese è in grado di assorbire “scortesie” anche più gravi, ma certamente in qualche altro comparto arriverà prima o poi una reazione uguale e contraria, sicuramente costosa anche in termini economici.
Xi, come al solito, non ha fatto un plissè, limitandosi a ribadire che “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e serva al benessere delle persone“. Una mezza frecciata, insomma, alle recenti “evasioni” avvenute durante esperimenti nell’AI statunitense e alle conseguenti paure diffuse dai “ceo”…
Anche sul piano delle relazioni economiche il mismatch esistente evidenzia le “chiusure” e i divieti americani, con Xi Jinping pronto a ricordare che “La cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza la nostra cooperazione sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel suo paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la lista delle aree di cooperazione e ridurre la lista dei problemi“.
Fino a fornire un avvertimento e un richiamo alle antiche prassi stravolte proprio dall’unilateralismo statunitense: “Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda“.
In conclusione, i “buoni rapporti” sono all’insegna della massima vigilanza reciproca, con qualche calcetto sugli stinchi tirato da sotto il tavolo.
E comunque, per un mondo sull’orlo della guerra, questa è una mezza buona notizia, perché quanto meno non accelera le dinamiche negative.
Chi appare fuori dai giochi, e anche fuori di testa, è comunque la classe dirigente europea. L’insistenza dei media – e di alcuni politici – sulla questione di Taiwan è indicativa di un orientamento guerrafondaio su tutti i fronti.
Per non farla lunga. Lo status di Taiwan è ritenuto dai cinesi una “questione interna” (l’isola è sostanzialmente indipendente e staccata dalla Cina continentale fin dal 1949, quando vi si rifugiarono le truppe di Chiang-Kai Schek, sconfitto dalla Rivoluzione). Mentre gli Stati Uniti, che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare solo nel 1979, mantengono una posizione storicamente ambigua. Da un lato ufficialmente adottano la linea che ammette esistere “una sola Cina“, dall’altro però Washington prende atto della rivendicazione cinese su Taiwan senza però riconoscerne formalmente la sovranità territoriale. Di fatto, vende armi a Taipei…
Insistere in questa fase sulla “necessità” occidentale di “proteggere Taiwan” significa accentuare fortemente la contraddizione con Pechino. Che sarebbe comunque un problema, per un continente che si va sfaldando economicamente, ma appare anche un’idiozia strategica senza pari in una fase in cui l’”alleato” americano si dimostra ogni giorno un avversario, le relazioni con la Russia sono ad un passo del conflitto aperto a causa della “guerra per procura” fatta combattere dall’Ucraina e i mercati si vanno chiudendo da tutte le parti.
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Maria Rosa Burcovich Pellegrininegoziati
La nuova strategia degli Stati Uniti nel proporre gli affari economici agli avversari quando e come sia per loro conveniente.Cina e Stati Uniti restano avversari. Washington vuole fare affari anche con la Russia che resta avversario al quale gli Stati Uniti vorrebbero impedire la vendita del petrolio russo imponendo tariffe del 100% ai potenziali acquirenti