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Rider: l’indagine della procura di Milano conferma le denunce USB

L’inchiesta della procura di Milano resa pubblica lunedì 9 febbraio mette nero su bianco ciò che l’Unione Sindacale di Base denuncia da anni: i rider non sono lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite IVA per aggirare diritti, tutele e contratti.

Secondo quanto emerge dall’indagine, l’organizzazione del lavoro dei rider è interamente nelle mani delle piattaforme: turni decisi unilateralmente, algoritmi che controllano tempi, percorsi e prestazioni, sistemi di penalizzazione e disconnessione che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari.

Altro che autonomia: siamo di fronte a una subordinazione piena, esercitata attraverso strumenti digitali.

USB lo afferma con chiarezza: il modello delle piattaforme di food delivery si fonda su uno sfruttamento sistematico, reso possibile dalla classificazione fraudolenta dei rider come lavoratori indipendenti. Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i rider sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito.

Per questo la Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario della società Foodinho (Glovo) affinché verifichi il rispetto delle norme e regolarizzi finalmente i ciclofattorini.

Per questo USB rivendica con forza l’applicazione del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione a tutti i rider di tutte le piattaforme, senza deroghe e senza accordi peggiorativi firmati sulla pelle dei lavoratori.

I rider svolgono un’attività pienamente riconducibile alla filiera logistica e come tali devono avere assunzione diretta, piena subordinazione, salario dignitoso, orari certi, contributi, ferie, malattia, copertura Inail e sicurezza sul lavoro.

Il mezzo di lavoro deve essere fornito dalle aziende, insieme alla manutenzione e alle coperture assicurative: non è accettabile che costi e rischi continuino a essere scaricati sui lavoratori.

In questo contesto non possono essere taciute le gravi responsabilità dei sindacati confederali che, nonostante un quadro normativo chiaro, una giurisprudenza sempre più consolidata e un dibattito accademico ormai decennale, continuano a promuovere e legittimare soluzioni di lavoro autonomo o comunque precario, che rappresentano solo una nuova forma di precarizzazione.

Strumenti che non mettono in discussione il potere delle piattaforme, non riconoscono la reale subordinazione del lavoro dei rider e finiscono per istituzionalizzare lo sfruttamento, offrendo una copertura “contrattuale” a modelli che eludono diritti, salario e tutele.

Accordi di questo tipo non sono compromessi, ma arretramenti, che allontanano ulteriormente i rider da un pieno riconoscimento come lavoratori subordinati.

La mancanza di un contratto di lavoro subordinato ha effetti concreti e devastanti sulla vita delle persone, impedendo l’accesso a un reddito stabile, alla casa, al credito e alle tutele sociali; una condizione che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti, per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno, trasformando la precarietà in un ricatto permanente e in uno strumento di controllo sociale.

A fronte di anni di parole, tavoli e soluzioni di compromesso, va ribadito che l’unico lavoro concreto svolto nella direzione del riconoscimento della subordinazione dei rider è stato quello costruito attraverso le centinaia di vertenze legali portate avanti nei tribunali di tutta Italia e le mobilitazioni promosse direttamente dai lavoratori.

Vertenze e lotte sostenute da USB che hanno costretto piattaforme e istituzioni a confrontarsi con la realtà materiale dei rapporti di lavoro, facendo emergere nei fatti ciò che veniva sistematicamente negato: l’esistenza di un potere datoriale pieno e di un rapporto di lavoro subordinato. È nelle aule di tribunale e nelle piazze, e non negli accordi al ribasso, che si è costruito l’unico argine reale allo sfruttamento dei rider.

Ora basta ipocrisie. Chiediamo che:

* venga riconosciuta la subordinazione dei rider;

* si proceda alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro;

* si applichi integralmente il CCNL Logistica, senza scorciatoie e senza contratti pirata;

USB continuerà a stare al fianco dei rider nelle mobilitazioni, nelle vertenze e nelle aule di tribunale, perché questa inchiesta non resti l’ennesima fotografia dello sfruttamento, ma diventi finalmente l’inizio di un cambio di rotta.

I rider non sono imprenditori di sé stessi: sono lavoratori.

E come tali devono essere riconosciuti e tutelati.

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