Il “progetto europeo” ha ricevuto nella stessa giornata due legnate molto pesanti. Una in Germania, l’altra in Serbia.
Della prima si parla molto con preoccupazione, perché l’ascesa dell’Afd – partito che non fa mistero di rifarsi al nazismo tedesco, quello “originale” – è ormai arrivata al punto di tracimare in maggioranza pressoché assoluta, sia pure nel land più piccolo e disastrato del paese.
La seconda – i funerali di Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, morto in carcere dopo la condanna per genocidio – è stata invece l’occasione per esibire pelosa “indignazione”. I funerali sono stati infatti una manifestazione di popolo, che ha accompagnato una decisione politica, quella di concedere gli onori militari.
Un paese che sta contrattando da anni l’ingresso nell’Unione Europea si è dimostrato così refrattario alla “narrazione” che la stessa Ue, e tutto l’Occidente neoliberista, gli aveva fin qui riservato.
Le dinamiche tedesche sono affrontate su questo giornale in un gran numero di articoli, e a quelli rimandiamo. La vicenda di Mladic, invece, illumina la prassi costitutiva dell’espansione ad est di Nato ed Unione Europea, fatta di ingerenza sedicente “umanitaria”, guerre e bombardamenti, che hanno ingigantito la distanza da sempre esistente tra popoli e “decisori sovranazionali”.
Mladic era stato condannato in particolare per il massacro di Srebrenica, dove vennero uccisi tra gli 8 e i 10mila musulmani bosniaci, qualificato come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ).
Si trattava, ricordiamo, di un “tribunale ad hoc” – ben diverso dalla Corte internazionale di giustizia o dalla Corte Penale Internazionale – che doveva giudicare singole persone per i crimini di guerra commessi dai diversi eserciti “nazionalisti” generati dalla dissoluzione della Jugoslavia. Il funzionamento di quel tribunale, ossia le sentenze che ha emesso, dimostra che si trattava sostanzialmente di un prolungamento della Nato, nonostante fosse stato istituito con una risoluzione dell’Onu.
Tutti i condannati in via definitiva erano infatti serbi, nessun croato o bosniaco (il generale croato Ante Gotovina, unico condannato in primo grado, fu poi assolto in appello). In una guerra dove nessuno aveva risparmiato in atrocità verso “il nemico” si trattava di una parzialità così palese da non poter passare sotto inosservata. Specie, ovviamente, tra i serbi.
Inevitabile dunque che a quasi 30 anni di distanza quel “doppio standard” rivestito di tecnicismi giuridici sia rimasto indigeribile. Sia a livello di classe dirigente che di popolazione.
I commentatori che oggi si esercitano sull’accusa più grave nei confronti di Mladic – genocidio – si danno inavvertitamente la zappa sui piedi provando a spiegare quanto fosse giusta quella condanna, mentre magari hanno passato gli ultimi tre anni a escludere l’identica accusa nei confronti di Netanyahu, Gallant e i vertici israeliani (l’intenzione genocidaria è esplicitata in tutte le dichiarazioni pubbliche di ministri e generali, sia di governo che di “opposizione”). Accusa peraltro mossa da una Corte con basi giuridiche assai più solide – non da un “tribunale ad hoc”, dunque di fatto “speciale” e niente affatto “imparziale” – e riferimenti certamente universali, ossia validi erga omnes (la Convenzione ONU del 1948).
Vicenda tedesca e vicenda serba sono diversissime tra loro. La prima deriva dall’impoverimento drastico dei territori dell’ex Ddr, peggiorato drammaticamente – proprio nella Sassonia-Anhalt – dalla guerra in Ucraina e dalla rottura dei rapporti economici con la Russia, che hanno distrutto l’industria chimica locale.
La seconda viene da più lontano, dalla caduta del “socialismo reale” e poi dall’espansione della Nato a mano armata o a colpi di mano “colorati”.
In comune hanno soltanto la pretesa imperialista di istituire meccanismi di governo dipendenti “dai mercati” anziché dalla complessa dinamica tra classi sociali all’interno di territori storicamente determinati. Ovvero dall’imposizione di un unico interesse “a-sociale” su tutti gli altri: quello del capitale finanziario e industriale multinazionale.
Due reazioni di rigetto – una interna al paese-guida, l’altra dentro un paese-vittima – niente affatto “progressive”, ma inarrestabili se prosegue la politica che le ha prodotte.
E non c’è alcun dubbio che tutte le principali forze politiche europee – sia criptofasciste che sedicenti “democratiche” – non abbiano alcuna intenzione di cambiare registro. Per un motivo in fondo banale come il male che hanno creato: sono l’espressione di quel sottilissimo ceto che pretende di dominare sulla complessità degli interessi sociali senza farsene mai carico. Anzi…
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