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Mercato del lavoro: manovre in corso

“Cogliere l’occasione” della crisi per creare un sistema di relazioni industriali e di messa al lavoro delle persone, da qui in poi, tale da escludere la possibilità di un movimento sindacale che rappresenti onestamente i lavoratori. Qualsiasi “proposta” sul mercato del lavoro, letta in controluce, sia pure allo stato di “linee generali”, sembra finalizzata a realizzare questo obiettivo “strutturale”.

Va in questo senso il lunghissimo periodo di “apprendistato” (chiamato in vari modi) in cui non si deve godere sostanzialmente di alcun diritto. E’ una misura chiaramente pensata per “i giovani”, ancora pieni di energia, senza il ricatto della famiglia da mantenere, e quindi in generale – e per esperienza (basti ricordare il loro peso nella stagione del “sindacato dei consigli”) – più disponibili alla conflittualità.

Va in questo senso l’incentivazione di accordi “in deroga”, in cui è l’impresa – non più i lavoratori – a scegliere quale sindacato ammettere sul posto di lavoro: quello che dice sempre sì, modello Pomigliano. L’articolo del deputato Stefano Saglia (Pdl), che rivendica la “manovra d’agosto” e il criminogeno art. 8, è da questo punto di vista esemplare.

Va in questo senso, naturalmente, la disarticolazione “scientifica” (a questo deve servire un “governo tecnico”, no?) dello Statuto dei lavoratori, della rappresentanza sindacale, delle tutele contro i licenziamenti discriminatori.

Un breve esame degli articoli pià informatici apparsi oggi sulla stampa aiuta a chiarire i passaggi fondamentali.

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da Il Sole 24 Ore

Part-time e pensione per gli anziani. Fornero studia il «contratto graduale»

di Davide Colombo

 

La proposta di riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali che il Governo potrebbe mettere in campo dopo il confronto con le parti sociali sarà legata a doppio filo con la logica «totalmente contributiva» delle nuove pensioni. Più che a modellistiche come il «contratto unico» o il «contratto prevalente», da associare ai contratti a termine e all’apprendistato in una prospettiva di razionalizzazione delle numerose tipologie che si sono cumulate dopo la riforma Treu (1999) e la legge Biagi (2003), quello cui si sta pensando è un modello di «contratto graduale» capace di accompagnare l’allungamento della vita lavorativa e le future uscite flessibili per il pensionamento.

Come arrivarci non è tema di oggi ma delle prossime settimane. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, mantiene il massimo riserbo su questo nuovo fronte di riforma e restano, al momento, le indicazione date dal presidente del Consiglio, Mario Monti, nella conferenza stampa di fine anno. L’obiettivo è quello di superare nel più virtuoso dei modi possibili il dualismo che oggi blocca il nostro mercato del lavoro, con le tutele piene da una parte (importante ma minoritaria) e l’infinito ventaglio delle precarietà dall’altra. E per raggiungerlo si passerà da un confronto aperto con i sindacati e tutte le organizzazioni datoriali per conoscere prima le loro analisi dell’assetto attuale del mercato del lavoro e, poi, le loro proposte di intervento concreto.

Un passaggio non semplice e che non potrà non partire anche dai dati relativi alle platee dei lavoratori oggi interessati da un ammortizzatore sociale dopo diversi anni di crisi e di finanziamenti degli strumenti in deroga. Ma la logica del «contratto graduale» è chiara. In un contesto in cui non conta più il peso dell’ultima busta paga per il calcolo della pensione, come si faceva con il residuo sistema di calcolo retributivo, deve valere un modello contrattuale legato all’intero «ciclo di vita» del lavoratore. Un contratto, per esempio, capace di prevedere tempi di lavoro graduati per i più anziani che, magari, possono accettare una retribuzione inferiore e cominciare a incassare una parte dell’assegno previdenziale.

Gli esempi, in giro per l’Europa, non mancano. Uscire dalle otto ore di lavoro standard per rendere possibile l’allungamento della vita lavorativa ora necessario per la pensione di vecchiaia potrebbe essere una strada. L’altra potrebbe essere quella di graduare anche le mansioni del lavoratore, magari tenendo conto del «ciclo di produttività» associato al «ciclo di vita», con una conseguente revisione delle forme di retribuzione attuali che, guardando al passato, pesano di più solo negli anni finali. Mansioni diverse negli ultimi anni di lavoro potrebbero accompagnarsi a quelle ipotesi di «tutoraggio per gli apprendisti» di cui ha parlato in più occasioni anche l’ex ministro Maurizio Sacconi.

L’altro lato fragile del mercato del lavoro di cui si dovrà tener conto sono i giovani e le donne, le categorie che in Italia vantano tra i più bassi tassi di occupazione d’Europa. E il «contratto graduale», più che le diverse forme di detassazione fin qui proposti e in parte sperimentati, potrebbe offrire soluzioni migliori, stando alle ipotesi cui guardano i tecnici del ministero. Insieme al «contratto graduale», naturalmente, dovrebbero arrivare i nuovi ammortizzatori sociali, da finanziare nel medio termine con parte dei risparmi assicurati dalla riforma previdenziale (circa 20 miliardi a regime). Anche su questo fronte le ipotesi di modifica sono numerose ma vanno tutte nella direzione dell’estensione più ampia possibile delle forme di integrazione al reddito con un loro aggancio a percorsi di formazione e ricollocamento.

Il confronto, su tutti questi temi, dovrebbe partire dopo l’Epifania con l’obiettivo di arrivare senza tempi troppo lunghi a un’ipotesi di intervento condivisa da presentare al Parlamento entro marzo, visto che in aprile va presentato a Bruxelles il nuovo Piano nazionale di riforma.

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La via dei contratti aziendali aperta con la manovra d’agosto

di Stefano Saglia

La grave crisi che sta colpendo le economie avanzate ha reso evidenti le criticità dal mercato del lavoro del nostro Paese dove, col tempo, si è creato un divario tra lavoratori con posizioni più tutelate e lavoratori con minori garanzie. La flessibilità ha favorito un aumento dell’occupazione ma ha contemporaneamente generato precarietà. Inoltre, essa è stata introdotta con riforme a margine che hanno ridotto le garanzie per i contratti atipici ma hanno mantenuto, invece, inalterate quelle dei contratti regolari.

In sostanza i contratti a termine esercitano un impatto negativo sull’accumulazione del capitale umano specifico, in particolare nelle economie come la nostra dove le imprese sono specializzate in settori tradizionali. Pertanto maggiori garanzie contrattuali per i lavoratori assunti a tempo determinato sono uno dei presupposti necessari per far ripartire la crescita. Non è un caso che la Bce chieda una revisione accurata delle modalità di assunzione e di licenziamento dei dipendenti. Bisogna concentrarsi, dunque, nella flessibilità in entrata accompagnata in un quadro di miglior tutela della disoccupazione. Creare dunque un patto generazionale tra i nuovi lavoratori e le imprese. Lo sviluppo dell’economia e la creazione dei posti di lavoro non avvengono attraverso l’emanazione di leggi o decreti ma questi sono il presupposto per favorire un cambiamento strutturale.

Gli altri Paesi europei hanno agito anche sul versante delle politiche attive del lavoro e del sostegno al reddito. Bisogna procedere in Italia a una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali e trovare, quindi, il giusto equilibrio tra le esigenze di flessibilità delle imprese e quelle dei lavoratori.
È evidente che molti imprenditori in Italia non vogliano assumersi i rischi connessi all’applicazione dell’articolo 18 e per questo fanno ricorso ai contratti atipici. I dati relativi ad altri Paesi europei sembrano confermare una relazione diretta tra la percentuale di lavoratori atipici e la rigidità in uscita dai contratti standard: nel Regno Unito, dove la rigidità è minore, i lavoratori atipici sono appena il 5% del totale mentre in Italia e in Spagna, dove la rigidità in uscita è maggiore, le percentuali sono del 13% e del 25%.

La strada per unificare il mercato del lavoro, è stata già individuata e indicata nella lettera inviata dal Governo Berlusconi all’Ue con la revisione delle norme sulle assunzioni e sui licenziamenti in un quadro di nuove tutele sostenibili e di politiche attive del lavoro. C’è bisogno di una riforma che favorisca una maggiore propensione ad assumere e una attenzione alle esigenze di efficienza dell’impresa con una maggiore flessibilità in uscita nei contratti a tempo indeterminato. Inoltre, bisogna rendere più stringente l’uso dei contratti atipici, troppo spesso utilizzati per lavoratori di tipo subordinato.

Su questa strada, è stata introdotta con la manovra di agosto la possibilità di stipulare intese a livello aziendale o territoriale, sottoscritte dai sindacati più rappresentativi, in deroga ai contratti collettivi nazionali e a norme di legge. Si tratta di un contributo essenziale allo sviluppo che definisce con la libera contrattazione modelli organizzativi e produttivi flessibili idonei per consolidare le ripresa. Nell’attuale sistema economico le imprese hanno bisogno di organici variabili in relazione ai picchi produttivi. Non siamo di fronte a una modifica legislativa dell’articolo 18 ma di fronte a una opportunità condizionata a un’intesa sindacale.

In ultimo vorrei fare mia la distinzione di Jean Claude Barbier ed Henry Nadel tra flessibilità del lavoro (adattamento dell’attività umana alle specifiche esigenze di produzione) e flessibilità dell’occupazione (rendere variabili le condizioni, le regole e le norme dell’esercizio del lavoro). Quest’ultima implica, pertanto, la revisione di elementi di garanzia e di sicurezza fin qui acquisiti. La riforma che bisogna realizzare dovrà, dunque, rendere flessibile il lavoro e al tempo stesso creare una flessibilità in positivo dell’occupazione, con il miglioramento delle condizioni generali dell’esercizio del lavoro senza creare sperequazioni tra tipologie contrattuali o settori produttivi.

Deputato Pdl

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da “il manifesto”

E ora il mercato sul lavoro
Francesco Piccioni
Il governo non molla l’articolo 18 e ipotizza di abbassare le tutele. Sui licenziamenti il prossimo confronto con i sindacati I tecnici studiano varie ipotesi di «riforma», tutte di area Pd. Che però ne ha una diversa. Mentre il merito (contratto nazionale e rappresentanza) resta sotto silenzio

Sono iniziate le grandi manovre per arrivare alla «riforma del mercato del lavoro». La prima impressione non è esaltante, perché protagonisti della scena politica e giornali si soffermano a lungo su alcune questioni (l’art. 18, per fare un esempio) mentre non considerano affatto diversi architravi decisivi che hanno sorretto finora i rapporti di lavoro in Italia. L’impressione, a dirla chiara, è che ci sia una gran lavorio sotterraneo tra ministri competenti, forze parlamentari, Confindustria, sindacati «più rappresentativi» per trovare i compromessi giusti perché – davanti al risultato finale – tutti possano dire di «aver portato molto a casa».
Partiamo dalle cose certe. C’è un tema che viene retoricamente sbandierato in ogni discorso: «bisogna metter fine al dualismo nel mercato del lavoro», ovvero a quella separazione netta tra chi ha un contratto a tempo indeterminato ed è tutelato dagli umori del padrone da tutta una serie norme (in testa l’art. 18), e chi è schiavo ballerino della precarietà a vita assicurata da oltre 40 forme contrattuali «atipiche». Obiettivo: un «contratto unico», valido per tutti o quasi (escluse insomma le «stagionalità» vere e proprie). Dopo 15 anni – tanti ne sono passati dal «pacchetto Treu», obbrobrio del centrosinistra; pochi meno dalla «legge 30», opera di un Sacconi in vena di esagerazioni – si è infatti scoperto che tutta quella precarietà non è servita nemmeno ad aumentare l’occupazione giovanile. In compenso è stata utilissima per rendere «normali» salari da fame, sia per chi sotto quei contratti lavora sia per i «privilegiati» che da allora non ottengono più aumenti salariali capaci di difenderne il potere d’acquisto.
Messa così, nessuno può essere contrario: sono anni che lo sosteniamo, inascoltati. Ma che tipo di «regole uguali» si stanno studiando? Togliere all’art. 18 per tutti è in astratto «egualitario» tanto quanto renderlo obbigatorio per tutti. Ma con risultati pratici decisamente opposti.
Le poche indiscrezioni filtrate fin qui dal ministero del lavoro parlano di una valutazione che ruota intorno a tre proposte presentate da parlamentari del Pd. Quella di Pietro Ichino, che straccia l’art. 18 insieme allo Statuto dei lavoratori, con licenziamenti possibili in qualsiasi momento e per qualunque ragione. Quella studiata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, presentata da Paolo Nerozzi, che prevede una «fase di inserimento» della durata di tre anni, in cui l’art. 18 continuerebbe a valere per tutti tranne che in questi tre anni di «apprendistato» sotto altro nome. E infine quella di Cesare Damiano e Marianna Madia, del tutto simile, ma che limita i tre anni di «inserimento» soltanto ai neoassunti.
Tutte proposte dunque di parlamentari con carriere precendenti nella Cgil. E si può anche capire (l’esperienza fa competenza). Il problema, come spiega il responsabile economia del Pd, Stefano Fassina, è che «queste sono proposte presentate a titolo individuale», non la posizione ufficiale del Pd. Più recente e articolata, non «opposta», che prevede: contratto di apprendistato della durata di 3 anni con agevolazioni fiscali per la stabilizzazione, eliminazione degli oltre 40 contratti «atipici», eguale costo del lavoro per i contratti precari residui (in modo da non avvantaggiarne la prosecuzione), indennità di disoccupazione universale (in parte a carico delle imprese) e un «salario minimo» per quanti non rientrano in un contratto nazionale di categoria.
Problema ulteriore. I tecnici del ministero non parlano di «contratto unico», ma solo di «prevalente». Uno più importante degli altri, insomma… quanti? e quali?
Nemmeno una parola, invece, sul «merito», sul peso delle relazioni industriali devastate negli ultimi anni, a partire da quell’«art. 8» dell’ultima manovra firmata Berlusconi che consente di fare accordi «in deroga ai contratti e alle leggi». Che Tiziano Rinaldini, della Cgil emiliana, prova a sintetizzare così. «Non si capisce che fine fa il carattere vincolante del contratto nazionale. C’è inoltre una spudorata incentivazione verso accordi che si firmano solo se i lavoratori dicono sì alle richieste delle imprese. Ma anche una struttura contrattuale che assegna per principio ai nuovi assunti salari, diritti, tutele minori».
La partita che si giocherà nelle prossime settimane è dunque una di quelle «epocali», perché «c’è un salto di qualità democratica». Impossibile infatti parlare di «nuovo mercato del lavoro» senza fissare per legge i criteri della rappresentatività sindacale, impedendo che «sigle» con rappresentività minoritaria firmino accordi rifiutati dalla maggioranza. E appare esercizio retorico parlare di «ammortizzatori sociali universali» (eliminando dunque cassa integrazione e mobilità) senza mai chiarire il grado di copertura di questi eventuali assegni né dove si andrebbero a prendere le risorse per finanziarli.
Lo sfondo è chiaro. La crisi ha creato una enorme «fame occupazionale», che viene sapientemente utilizzata – dalle imprese, dall’Europa liberista, quindi anche dal governo – per stabilire livelli e standard che poi varranno per tutti. A cominciare da quella «responsabilità dell’impresa rispetto ai lavoratori che ha assunto» che viene ridotta a poco o nulla. La Fiat di Marchionne è lì, parametro di riferimento e sogno o incubo per tanti.

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