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Aida a cottimo all’Opera di Roma

La decisione, presa dal Consiglio d’Amministrazione dell’Opera di Roma, di licenziare l’intera orchestra e coro del Teatro, in totale quasi duecento lavoratori, è inaudita nel mondo musicale, ma si comprende meglio se la si inquadra in quanto avvenuto in Italia, negli ultimi anni, nel mondo del lavoro.

Come è noto, il Consiglio d’Amministrazione ha scelto la strada del licenziamento di questi lavoratori perché -sostiene- l’”esternalizzazione del servizio” farebbe risparmiare al Teatro circa 3,4 milioni l’anno. Agli orchestrali e coristi è stato proposto di formare, dopo il licenziamento, una sorta di cooperativa musicale che possa anche proporsi come “servizio esterno” per il Teatro al fine di garantirne le rappresentazioni. Questa singolare posizione significa in pratica che il CdA non ritiene gli orchestrali e i coristi musicalmente inadeguati ai compiti richiesti, ma semplicemente che vuole risparmiare un po’ di quattrini tagliando loro una parte del salario, molti diritti (in primo luogo quello di sciopero) e la sicurezza del posto di lavoro. La storia delle “esternalizzazioni” è ormai abbastanza lunga, in Italia, e largamente applicata, con risultati piuttosto negativi, in tutti i settori industriali, nella logistica e persino nel settore pubblico, come nel caso delle pulizie delle scuole. Per il padrone, si tratta sempre di un tentativo si sottopagare i lavoratori, di precarizzarli e di annullarne i diritti. Questa logica, applicata a un settore come quello musicale, appare ancor più folle che altrove. Un’ orchestra importante si costruisce nel tempo, con la continuità di prove, di conoscenza reciproca e di vicinanza e comprensione con i grandi direttori d’orchestra. Non è pensabile il reclutamento di un gruppo “a contratto” per un periodo limitato, con una valutazione in cui magari un 10 o 15% di costi in meno è il fattore decisivo a scapito della qualità artistica.

Alla larga pratica, ormai corale, delle esternalizzazioni, se ne aggiunge una seconda, che si ripropone come un ostinato da qualche anno e che sta diventando un crescendo rossiniano nel nuovo periodo Renzi: quella della denuncia dei privilegi, in genere più presunti che reali. Secondo questa pratica qualunque lavoratore che difenda i propri diritti, viene denunciato, a prescindere dalla sua reale situazione, come un privilegiato da condannare al ludibrio. E’ quello che è successo agli orchestrali e coristi romani. La stampa di destra e del centro(sinistra) si sono scagliate all’unisono contro i lavoratori del Teatro romano, con epiteti anche coloriti che li accusano di essere dei rottami corporativi che difendono i loro piccoli privilegi economici e sindacali e, ancor peggio, come responsabili dello sfascio dell’Opera di Roma.

In realtà, i salari e le condizioni di lavoro degli orchestrali e dei coristi non sono poi così eccezionali. Il costo di questi lavoratori, che spesso devono sottoporsi a prove e rappresentazioni prolungate e faticose, si aggira, per l’Opera di Roma, tra i 38.000 e i 42.000 euro all’anno, che tradotti al netto significano un salario che varia tra i 2.000 e i 2.500 euro mensili. Non certo salari eccezionali, se si considera che si tratta di diplomati di Conservatorio che hanno superato un concorso a volte anche fortemente selettivo. Si è scritto poi molto delle “indennità” che percepirebbero tali lavoratori, definite anche in modo spiritoso “indennità di frac” o indennità di “umidità”. L’indennità “di frac” (o più correttamente “sinfonica”) è in realtà un rimborso di circa 20-30 euro lordi che viene corrisposto nelle non frequenti occasioni sinfoniche in cui l’orchestra suona con tale indumento che deve, ovviamente, presentarsi impeccabile.

La cosa è più seria per quanto riguarda “l’umidità” (ovvero l’indennità Terme di Caracalla). Si tratta in realtà di un’indennità che viene corrisposta (in ragione di circa 40 euro mensili lordi) quando l’orchestra è chiamata a suonare alle Terme di Caracalla. L’esistenza di questa indennità può scandalizzare solo i giornalisti che non abbiano conoscenze musicali, perché suonare in un ambiente molto umido, come quello di Caracalla, comporta che gli strumenti debbano essere in seguito rimessi a registro, operazione artigianale che può costare anche qualche centinaio di euro a carico del singolo orchestrale.

Tuttavia, l’accusa più strana rivolta agli orchestrali è quella di avere messo in crisi il Teatro con la loro conflittualità sindacale che avrebbe portato alle dimissioni di Riccardo Muti dalla direzione delle due opere che gli erano state affidate quest’anno.

Muti, con un atteggiamento discutibile e ambiguo, è stato generico nella sua lettera di dimissioni. Ha parlato di mancanza di serenità che gli avrebbe impedito di provare e dirigere le opere in cartellone. Tuttavia, è noto che Muti ha sempre ritenuto l’orchestra dell’Opera di Roma una buona orchestra e non risulta che ci siano stati conflitti significativi con i suoi componenti. E’ probabile che Muti, grande personaggio internazionale, attratto da altre offerte, abbia fiutato le misere prospettive gestionali che si annunciavano all’Opera di Roma e abbia deciso di chiamarsene fuori.

Le dimissioni di Muti sono state così usate per denunciare gli orchestrali che con la loro intransigenza sindacale ne avrebbero provocato le dimissioni e soprattutto la conseguente fuga degli sponsor.

Ben misera argomentazione, dare all’Orchestra la responsabilità di tutto ciò, quando l’Opera di Roma ha un deficit di bilancio che si aggira tra i 13.000.000 e i 30.000.000 di euro (non si riesce nemmeno a conoscerne esattamente il montante) che sono imputabili solo alle scelte sbagliate in campo gestionale e artistico in cui gli orchestrali non sono coinvolti.

Quanto alla questione della “fuga” degli sponsor non si può non chiedere al ministro Franceschini, che ha approvato i licenziamenti, quale sia la sua visione di un teatro d’opera libero da condizionamenti, aperto alla sperimentazione di nuove idee e di nuovi linguaggi. E’ inaccettabile che oggi i teatri d’opera italiani ( e verrebbe da dire i teatri in generale) possano vivere, a causa della drastica riduzione del finanziamento pubblico alla cultura, solo grazie agli sponsor. La logica della sponsorizzazione privata uccide la sperimentazione e la ricerca e favorisce solo la produzione di opere conosciute e “consuete” al pubblico, meglio se dirette da qualche star internazionale come Muti o da altre, magari assai meno valide ma costruite dal sistema commerciale che investe anche la musica. Tutto questo è normale quando ci si rimette alla logica del profitto e del mercato piuttosto che a quella della ricerca e della produzione di opere nuove e stimolanti.

Questa politica, che è già stata seguita dai governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi venti anni, sembra rafforzarsi ancor più con il regime renziano. Proseguendo su questa strada, non potremo che avere rappresentazioni di opere ultraconosciute, commercializzate e magari dirette da un direttore che sul frac porti le insegne dello sponsor di turno. Ma sarà la fine di ogni possibilità di sperimentare nuovi linguaggi e anche l’imposizione del potere politico del capitale sulla musica.

Per intanto, il licenziamento dell’orchestra e coro mette a repentaglio l’apertura della stagione, prevista il 27 novembre con Aida di Verdi. Se questa messa in scena dovesse saltare, sarebbe un altro danno, economico e culturale, per l’Opera di Roma, da attribuire essenzialmente alle posizioni intransigenti del CdA.

I lavoratori dell’Opera di Roma sperano ora di poter fare ricorso prima che sia cancellato completamente il già mutilato art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Glielo auguriamo di cuore.

 

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1 Commento


  • Marta

    Ottima analisi!

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