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Aumento dell’età pensionabile. Al lavoro con la badante?

Una risposta alle tante domande è arrivata anche da “il manifesto”. Forse non sarà la più precisa nei dettagli, certamente è quella che coglie “la tendenza” descritta dalla “lettera della Bce” al govero italiano.

 

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Cari compagni,
rispondere alle vostre domande non è semplice per un motivo: siamo di fronte a «ipotesi» di manipolazione del sistema pensionistico, non a proposte articolate e «analizzabili» anche come conseguenze. La maggior parte delle notizie che potete leggere sui siti o sui giornali sono fondate sulla produzione giornalistico-scientifica del neo-ministro Fornero e sulle voci che arrivano da dentro il Ministero. Proprio l’altro giorno, oltretutto, Il ministro ha provato a tranquillizzare tutti dicendo che «la riforma è già stata fatta, si tratta solo di accelerarla». Tradotto: tutte le scadenze previste dalla «riforma Sacconi» arriveranno prima.
Ciò detto, la questione si divide, secondo me, in due parti:
a) per chi deve andare in pensione nei prossimi mesi o anni. Qui l’unica ipotesi – come già sapete – è il passaggio al «sistema contributivo» per tutti, anche per chi aveva maturato almeno 18 anni di servizio al tempo della riforma Dini. Si dice anche «pro rata», per intendere che questo metodo sarà applicato da qui in poi, per gli anni di lavoro residui. Per esempio, Grazia Rossi, che ha già dato le dimissioni con 40 anni di anzianità, non dovrebbe veder modificato in nulla il suo trattamento (non dovrebbe scattare la retroattività, altrimenti si rischiano una marea di ricorsi sicuramente vincenti). Chi si attende di prendere 1.400 euro di qui a poco, insomma, prenderà all’incirca quella cifra.
Quanti dovranno andare in pensione nei prossimi anni, invece, rischiano di trovarsi nella tenaglia tra età in cui «è facoltativo» lasciare il lavoro oppure restarvi. In assenza di informazioni certe (testi ministeriali), la chiave da tenere d’occhio sembra il minaccioso «meccanismo incentivi-disincentivi». Qui è dirimente il «quanto». Se il disincentivo è alto (esempio, solo per farsi capire: 30 euro di assegno mensile in meno per ogni anno che manca all’età pensionabile massima), mentre l’incentivo è basso (es. limite: 1 euro), è chiaro che saranno quasi «obbligati» a restare al lavoro. Viceversa (improbabile) si potrebbe andar via tranquillamente.
Insomma, il metodo «retributivo» funziona sicuramente fino al 31 dicembre 2011; poi dovrebbe entrare in vigore il contributivo per tutti a partire dal 1 gennaio 2012, ma con effetti a scalare (peggiorativi) a seconda (= pro rata) di quanti anni di lavoro mancano. I 1.400 euro dell’esempio, dunque, caleranno progressivamente a seconda delle scelte di ritiro individuali.
Attenzione, però: l’altro elemento cui metteranno mano sono i «criteri di rivalutazione» dell’assegno pensionistico, in modo dichiaratamente peggiorativo. Per cui, anno dopo anno, la «rivalutazione»sarà sempre minore. Da questo meccanismo, par di capire, ci si attendono i «risparmi» maggiori a medio termine.
b) Chi andrà in pensione tra un decennio o più, invece, si troverà davanti un altro sistema. Età pensionabile altissima (i 70 anni «promessi»), anni di precariato che peseranno in termini di «montante contributivo» maturato, quindi assegni bassi e in via di riduzione progressiva (anche per l’effetto convergente dei «criteri di rivalutazione» peggiorativi).
L’obiettivo generale disegnato dalla «lettera della Bce», e fatto proprio dal governo in carica così come da quello fortunatamente scomparso, sembra così riassumibile: far coincidere il più possibile l’età pensionabile con le aspettative di vita, in modo da elargire il minimo indispensabile di trattamenti pensionistici e per il periodo minore. È scontato, infatti, che allungando la vita lavorativa – specie per i numerosi «lavori pesanti» – si riduca in proporzione l’aspettativa di vita (stress, incidenti sul lavoro e «in itinere», malattie professionali, ecc.). Specie se, come sta avvenendo, i tagli alla sanità (meno ospedali, ticket più alti) promettono di ridurre drasticamente anche la frequenza di ricorso al servizio sanitario pubblico.
A voler essere cattivi, si potrebbe gettar lì una battuta pesante ma certamente efficace: in molti casi, per continuare a timbrare il cartellino fino a 70 anni, bisognerà andare al lavoro insieme alla badante…
Sul piano sociale e politico, dunque, mi sembra più preoccupante questa prospettiva di lungo periodo che non quella a breve, comunque ingiusta nei confronti di chi aveva sottoscritto un determinato «patto sociale», ora unilateralmente disdetto (un po’ come Marchionne in Fiat).
Francesco Piccioni

da “il manifesto”

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