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Bersani, l’ultimo tentativo della vecchia politica

Era persino giusto che Napolitano desse l’incarico – esplorativo, si dice quando non c’è alcuna maggioranza certa sulla carta – a Pierluigi Bersani. E’ il leader a tempo della coalizione arrivata per un soffio prima alle elezioni, il “porcellum” gli assegna la maggioranza assoluta alla Camera e vaghe ipotesi di mettere insieme qualcosa al Senato.
Possiamo dare per certo che il suo tentativo partorirà il solito colpo di scena che da oltre venti anni va in scena; nomi nuovi, non appartenenti a nessuno dei partiti della coalizione, “persone per bene” o “al di sopra delle parti”. Ognuno potrà eccitarsi nel riconoscere uno di quelli che avrebbe voluto in un qualsiasi governo, com’è accaduto per le presidenze di Camera e Senato. E naturalmente Bersani cercherà di formare una squadra di governo “snella”, “efficiente”, lontana dal manuale Cencelli e dall’idea di spartizione delle poltrone. In omaggio alla nuova ondata moralizzatrice, e nel tentativo di grattar qualcosa dal plotone grillino, nonostante i pronostici assolutamente contrari. Il “modello Sicilia” non sembra facilmente trapiantabile a Roma.
E’ l’ultimo tentativo di mantenere la presa della “vecchia politica” sulla nuova situazione, mentre si sfarina l’ormai consunto format della “seconda repubblica”. E’ un tentativo condotto assecondando gli umori maligni o benigni che salgono da una società che rifiuta “il vecchio” senza aver la minima idea di cosa voglia sul serio. Senza progetto, senza “disegno”, senza una visione di insieme.
E’ la vecchia idea di sostituire le idee e i programmi con le facce. Un tempo ci si divideva tra democristiani socialisti, comunisti, liberali. Ora tra chi ha fede in Berlusconi, in Grillo, in Bersani o Renzi. Monti non c’è più e nessuno lo rimpiange, nemmeno i suoi che l’hanno seguito sperando di cogliere una scia vincente solo negli editoriali filopadronali.
Si può fare “politica” mettendo delle facce al posto dei programmi?
Sì, se non c’è più nulla da fare. Se “i programmi” vengono scritti a Bruxelles o dagli sherpa della Troika (Bce, Ue, Fmi) e qui si tratta solo di ratificarli. Sì, se funziona il “pilota automatico” evocato da Mario Draghi come riassunto dei patti europei (fiscal compact, six pack, two pack, ecc), che riducono l’attività di un governo nazionale al livello di autonomia di una provincia senza fondi propri.
Si può parlare soltanto di “abbigliamento” – riduzione dei costi della politica, una legge sulla corruzione o sul conflitto di interessi, il diritto di voto ai nati in Italia indipendentemente dal passaporto dei genitori, quache forma legale per le coppie omosessuali, ecc – perché sulla “ciccia” parla la Troika.
E’ insomma l’ultimo tentativo di costruire un governo che abbia le apparenze della democrazia rappresentativa (una compagine “decisa” dalle formazioni che si presentano alle elezioni e che riempiono perciò il parlamento) senza più le prerogative tipiche di un governo “sovrano”.
Poi sarà peggio. Comunque vada. L’assenza – o l’impossibilità – di “scelte strategiche” decise in autonomia, all’interno di un paese azzera la politica come l’abiamo conosciuta. E apre una stagione di conflitti senza soluzioni istituzionali riconosciute, con esecutivi necessariamente “orientati all’Europa” e sommovimenti acefali che i “pifferai” vecchi e nuovi tenteranno di pilotare per la propria emersione. Surfisti sullo tsunami sociale e tecnocrati tendenti a non farsi vedere in pubblico.
Forse è il caso di cominciare a prendere le misure a questo nuovo mondo. E preparare una via d’uscita.

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