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Il “potere politico” del capitale e della scienza applicata al processo produttivo

La politicizzazione delle condizioni di produzione, le necessarie conseguenze di fronte alle crisi capitalistiche degli strumenti di cooperazione e pianificazione messi in atto nello stesso regime capitalista, il ruolo del credito nella crisi non come mero fattore di controtendenza, ma come conseguenza della “sottoproduzione di capitale” e del suo impiego nella produzione per “proteggere o ripristinare le condizioni di produzione” messe in discussione dallo stesso sviluppo capitalistico, riproponendo così il concetto di “scarsità” di risorse, in senso marxista.

Altre riflessioni hanno criticamente messo in discussione la carenza esistente nell’analisi del legame tra lo sviluppo delle forze produttive e le conseguenze sul piano ambientale e naturale, e anche nell’elusione, operata dai movimenti verde e ambientalista, del problema dell’assenza di una «razionalità capitalistica del mercato» (AMIN S. (1997),

Tornando alla domanda della transizione socialista, pubblicata in “Il marxismo alternativo del Sud ha un senso per il Sud?”, Ediciones Il Papiro, Verona p. 13.) e il rifiuto di considerare una prospettiva di calcolo economico come alternativa alla redditività di breve termine, che riflette la permanenza della valorizzazione come faro dell’ideologia economica dominante, per essere sostituita da una prospettiva di lungo termine, in cui il capitalismo mostra sia la sua irrazionalità che la sua limiti strutturali critici.

In una prospettiva di riflessione specifica (BOFFA G. 1990), Storia dell’Unione sovietica 1928-1941 vol. 2, Edizioni l’Unità, Roma.) sul tema dello sviluppo e della qualità dello sviluppo, con un confronto tra dinamica capitalista e quella delle economie in transizione, occorre riflettere in modo specifico sull’uso economico del surplus. Bettelheim dichiara: «Il problema dell’utilizzo ottimale pianificato delle eccedenze è senza dubbio uno dei problemi più difficili da risolvere per la scienza economica, anche dal punto di vista teorico» (BETTELHEIM C. (1971), Pianificazione e sviluppo accelerato, Jaca Book, Milano, pagina 160).

Partendo da questa premessa, l’economista riflette e mette insieme alcuni problemi occupazionali, come quelli legati alla “continuità dello sviluppo economico e della ricerca tecnica”, alla “spesa per l’istruzione”, al “sovrainvestimento”, come nel caso che il tasso attuale di investimento eccede il tasso di formazione del personale direttivo e delle maestranze qualificate o, nel caso di cancellazione della “riserva” di progresso tecnologico per il flusso di investimenti che ne impedisce sostanzialmente la ricostruzione, e, infine, fattori di sviluppo autonomo.

La lotta per la democrazia e la trasformazione radicale è, in questa riflessione politica, la lotta per la democratizzazione dello Stato e per la regolazione della divisione del lavoro.

L’enfasi in questa particolare linea di elaborazione marxista sulla responsabilità dei disastri della tecnica applicata al processo produttivo capitalistico si situa fondamentalmente nel “potere politico” del capitale, nel suo confronto con i movimenti sociali e nella funzione di filtro operata dallo Stato e la distribuzione della ricchezza da essa garantita. Inoltre, si evidenzia che “Le questioni politiche e ideologiche vengono prima di tutto, mentre le questioni economiche vengono dopo e sono secondarie”.

Nell’analisi anatomica del modello produttivo, nella prospettiva della transizione, Bettelheim afferma che la base materiale dell’unità produttiva è costituita, infatti, da un insieme di mezzi di lavoro per la riproduzione di specifici processi lavorativi; l’esistenza di unità produttive nel tempo rappresenta i cicli successivi di processi lavorativi uguali attraverso gli stessi mezzi di lavoro (BETTELHEIM C. (1978), Calcolo economico e forme di proprietà, Jaca Book, Milano, p. 114).

Questa categorizzazione proposta postula, da un lato, la sostituibilità dei lavoratori autonomi impiegati nei successivi cicli di produzione dei processi lavorativi e, dall’altro, nella continuità dei cicli di riproduzione dei processi lavorativi, la possibilità di la scomparsa o la sostituzione di processi e mezzi, qualificando così tali processi come «processi produttivi», riproducibili insieme alle relative relazioni sociali.

Queste nuove tendenze e correnti del pensiero post-marxista hanno messo all’ordine del giorno del dibattito pubblico il tema del legame tra modello produttivo, società e sistema alternativo, nuove istanze e problematiche come quelle legate alla società postindustriale, ai movimenti sociali, democrazia radicale.

Hanno richiamato l’attenzione sulla discussione sulla critica al modello capitalista sul tema dell’”ambiente sociale e naturale” come strumento di vita, indicando due momenti diversi ma complementari della lotta sociale: quello della difesa degli strumenti di vita; quella del cambiamento radicale delle condizioni di produzione e del superamento del conflitto capitale-natura, lotte che legano e innovano le rivendicazioni tradizionali e storiche di salario, diritti sociali, dignità del lavoro con le esigenze ambientali.

Continuando l’analisi delle unità produttive, lo studioso marxista afferma che, in presenza di una condizione per cui determinate unità produttive possono stabilire rapporti variabili tra loro, esse, oltre al potere di utilizzare i mezzi di produzione, godono del potere smaltire i beni prodotti.

Pertanto, partecipano direttamente e contemporaneamente al processo di produzione diretta e agli altri processi costitutivi della produzione sociale, i processi di circolazione e distribuzione. In queste condizioni, queste unità di produzione costituiscono “unità di produzione economica”. Questi costruiscono doppi legami tra loro come unità produttive ed economiche.

I rapporti che uniscono unità economiche con altre unità economiche, con agenti economici o con organismi economici dipendenti dal potere politico”, riguardano contemporaneamente, ma in modo diverso, il “lavoro concreto” e il “lavoro astratto” che sono si esibisce in ciascuno di essi; riguardano quindi i due aspetti della stessa opera, che riproduce simultaneamente le condizioni materiali e le condizioni sociali della produzione.

È noto quale ideologia sia stata diffusa in modo capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del nord: il sud è la palla di piombo che impedisce un più rapido progresso nello sviluppo civile dell’Italia; al sud ci sono esseri biologicamente inferiori, semibarbari o barbari completi, per destino naturale; se il mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalista o di qualsiasi altra causa storica, ma della natura che ha fatto dei meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questo destino di una patria matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come palme solitarie in un deserto arido e sterile. Antonio Gramsci, “La questione meridionale”, Editoriale Riuniti, 1974, Roma, pp. 135-136.

Non è affatto un caso che oggi, tra le nazioni che più spiccano tra le tendenze nascenti di un mondo multicentrico e multipolare, ci siano paesi caratterizzati o da regimi produttivi e sociali a lungo congelati sotto forma di feudalesimo e che hanno conosciuto lo sviluppo delle forze produttive e industriali, soprattutto dopo la rivoluzione socialista, come nel caso della Russia, sia per il suo status coloniale, sia per la destinazione specifica degli investimenti esteri e dei capitali, sia per lo sfruttamento selvaggio delle risorse e delle materie prime come nel caso di India e Cina (Per maggiori dettagli cfr. CASADIO M., PETRAS J.F., VASAPOLLO L. (2004), “Clash! Scontro tra potenze. La realtà della globalizzazione”, Jaca Book, Milano, p. 20).

Non è un caso che questi siano alcuni dei paesi fondamentali dell’alleanza di stati rappresentata dai BRICS, ognuno dei quali ha precise e peculiari caratteristiche storiche, politiche ed economiche, ma rappresentano, plasticamente, la forma di sviluppo alternativo all’unipolarismo dell’euro Atlantico che ha segnato la storia contemporanea.

Ciò che rende particolarmente interessante lo studio di questi paesi è la qualità dei rapporti esistenti tra Stato e mercato, con alternanze e intensità diverse a seconda del paese considerato, sicuramente a vantaggio del primo. Ricordando le parole di Engels sull’interesse dei rapporti rivoluzionari tra la proprietà dei mezzi di produzione in senso capitalista e la loro appropriazione da parte dello Stato.

In termini strutturali, tra le questioni attuali più importanti, una prospettiva di transizione al socialismo, oggi, non può che porre il problema di una “civiltà” globalizzata, ma in modo alternativo e radicalmente opposto alla polarizzazione e che, in ultima analisi, la cancella. Secondo Amin, le strategie della lotta alla ricerca di un obiettivo così delineato sono inevitabili.

«La sfida dell’economia mondiale, intesa come processo di globalizzazione che rifiuta l’adattamento unilaterale alle politiche estere imposte, legando lo sviluppo della globalizzazione alle esigenze di sviluppo sociale nazionale e popolare;La sfida del mercato, attraverso un metodo, obiettivi e condizioni” che permettano di limitare e assoggettare il mercato a “Una riproduzione sociale che assicuri il progresso sociale […]”.

In questo contesto, l’associazione delle diverse forme di proprietà —privata e pubblica, statale e cooperativa, ecc.— sarà importante ancora per molto tempo» (AMIN S. (1997), Tornando alla questione della transizione socialista, pubblicato in “Il marxismo alternativo del Sud ha un senso per il Sud?”(Ediciones Il Papiro, Verona, pp. 22-23).

«Sfida della democrazia, come il rafforzamento della democrazia politica e la definizione e il rafforzamento dei diritti sociali che delimitano le regole della vita di mercato; «La sfida del pluralismo nazionale e culturale, con l’obiettivo di stabilire “strategie di liberazione” che funzionino per “la convivenza e l’interazione delle comunità in modo più diverso”, rifiutando così l’idea di una comunità completamente omogenea e di un quadro unico per l’esercizio del potere.

Samir Amin pone così la questione di una transizione certamente diversa da quella immaginata dal marxismo tradizionale, in termini di quantità, qualità e velocità di trasformazione del modello produttivo e sociale.

In questa elaborazione influenza certamente l’apprendimento dell’esperienza storica ed empirica del XX secolo, la realizzazione concreta delle esperienze di transizione dal socialismo e dalla critica politica all’eurocentrismo e l’eliminazione del colonialismo e il legame tra la rivoluzione anticoloniale e la costruzione di il passaggio al socialismo.

Ma non può esistere una teoria dello sviluppo, in chiave marxista, che eviti la questione dello sviluppo delle forze di produzione. Non può esserci problematizzazione dello sviluppo delle forze di produzione senza un punto sulla questione della tecnologia e del suo utilizzo.

Il tema del rapporto tra teoria marxista e scienza presuppone il rifiuto di ogni astrazione specialistica, ma richiede un approccio eminentemente storico, materialista, ancorato alle ragioni profonde insite nelle dinamiche fondamentali che percorrono i modelli di produzione.

Tuttavia, questa premessa non è stata sempre pienamente accolta e quindi capovolta nella riflessione marxista, con il risultato che: «Lo sviluppo disomogeneo della critica politica delle istituzioni e della critica scientifico-ideologica degli edifici teorici specificamente scientifici rappresenta immediatamente un problema teorico: che della natura dei limiti storici della nostra teoria, che oggi realizziamo sotto forma di “problemi di scienza”» CERMIGNANI B. (1972), “Dialettica scientifica” e dialettica della scienza, in Cuadernos de Critica Marxista n.6, p. 96).

In conclusione, lo sviluppo economico e sociale dipende sempre da fattori materiali, come gli investimenti, e da fattori puramente economici, che sono essenzialmente il surplus economico e le sue utilizzazioni.

In breve, il surplus economico “Rappresenta finalmente quella frazione del prodotto annuo della società che è libera di utilizzare per qualsiasi scopo desideri, se non altro quando il processo economico è veramente dominato dalla pianificazione”.

L’elaborazione della centralità dello sviluppo delle forze produttive, dello sviluppo dell’economia e della produzione come condizione essenziale per la costruzione dello Stato sociale ha rappresentato, anche nelle diverse articolazioni di pensiero che sono derivate dal pensiero di Marx, la linea di continuità e uno dei principali problemi nella costruzione della transizione e della fase pienamente socialista e le sue premesse fondamentali.

Se Antonio Gramsci afferma perentoriamente nel 1919 che “la sovranità deve essere una funzione della produzione” (GRAMSCI A. (1919), Lo sviluppo della rivoluzione, in Opere di Antonio Gramsci El Nuevo Orden 1919- 1920, p. 29.), in riferimento alla costruzione concreta delle forme e della sostanza dello Stato operaio, ancora oggi risulta molto chiara la funzione esercitata dalle forze produttive e la centralità della produzione agli occhi delle classi dirigenti della Repubblica popolare cinese, quando affermano: “La produzione è la base più solida per lo sviluppo economico di una nazione.

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