La corsa al riarmo europeo è un boomerang economico e finanziario dalle proporzioni allarmanti, ma le classi dirigenti del Vecchio Continente fanno finta di nulla. Dietro gli annunci di Bruxelles e gli impegni assunti in sede NATO, il quadro delineato da documenti ufficiali e relazioni istituzionali mostra che la deriva guerrafondaia non porterà crescita economica, ma solo tagli alla spesa sociale.
A fare chiarezza sugli effetti macroeconomici della clausola di salvaguardia nazionale per le spese militari, approvata dalla Commissione Europea, è uno studio commissionato da un’altra Commissione, quella per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento Europeo.
Ricordiamo che il meccanismo della clausola prevede di escludere dai vincoli di bilancio gli esborsi per la difesa aggiuntivi rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL all’anno tra il 2025 e il 2028. Ma un’esclusione “amministrativa” non cancella gli effetti reali…
Il problema è quel che succederà dopo. Andando con ordine, la prima promessa propagandistica che il rapporto smonta è quella che le iniezioni di fondi per il complesso militare-industriale possa fungere da volano per l’economia. Falso. Gli studiosi dell’Europarlamento affermano che la stima della stessa Commissione UE (appena lo +0,5% annuo) sia fin troppo ottimistica.
Il moltiplicatore fiscale della difesa è infatti inferiore a uno (produce cioè meno di un euro di ricchezza per ogni euro speso), e del tema – e di come è stato manipolato per promuovere il riarmo – ne abbiamo già parlato sul nostro giornale. Quel che lascerà, a partire dal 2029, sarà un sistema produttivo che per sopravvivere avrà bisogno di conflitti, non sarà più ricco di prima, e dovrà fare comunque i conti col ritorno ai precedenti vincoli di bilancio.
Gli economisti dell’ECON avvertono che i paesi ad alto debito – tra cui si indicano esplicitamente Italia, Ungheria, Spagna, Portogallo, Grecia e Polonia – saranno costretti a realizzare consistenti avanzi primari strutturali. Ciò richiederà inevitabilmente aumenti delle tasse o pesanti tagli alle altre voci del bilancio pubblico, o un mix di entrambi, col rischio di arrivare addirittura a deprimere le economie nazionali.
Per limitare i danni, gli autori suggeriscono di non utilizzare per intero la clausola e di sfruttare la quota concessa da Bruxelles per la sicurezza energetica (pari allo 0,3% annuo e allo 0,6% complessivo tra il 2026 e il 2028), che si spera possa attivare meccanismi più virtuosi. La quota che il governo italiano ha infatti immediatamente affermato di voler utilizzare.
Parlando dunque del Belpaese, bisogna però dire che, se Roma rimarrà imbrigliata negli indirizzi strategici della deriva bellicista europea e ai target NATO, la situazione non sarà di certo migliore e anzi dai toni ancora più foschi, dato che ogni euro dovrà essere messo nel comparto militare.
Infatti, nel 2025 l’Italia ha formalmente centrato l’obiettivo atlantico del 2% del PIL destinato alla Difesa. Tuttavia, la Corte dei Conti, nella Relazione sul Rendiconto generale dello Stato del 2025, mette in luce come tale traguardo sia frutto di una semplice riscrittura contabile, e non di nuove risorse stanziate.
Il target è stato centrato allargando il perimetro del bilancio integrato in chiave NATO e riclassificando in quell’ambito voci relative ad altri ministeri: i trattamenti pensionistici delle forze dell’ordine, alcune risorse per la cybersicurezza, investimenti nell’industria spaziale e in infrastrutture dual use, esborsi per Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto e, infine, gli stanziamenti del Ministero delle Imprese per programmi d’arma, saliti da 1,8 miliardi nel 2024 a 2,9 miliardi nel 2025, oltre a fondi per missioni internazionali ed elementi del PNRR.
Dunque, la spesa militare è nettamente aumentata sui libri contabili, ma neanche quanto vorrebbero Bruxelles e Washington. La Corte ha sottolineato l’assenza di trasparenza e omogeneità nei dati, e il “gioco delle tre carte” sulle voci di bilancio può andare bene per tenere calmi gli animi.
Però, una volta giunti alla scadenze, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Il che significherà l’ennesimo massacro sociale per le classi popolari italiane.
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