Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati.
Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi ci riesce strappa due parole a un parente ormai più incazzato che affranto. Una sorta di lavatrice delle coscienze e delle responsabilità che ha molti detersivi, il governo, le forze politiche tutte, Cgil, Cisl, Uil.
Nel mezzo il nulla. O meglio, un sacco di atti unici teatrali a cui partecipano tutte le “autorità” durante i quali si fa a gara a chi si scandalizza di più, a chi si batte il petto, piano piano per favore, a chi promette provvedimenti esemplari e risolutivi. Poi, passato qualche giorno, calano le tenebre fino al prossimo ricordo suggerito dall’ufficio apposito.
Intanto i @mortidilavoro aumentano a dismisura, si vietano gli scioperi per ripararsi dal calore, si accettano le versioni di comodo dei padroni, quelle secondo cui il morto era al primo giorno di lavoro, per questo non era stato ancora denunciato all’Inail, si vieta alla commissione sicurezza del Ministero di Giustizia di scrivere nella propria relazione che l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime sarebbe un buon deterrente nei confronti di quei padroni, tanti, ancora troppi, che preferiscono gli utili alla salvaguardia della vita umana.
Il livello di gravità che ha raggiunto la questione tutela della salute e della sicurezza sul lavoro merita una grande mobilitazione che spazzi via chi se ne frega del rischio che si corre ad andare la mattina a lavorare e chi pensa di cavarsela commemorando, una tantum, tanto non costa nulla, le vittime delle loro scelte di morte.
*Usb
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Oigroig
Il liberismo è una guerra contro le persone che lavorano. I morti sul lavoro sono la punta di un iceberg di sfruttamento che coincide con gran parte della nostra società. È l’effetto di un sistema che produce morte, ma anche miseria, depressione e devastazione esistenziale. Sottopagare per un lavoro precario che ti prende tutto il tempo di vita mostra già quanto ci tengano alla vita di chi lavora. Se guardi bene le cose, vedi un’ansia di profitto che accetta l’omicidio come possibile effetto collaterale… Oggi bisognerebbe riflettere su cosa vuol dire oggi, cioè come interpretare oggi, lo slogan di Lenin “guerra alla guerra”, visto che la guerra è ovunque. E intanto bisognerebbe almeno scriverlo e argomentarlo, per rompere l’attuale censura mediatica su ogni forma di rivolta e antimilitarismo.
Sergio Binazzi
cari compagni, io entrai in fabbrica nel ormai lontano 1967 e da quello che leggo già da tempo su questi veri e propri omicidi sui posti di lavoro, e penso con immenso dispiacere che paradossalmente vi erano forse più controlli in quegli anni da parte dell’inail che oggi. e lo chiamano progresso!!!!