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Elezioni e movimenti/4. Come si ripudia veramente la guerra?

Si è trattato di un confronto con alcune liste che si presentano alle imminenti elezioni politiche, incentrato su quei temi internazionali che risultano esclusi dall’attuale dibattito pubblico italiano. Per non cadere nel generico, la Rete ha sottoposto ai candidati un’articolata piattaforma pacifista ed antimilitarista, sviluppata in 15 punti volti a mettere in discussione l’intera politica estera italiana, a partire dalle alleanze militari e dagli accordi di cooperazione bellica che la contrassegnano.

Nella Ginatempo (Rete No War) , che ha specificato che le forze politiche invitate sono state scelte in virtù delle loro dichiarazioni contro la partecipazione italiana all’avventura coloniale in Mali, contro l’acquisto degli F-35 e per il ritiro dei militari italiani dall’Afghanistan. Si tratta di posizioni importanti, ma ancora parziali, perché – a partire dalla prima aggressione all’Iraq (1991) – la guerra è diventata un fatto globale, con mille articolazioni. A parte l’invio di soldati qua e là, vi è pure la diplomazia di guerra, ossia il sostegno del “nostro” ministero degli esteri alle operazioni militari in cui non siamo (ancora) immediatamente coinvolti.
Rompere complessivamente con questa logica è importante, perché anche in quella che Ginatempo definisce la “cittadella della pace” è entrato il cavallo di Troia del bellicismo. Lo ha fatto presentandosi sotto le insegne più accettabili, quelle dei “diritti umani”. Ciò almeno dal 1999, con l’attacco alla Serbia. Nel 2003, infatti, la seconda guerra all’Iraq non piacque perché si presentò come preventiva (e, aggiungiamo noi, “unilaterale”, cioè legata all’esclusivo interesse statunitense a discapito di quello degli imperialisti europei).
In questo quadro, in cui è stata seminata confusione nello stesso movimento pacifista, è necessario sviluppare un discorso che rifiuti ogni ingerenza armata, promuovendo un’autentica diplomazia di pace, volta a sostenere percorsi di dialogo e di riconciliazione ovunque (facendo una scelta diversa da quella scelleratamente intrapresa dal ministro Terzi rispetto alla Siria, con lo schieramento a favore di una parte belligerante).
In più, bisogna chiudere le basi straniere in Italia (sono oltre 100) e impedire che la penisola continui ad essere uno dei luoghi da cui partono gli attacchi militari statunitensi. Realtà, questa, ulteriormente rafforzata con l’installazione dei droni a Sigonella.
Per quanto riguarda, poi, gli F-35, va detto che rifiutarli è positivo, ma non basta, perchè in Libia l’Italia ha ucciso con gli F-16, meno moderni ma altrettanto efficaci strumenti di morte.
Dunque, va espresso un no chiaro alle spese militari nel loro complesso, rifacendosi ad esperimenti di paesi che vi hanno completamente rinunciato, come il Costarica.
In più, c’è da mettere in discussione la stessa partecipazione dell’Italia ad una Nato che, sulla base del suo nuovo concetto strategico, è andata molto oltre quell’articolo 5 del suo Statuto che prevede l’intervento a favore di un suo paese membro attaccato, contemplando la “tutela armata” in ogni dove dei propri interessi nazionali da parte di chi vi è interno.
Dunque, va messo in atto un processo volto ad uscirne. Così come va revocato l’accordo militare con Israele, che ci rende complici del quotidiano massacro dei palestinesi.
Lidia Giannotti, di Peacelink, associazione impegnata tanto sul piano dell’antimilitarismo che su quello della lotta ambientalista (come dimostra l’ampia documentazione prodotta sul caso Taranto), si è concentrata su alcune trappole del linguaggio corrente. Dietro concetti che, nel contesto attuale, sembrano positivi come semplificazione, si annidano gravi pericoli e brutte realtà, come quella relativa alle procedure, oggi più sbrigative di un tempo, sulla esportazione di armi.
Per non parlare dei danni al territorio determinati dalla semplificazione dei passaggi amministrativi e burocratici legati allo svolgimento dell’attività edilizia. Un altro elemento di grande rilievo emerso dal suo discorso è quello legato all’intreccio tra l’attuale aumento dell’export di armi ed il traffico sempre crescente di rifiuti tossici.
Il primo aspirante onorevole a parlare è stato Andrea Maggi del Movimento 5 Stelle.
Il quale ha puntualizzato che tale soggetto politico tende ad un rispetto letterale della Costituzione i e che quindi ripudia l’uso della guerra. A ciò si aggiunge l’idea-guida che le guerre in cui siamo coinvolti siano il portato degli interessi di grandi potenze straniere o di élites locali che hanno mire estranee al bene della collettività.
Maggi, valorizzando esperienze come la lotta contro il Muos a Niscemi, ha poi specificato che entrare nelle istituzioni non significa per lui soppiantare i movimenti ma aggiungere qualcosa alle mobilitazioni in corso. Concludendo, si è espresso in modo favore a quasi tutti i punti della piattaforma, salvo tre, su cui dovrà fare approfondimenti (il risarcimento dei danni causati dalla Nato in Libia; l’estradazione degli agenti CIA; il passaggio dell’Italia da membro a partner della Nato).
Sebbene i punti indicati siano della massima importanza, tale atteggiamento è stato generalmente apprezzato in virtù della sua trasparenza.
Va detto che la stessa chiarezza non è stata registrata in altri interventi di aspiranti parlamentari.
Per dire, Fabio Marcelli, di Rivoluzione Civile ha detto di condividere tutti i punti della piattaforma, anch’egli appoggiandosi al dettato costituzionale. Poi ha fatto riferimento ad una iniziativa di “diplomazia di pace” in cui è stato coinvolto, in Marocco, in relazione ad un processo cui sono sottoposti alcuni dirigenti del movimento di liberazione dei Saharawi. Ed ha sottolineato che in quel caso, come in altri, occorre dare vita ad una diplomazia che valorizzi le spinte di pace e di superamento dei conflitti armati che emergono da settori della società civile.
Tutto molto interessante, però avremmo gradito che, rispetto alla piattaforma, Marcelli entrasse più nel merito. Ciò, perché ci sono, come ha opportunamente segnalato la moderatrice, dei pregressi che non suscitano una incondizionata fiducia. Tra questi, l’atteggiamento che lo stesso Marcelli ha assunto, nel 2011, all’inizio della crisi libica.
Antonio Carboni, del Partito Comunista dei Lavoratori, ha tenuto a precisare le origini della sua organizzazione, nata nel 2006 in contrapposizione a quanti si apprestavano ad appoggiare il governo Prodi e le sue politiche belliciste.
Tra gli elementi caratterizzanti la posizione del Pcl, vi è l’idea che non si possa fare affidamento alcuno sull’ONU, considerata non più che strumento nelle mani degli imperialisti. Inoltre, Carboni ha evidenziato i nessi tra politica estera aggressiva e politica interna di attacco ai diritti dei lavoratori e delle masse popolari. Secondo lui, il profilo internazionale dell’Italia non è il mero prodotto della sudditanza rispetto agli imperialismi più forti, rinviando anche a corposi interessi del padronato nostrano.
A questo aspetto, peraltro, ci siamo ricollegati anche noi, nella seconda parte del dibattito, sottolineando che, per portare avanti una autentica lotta contro la guerra occorre colpire gli interessi che, in Italia, spingono verso una politica aggressiva (si pensi, per esemplificare, a coloro che, dalla sanguinosa occupazione dell’Afghanistan, hanno tratto vantaggi in termini di concessioni minerarie).
A parte ciò, una certa discussione ha suscitato l’impostazione del Pcl sulle vicende libica e siriana. Laddove, l’intervento occidentale viene considerato più volto a depotenziare e/o dirottare le rivolte che non a sostenerle.
In sostanza, la sua posizione sembra essere volta a mantenere un canale di comunicazione con le spinte genuine che, ad esempio, si sono espresse nella prima fase della contestazione ad Assad.
Loredana De Petris, di SEL, ha espresso – a proposito della Siria – il sostegno ad una mediazione internazionale con la partecipazione di tutte le parti coinvolte nel conflitto.
Inoltre ha focalizzato l’attenzione sulla questione delle scelte energetiche, ritenendo che finché non si opererà una svolta in questo campo ci sarà la guerra.

* Un resoconto più ampio dell’incontro è stato pubblicato su http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o37704:e1

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