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Industriali chiagni e fotti

La settimana scorsa in un’intervista su di un giornale italiano il Presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, alla domanda se aumenteranno i salari dei metalmeccanici con il nuovo contratto, ha risposto mettendo sul piatto la crescita zero della produttività, in questo caso la produttività totale dei fattori produttivi con industria, servizi e pubblica amministrazione. 

Oggi sul Sole 24 ore l’economista Marco Fortis dà un quadro differente, almeno per quanto riguarda la produttività del lavoro nel settore manifatturiero. Ebbene, secondo questi, dal 2015 al 2018 nell’industria la produttività è aumentata in Italia del 9,2%, in Giappone del 7,1%, in Germania del 6,8%, in Francia del 5,9%, in Usa dello 0,3%.

In questi stessi anni i metalmeccanici non hanno beneficiato nel contratto di questo aumento del valore aggiunto per addetto e per il prossimo contratto di prevede un ulteriore misera concessione, con la scusa dei dazi (quando nel 2019 l’export italiano ha avuto un nuovo record assieme al record di surplus commerciale), la frenata tedesca e dell’automotive, e ora il coronavirus.

Ogni scusa è buona, ma la prima è quella della produttività totale dei fattori produttivi, derivante dal pluridecennale blocco degli investimenti pubblici dovuto al Trattato di Maastricht, che minimamente gli industriali contestano, assieme al blocco del turn over nella pubblica amministrazione (ormai il personale carente è stimato a 600 mila), che blocca processi civili, autorizzazioni, appalti ecc. 

Un sistema pubblico andato in tilt perché dall’entrata nell’Unione Monetaria  ci si è appoggiato al lato privato con il disprezzo del ruolo pubblico nell’economia, che dal 1946 al 1992 ha fatto la fortuna del Paese.

Da una parte gli industriali si votano all’austerità, che blocca gli investimenti e dunque non fa crescere la produttività totale dei fattori produttivi, dall’altro spremono il costo del lavoro non condividendo con i lavoratori la crescita del valore aggiunto, con la presenza ormai, nei metalmeccanici, di lavoratori poveri che frenano la domanda interna.

Questo cortocircuito è voluto dagli industriali (la loro Europa serve a questo) che non fanno investimenti (quelli che ci sono sono frutto di elargizioni fiscali pubbliche) e ingrossano la loro torta nel risparmio gestito, nelle attività finanziarie, che ad ora ammontano alla bellezza di 2400 miliardi di euro. 

Da una parte dunque abbiamo gli industriali che si fanno scudo sulla produttività totale, che dipende dagli investimenti, soprattutto pubblici, e che, in forza di ciò da decenni danno aumenti contrattuali miseri, dall’altra abbiamo una crescita della produttività del lavoro record che si riversa nelle attività finanziarie. In secondo luogo, la Banca d’Italia registra da diversi anni una liquidità record delle aziende italiane che tuttavia vogliono elargizioni fiscali pubbliche per i loro investimenti.

Chiagni e fotte.

* da L’Antidiplomatico

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