Per anni le criptovalute sono state raccontate come la promessa di una finanza libera dagli Stati, dalle banche centrali e dagli intermediari tradizionali. Una sorta di territorio digitale dove il denaro avrebbe potuto circolare senza confini e senza controlli. La realtà che emerge dai conflitti degli ultimi anni è decisamente meno libertaria: Bitcoin, stablecoin e altri criptoasset sono diventati anche strumenti della guerra, delle sanzioni e della competizione tra potenze.
È una delle tante contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Una tecnologia presentata come alternativa al sistema finanziario esistente viene progressivamente incorporata nelle sue dinamiche più brutali: finanziare apparati militari, aggirare sanzioni, acquistare equipaggiamenti e trasferire capitali oltre frontiera.
Il primo terreno è quello dell’elusione delle sanzioni. Le sanzioni economiche sono diventate uno degli strumenti centrali attraverso cui le grandi potenze esercitano pressione su Stati considerati ostili. Congelamento di attività, esclusione dai circuiti bancari, limitazioni all’accesso al dollaro e al sistema finanziario internazionale possono colpire pesantemente un’economia.
In questo scenario le criptovalute offrono un canale alternativo. Non sono una bacchetta magica capace di rendere invisibili i capitali — le blockchain possono essere analizzate e le transazioni ricostruite — ma possono complicare il lavoro delle autorità e permettere il trasferimento di valore attraverso reti che sfuggono, almeno in parte, ai circuiti bancari tradizionali.
Le autorità statunitensi hanno individuato e sanzionato reti finanziarie accusate di utilizzare criptovalute in operazioni collegate all’Iran. Il dato politicamente interessante è che la stessa infrastruttura può essere utilizzata da soggetti diversi e per finalità opposte: ciò che per un investitore è un asset speculativo, per un’organizzazione sottoposta a sanzioni può diventare uno strumento per mantenere aperti i propri canali finanziari.
La guerra in Ucraina ha mostrato un’altra faccia del fenomeno: la raccolta immediata di denaro attraverso le criptovalute. Dopo l’invasione russa del febbraio 2022, il governo ucraino e organizzazioni collegate allo sforzo bellico hanno diffuso indirizzi blockchain per ricevere donazioni. Sono stati raccolti decine di milioni di dollari in criptovalute, contribuendo a finanziare diverse necessità legate alla guerra.
Il meccanismo è semplice e politicamente significativo: un soggetto situato in un Paese può trasferire direttamente fondi a un destinatario dall’altra parte del continente senza utilizzare necessariamente un bonifico bancario tradizionale. La frontiera finanziaria si assottiglia, mentre il denaro può essere mobilitato quasi in tempo reale.
Ed è proprio la velocità uno degli aspetti più interessanti per chi opera in un contesto di guerra. Trasferimenti internazionali che attraverso i canali bancari possono richiedere procedure, verifiche e tempi tecnici possono essere sostituiti, in determinate circostanze, da transazioni digitali molto più rapide. Questo rende le criptovalute particolarmente utili quando occorre reperire risorse con urgenza.
Il passaggio successivo è quello dagli asset digitali alle merci. Il denaro raccolto può essere convertito in valuta tradizionale e utilizzato per acquistare attrezzature, dispositivi tecnologici, droni e materiali di varia natura. La criptovaluta diventa così soltanto l’anello iniziale di una catena che termina nel mondo materiale della guerra.
La retorica secondo cui la blockchain avrebbe inaugurato una nuova era di libertà finanziaria mostra allora il suo rovescio. La finanza non viene abolita: viene digitalizzata, accelerata e adattata alle nuove forme della competizione geopolitica.
Questo non significa che le criptovalute siano “la causa” delle guerre. Le guerre nascono da rapporti di potere, interessi economici, rivalità geopolitiche e strategie degli Stati. Ma le infrastrutture finanziarie che permettono di sostenerle cambiano insieme al capitalismo.
Ed è proprio qui che sta la questione politica. Mentre una parte della propaganda cripto continua a presentare la decentralizzazione come sinonimo di emancipazione, la realtà mostra che anche questa tecnologia può essere assorbita dalle logiche dell’accumulazione, delle sanzioni e della guerra. Il capitale non ha bisogno che il denaro sia tradizionale o digitale: ha bisogno che continui a circolare.
La blockchain non ha cancellato l’imperialismo. In alcuni casi, gli ha semplicemente fornito un nuovo strumento.
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