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La BCE di Christine Lagarde è davvero la banca per le banche

Il nuovo rialzo dei tassi deciso dalla Banca centrale europea riporta in primo piano una questione centrale per i conti delle banche: quando il costo del denaro sale, non necessariamente aumentano nella stessa misura i costi sostenuti dagli istituti per finanziare la propria attività, mentre possono crescere rapidamente i ricavi prodotti dagli impieghi.

È questo uno dei meccanismi che ha consentito al sistema bancario italiano di realizzare negli ultimi anni profitti eccezionalmente elevati.

Il 10 settembre la BCE ha deciso un nuovo aumento di 25 punti base, portando dal 16 settembre il tasso sui depositi al 2,50 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,90 per cento.

Per le banche il rialzo significa innanzitutto una cosa molto semplice: il denaro prestato a famiglie e imprese può essere remunerato a un tasso più elevato. Ma il passaggio decisivo è capire quanto di questo aumento venga effettivamente trasferito sul costo della raccolta. La risposta è che il trasferimento non è necessariamente completo né immediato.

Una parte significativa della provvista bancaria è costituita da depositi, soprattutto conti correnti e forme di liquidità che non vengono automaticamente remunerati nella stessa misura dell’aumento dei tassi ufficiali.

Quando la BCE alza i tassi, quindi, la banca può aumentare il rendimento di una parte dei propri attivi molto più rapidamente di quanto aumenti il costo complessivo della propria raccolta.

È proprio questa asimmetria a produrre l’espansione del margine di interesse. Il fenomeno è particolarmente evidente osservando ciò che è accaduto dopo l’avvio della stretta monetaria.

Nel 2021 il margine di interesse delle banche italiane era pari a circa 38,4 miliardi di euro. Nel 2024 aveva raggiunto 64,4 miliardi. Nel 2025, pur con la successiva discesa dei tassi, è rimasto a 59,9 miliardi.

Nello stesso anno il sistema bancario italiano ha realizzato, secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, 47,5 miliardi di euro di utile netto, contro i 46,5 miliardi del 2024 e i 40,6 miliardi del 2023.

La dimensione dei profitti rende evidente la portata della trasformazione intervenuta con il nuovo regime dei tassi.

Non si tratta soltanto di un incremento marginale della redditività. Nel quinquennio 2021-2025 le banche italiane hanno accumulato 176,5 miliardi di euro di utili netti, mentre nel solo 2025 hanno prodotto profitti per quasi 50 miliardi.

L’aumento dei tassi, dunque, ha funzionato come un potente trasferimento di redditività verso il settore bancario, soprattutto nella fase iniziale della stretta monetaria, quando il rendimento dei prestiti è salito più rapidamente del costo della raccolta.

E anche ora che la BCE torna ad alzare il costo del denaro, il meccanismo può riproporsi. Se i tassi sui nuovi finanziamenti aumentano rapidamente mentre la remunerazione della maggior parte dei depositi rimane più contenuta, ogni ulteriore incremento dei tassi di riferimento tende ad allargare la differenza tra ciò che le banche incassano e ciò che pagano.

Il fenomeno assume ancora maggiore rilievo se si guarda al rapporto tra profitti e imposte. Nel 2025, secondo i dati elaborati da Unimpresa, a fronte di 47,5 miliardi di euro di utili netti le banche hanno versato circa 9,1 miliardi di euro di imposte, con un tax rate effettivo del 19,2 per cento. Nel 2024 il rapporto era stato del 24,2 per cento e nel 2023 del 20,1 per cento.

Sul quinquennio 2021-2025, le imposte complessivamente versate vengono stimate in 35,1 miliardi a fronte di 176,5 miliardi di utili, con un’incidenza media del 19,9 per cento.

Sono numeri che permettono di inquadrare diversamente il tema dei cosiddetti superprofitti bancari. Anche senza entrare nel giudizio politico sulla congruità della tassazione, il dato contabile mostra che nel 2025 circa quattro quinti degli utili considerati da questa analisi sono rimasti dopo il prelievo fiscale.

Per ogni 100 euro di profitto netto, quindi, il sistema bancario ha versato in media poco più di 19 euro di imposte secondo la metodologia utilizzata da Unimpresa.

Direi decisamente poco.

Naturalmente il tax rate non coincide con una singola aliquota fiscale applicata direttamente agli utili. Il sistema tributario delle banche comprende IRES, IRAP, deduzioni, differenze tra risultato civilistico e imponibile fiscale e altre componenti che possono modificare sensibilmente l’incidenza effettiva delle imposte. Ma proprio per questo il confronto tra profitti e imposte rappresenta un indicatore utile per comprendere quanta parte della straordinaria redditività generata negli ultimi anni sia stata effettivamente trasferita al fisco.

Il dato diventa ancora più significativo se si considera che la redditività bancaria non deriva soltanto dal margine di interesse.

Nel 2025, mentre il margine di interesse è diminuito rispetto al 2024, gli utili sono rimasti ai massimi storici grazie anche alle commissioni, ai risultati di negoziazione e ad altre componenti del conto economico.

La Banca d’Italia ha rilevato una redditività del sistema ancora elevata e un ROE del 13,8 per cento nel 2025.

È qui che emerge la peculiarità del ciclo dei tassi: uno strumento pensato dalla banca centrale per raffreddare l’inflazione e ridurre la domanda finisce per accrescere il margine di interesse degli intermediari bancari.

Non introdurre una revisione della imposizione sui profitti bancari, in queste condizioni, è davvero follia.

* da Facebook

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