C’è una contraddizione sempre più evidente nell’economia britannica: i numeri possono ancora raccontare una crescita, ma per chi vive del proprio lavoro il quadro continua a peggiorare.
L’ultimo indice PMI di S&P Global conferma infatti che le imprese del Regno Unito hanno continuato a ridurre l’occupazione per il 24° mese consecutivo. Una sequenza impressionante, che porta il deterioramento del mercato del lavoro oltre quello registrato durante la crisi finanziaria globale.
Non siamo quindi di fronte soltanto a un rallentamento congiunturale. Da due anni le imprese britanniche riducono la forza lavoro mentre l’economia, almeno secondo gli indicatori aggregati, continua a mantenersi in territorio positivo.
È una delle contraddizioni strutturali del capitalismo contemporaneo: la crescita della produttività e dei profitti non comporta automaticamente un miglioramento delle condizioni di chi lavora. Al contrario, quando le imprese cercano di difendere i propri margini, l’occupazione può diventare una delle prime variabili sulle quali intervenire.
Crescita per chi?
A settembre il PMI composito è sceso a 52 punti, contro i 52,5 di agosto. Il dato resta comunque al di sopra della soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione dell’attività economica ed è risultato leggermente migliore rispetto alla stima preliminare di 51,7.
Sulla carta, dunque, l’economia britannica continua a crescere. Ma dietro questo numero apparentemente rassicurante si nasconde una realtà molto meno brillante: la crescita non si traduce in nuovi posti di lavoro.
Nel settore dei servizi, la contrazione dell’occupazione è stata la più contenuta degli ultimi undici mesi. È un segnale positivo, ma non sufficiente per parlare di inversione di tendenza. La riduzione degli organici continua infatti da due anni e interessa un’economia sottoposta contemporaneamente alla pressione dell’inflazione, dei costi energetici e di una domanda ancora fragile.
Il tasso ufficiale di disoccupazione resta comunque nettamente inferiore ai livelli raggiunti negli anni successivi alla crisi finanziaria globale. Ma proprio questo dato rende ancora più significativo ciò che sta accadendo: non è necessario arrivare a una disoccupazione di massa perché il mercato del lavoro venga progressivamente indebolito.
Il deterioramento può passare anche attraverso il blocco delle assunzioni, la mancata sostituzione dei lavoratori che lasciano, la riduzione degli organici, la precarizzazione e l’intensificazione del lavoro di chi rimane.
Il Labour e la pressione sulle imprese
La situazione rappresenta una sfida per il governo laburista guidato da Keir Starmer, arrivato al potere nel 2024 con la promessa di rilanciare l’economia britannica.
Secondo Bloomberg, le imprese hanno iniziato a ridurre il personale anche dopo l’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro e del salario minimo deciso dal governo.
Qui emerge una delle contraddizioni della politica economica del Labour. Da un lato, l’aumento del salario minimo e alcune misure di tutela del lavoro possono migliorare le condizioni dei lavoratori meno pagati. Dall’altro, in un sistema nel quale le imprese continuano a determinare autonomamente investimenti e occupazione sulla base delle aspettative di redditività, l’aumento dei costi può essere utilizzato come giustificazione per ridurre gli organici o rallentare le assunzioni.
La questione non riguarda quindi soltanto il livello dei salari, ma i rapporti di forza all’interno dell’economia. Perché quando arriva la difficoltà, chi decide dove intervenire? Sui profitti, sui dividendi e sui rendimenti del capitale oppure sul costo del lavoro? I dati degli ultimi due anni indicano che la pressione sull’occupazione è tutt’altro che marginale.
Il nuovo shock energetico
A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la nuova impennata dei prezzi dell’energia. L’indagine di S&P Global segnala un ulteriore aumento delle pressioni sui prezzi: sia i costi sostenuti dalle aziende sia i prezzi applicati ai clienti sono aumentati al ritmo più rapido dal giugno precedente.
Secondo Tim Moore, direttore economico di S&P Global Market Intelligence, la debolezza della domanda e l’aumento delle pressioni inflazionistiche hanno contribuito a peggiorare le aspettative sull’attività economica per il prossimo anno.
Una combinazione particolarmente pericolosa. Energia più cara significa infatti maggiori costi per le imprese e maggiore pressione sui prezzi. Prezzi più alti possono comprimere i consumi delle famiglie. Una domanda più debole può spingere le aziende a rinviare investimenti e assunzioni. E, ancora una volta, il lavoro rischia di diventare la variabile di aggiustamento.
Le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of England sono inoltre aumentate. L’obiettivo è contenere le pressioni inflazionistiche, ma una politica monetaria più restrittiva rischia contemporaneamente di frenare consumi e investimenti.
Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti /1
È dentro questo quadro che va letta anche la trasformazione tecnologica in corso. Le imprese stanno aumentando gli investimenti per sfruttare le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Dal punto di vista aziendale, la logica è chiara: aumentare la produttività, ridurre i tempi e i costi della produzione, ottenere più valore con una quantità inferiore di lavoro umano.
Il problema è che questa trasformazione non garantisce automaticamente una redistribuzione dei benefici. Se l’aumento della produttività viene accompagnato da salari più elevati, riduzione dell’orario e maggiore sicurezza occupazionale, la tecnologia può rappresentare un progresso sociale. Se invece viene utilizzato per ridurre gli organici e aumentare i margini, il risultato è completamente diverso.
Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti /2
Non necessariamente attraverso ondate immediate di licenziamenti di massa. La ristrutturazione può essere molto più silenziosa: meno assunzioni, mancato ricambio del personale, esternalizzazioni, automazione, chiusura di reparti e aumento dei carichi di lavoro per chi rimane.
L’intelligenza artificiale rischia così di diventare non soltanto una nuova tecnologia produttiva, ma anche uno strumento attraverso il quale il capitale può ridurre ulteriormente il fabbisogno di forza lavoro.
La domanda decisiva diventa allora: chi beneficerà dell’aumento della produttività? Se la risposta sarà ancora una volta il capitale, mentre ai lavoratori verranno lasciati licenziamenti, precarietà e salari compressi, la promessa della crescita tecnologica rischia di trasformarsi nell’ennesima redistribuzione della ricchezza verso l’alto.
Una questione europea
Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito. La stessa dinamica attraversa, con caratteristiche differenti, le principali economie europee. Industria, banche, telecomunicazioni, commercio e servizi stanno affrontando processi di ristrutturazione nei quali la riduzione dei costi del lavoro e l’aumento della produttività diventano elementi centrali della competizione internazionale.
Il capitale è globalizzato. I lavoratori, molto meno. Le imprese possono spostare produzioni, investimenti e catene di fornitura da un paese all’altro, cercando condizioni più favorevoli. Possono sostituire lavoro con tecnologia e possono utilizzare la concorrenza internazionale come leva per contenere salari e diritti.
Per questo la questione dell’occupazione non può essere ridotta a un problema tecnico di statistiche sul PIL o sul PMI.
È una questione di rapporti di forza. La crescita economica può aumentare senza migliorare la vita di chi lavora. La produttività può crescere senza aumentare i salari. La tecnologia può produrre più ricchezza mentre diminuisce il numero dei lavoratori necessari a produrla. Il punto non è quindi fermare il progresso tecnologico, ma decidere chi controlla quel progresso e come vengono distribuiti i suoi risultati.
La vera prova per il Labour
Il governo Starmer si prepara ora ad affrontare il prossimo bilancio in un contesto difficile. Può rivendicare una relativa tenuta dell’economia britannica, ma non può ignorare il dato più ostinato: il mercato del lavoro continua a perdere occupazione da 24 mesi. La questione centrale non sarà allora soltanto quanto crescerà il PIL britannico.
Sarà capire chi pagherà il costo della ristrutturazione. Perché il capitale ha già individuato la propria risposta: aumentare la produttività, ridurre i costi e difendere la redditività.
Ai lavoratori resta invece una domanda molto più concreta: quanto ancora dovranno pagare per una crescita dalla quale ricevono una quota sempre più piccola?
Il caso britannico mostra che la partita è già aperta. E se il futuro dell’economia europea verrà costruito attraverso licenziamenti, precarietà e compressione dei salari, allora il problema non sarà soltanto la crisi del mercato del lavoro.
Sarà chi avrà il potere di decidere come uscirne.
* Professore di filosofia politica e sociale
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