Menu

Il Nobel per la Pace a Pillay e le ringhianti reazioni dei sionisti

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay continua un indirizzo delle scelte che è chiaramente visibile dal 2022, ovvero dall’escalation bellica in Ucraina: il premio entra nel merito di alcuni degli scenari più delicati della geopolitica globale, e questa volta è toccato alla Palestina.

A 85 anni, l’instancabile giurista sudafricana di origini tamil riceve l’onorificenza per aver consacrato la propria esistenza alla difesa del diritto internazionale e all’accertamento delle responsabilità in alcuni dei peggiori crimini di guerra degli ultimi anni. Lei stessa si è detta sorpresa dalla notizia, viste le sue posizioni di certo invise a tanti governi.

“L’ultima cosa che ho fatto [nell’ambito delle corti del diritto internazionale] – ha detto Pillay – è stata consegnare il rapporto su Gaza, definendo genocidio quanto sta accadendo lì. Molti hanno lodato il mio coraggio, ma mi chiedo: perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità?“

È con questa semplicità che Pillay ha ribadito di nuovo i risultati del suo lavoro di giurista sui crimini israeliani, dall’alto della sua esperienza sui temi quali apartheid e crimini contro l’umanità. La sua formazione affonda le radici nella lotta contro la segregazione razziale in Sudafrica, fino ad arrivare a essere tra i legali di Nelson Mandela.

Poi il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, la Corte Penale Internazionale (CPI), l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR), la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), e infine la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, che ha concluso il proprio lavoro sentenziando che lo Stato d’Israele si è reso responsabile di molteplici atti di genocidio nella Striscia di Gaza.

Le risposte dei sionisti non si sono fatte attendere, con il loro solito misto tra propaganda di guerra e minaccia mafiosa. Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha diffuso una nota accusando il comitato di Oslo che assegna il Nobel di aver premiato la manipolazione ideologica.

“Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno“, sono arrivati a scrivere da Tel Aviv. Insomma, dai vertici israeliani si è subito attinto al capitale costruito dalla “industria dell’Olocausto” per cercare di proteggere il proprio genocidio.

Intanto, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha formalizzato un pacchetto di misure restrittive volte a colpire l’operatività della CPI, con il blocco di qualsiasi transazione economica e finanziaria tra entità o cittadini statunitensi e il tribunale dell’Aja e misure volte a isolare i conti e le risorse riconducibili alle attività della Corte che transitano attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro. Il provvedimento diventerà effettivo fra sei mesi.

Al contrario, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone hanno diffuso una nota congiunta esprimendo “rammarico e ferma opposizione” alle sanzioni, mentre la UE le ha definite addirittura “deplorevoli“, annunciando che sfrutterà il semestre cuscinetto per salvaguardare il funzionamento del tribunale.

Era inevitabile che la vittoria di Pillay scatenasse una tale ondata di reazioni, soprattutto perché mancano poche settimane alle elezioni israeliane. Proprio per questo bisogna anche capire che tipo di spinte possano aver indotto il Comitato Novergese per il Nobel a questa scelta, essendo di certo ben consapevole degli effetti a cascata che avrebbe prodotto.

Mettiamo subito in chiaro che, tra i Nobel per la pace assegnati nell’ultimo paio di decenni, tra un Obama che ha bombardato a destra e a manca e una UE che si crede il “giardino” del mondo in opposizione a una “giungla” da educare, quello a Pillay è certamente meritato e risponde alle motivazioni diffuse dal Comitato: “per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale“.

Ma che Pillay sia finalmente una figura che davvero incarni i valori della pace non toglie il fatto che il gruppo di Oslo a cui è affidata la scelta sul Nobel è in realtà fatto di politici, e politici di una Norvegia che, ricordiamo, fino a poco tempo fa esprimeva il segretario della NATO. Insomma, non un paese non schierato.

Come si accennava all’inizio dell’articolo, i più recenti premi Nobel hanno toccato l’attualità di vari scenari di guerra: nel 2022 a organismi russi e ucraini, nel 2023 a Narges Mohammadi, facendo leva sulla condizione della donna in Iran, lo scorso anno a Corina Machado, come preludio all’aggressione statunitense al Venezuela e legittimando un esponente dell’estrema destra che si pone a strenua difesa di Israele.

Una scelta di segno contrario a quella di quest’anno, dato anche che i governi europei traballanti devono ancora fare i conti con la frattura culturale, politica e generazionale che ha rappresentato il genocidio dei palestinesi e il movimento di solidarietà internazionale. Già da tempo nelle capitali europei si sta cercando un capro espiatorio per tentare di ripulirsi la faccia e continuare a sostenere la pulizia etnica israeliana, ma con meno clamore.

Tra gli altri candidati al premio Nobel c’erano anche i tribunali internazionali nel loro complesso, e ciò sarebbe bastato a riconoscere l’importanza degli sforzi per la pace e il diritto internazionale. La scelta di Pillay nello specifico, con il portato della sua recente attività, è certamente una decisione rischiosa, ma in linea con il sentire popolare e sembra rappresentare un avvertimento diretto a Netanyahu.

Il Nobel per chi ha definito ufficialmente genocidio quel che succede a Gaza permettere di far crescere il sentimento di condanna intorno a il primo ministro israeliano, puntando ad addossare sulla sua testa (su cui già pende il mandato di arresto della CPI) tutte le colpe dei crimini commessi da Israele negli ultimi tre anni… e magari anche negli ultimi 80.

Si spera così di promuovere il maquillage filo-sionista che vuole trovare un facile capro espiatorio per i massacri a Gaza e l’aggressione coloniale in Cisgiordania, spianando la strada a figure come il generale Gadi Eisenkot per proseguire, sotto mentite spoglie, la medesima agenda securitaria e di pulizia etnica.

Eisenkot, che sta forse emergendo come il principale sfidante di Netanyahu, è un ex capo di Stato Maggiore dell’IDF e oggi leader della formazione centrista Yashar, perno della coalizione di opposizione che raccoglie dai laburisti fino alla destra nazionalista di Avigdor Lieberman. Una figura “sobria” e “istituzionale” di cui Israele ha bisogno per riportare il genocidio dei palestinesi nel silenzio.

Tuttavia, analizzando le dichiarazioni di Eisenkot, l’ambiguità evapora: Eisenkot è il teorizzatore della cosiddetta Dottrina Dahiya, basata sull’applicazione sproporzionata e devastante della potenza di fuoco sulle infrastrutture civili per generare deterrenza, e solo lo scorso anno ha rigettato l’ipotesi di uno stato palestinese sovrano.

Le critiche mosse verso il movimento dei coloni, egemonizzato da Ben Gvir e Smotrich e dunque poco spendibile alle elezioni, sono dirette evidentemente a ripristinare il decoro istituzionale, togliere argomenti legali ai tribunali internazionali e a riallineare Tel Aviv con il sentire di vari partner.

Qui si consuma la tragedia del paradosso del Premio Nobel 2026, una tragedia di cui è artefice l’imperialismo e il colonialismo: mentre Oslo premia colei che ha scritto nero su bianco che Israele sta commettendo un genocidio, la transizione politica a Tel Aviv, che molti governanti europei stanno preparando in tutti i modi, forse anche con questo Nobel, prelude a una riorganizzazione della macchina della pulizia etnica perché agisca indisturbata.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *