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Libia. Un incubo per Obama, un diktat per Letta

Il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ha telefonato al premier italiano Enrico Letta. Dopo i convenevoli pare che sia andato subito al sodo delle sue preoccupazioni e delle sue “richieste” all’alleato italiano. Pare infatti che l’argomento su cui Obama ha più insistito con Letta sia la preoccupazione per l’instabilità della Libia. La scelta di Obama di mettere l’accento sulla Libia nelle sue relazioni con il nuovo esecutivo italiano sembra avere diverse spiegazioni.

Jeffrey White, analista militare del Washington Institute, sottolinea come “l’Amministrazione teme che le violenze in Libia degenerino a causa del rafforzamento dei gruppi salafiti in Cirenaica, dovuto all’arrivo di miliziani stranieri negli ultimi mesi”. Tra pochi giorni nella base USA in Italia di Sigonella arriverà un primo contingente di almeno duecento marines destinati ad essere una “forza operativa” per intervenire militarmente in Libia. Nel frattempo vanno avanti i lavori per il Muos di Niscemi, la base strategica per le comunicazioni globali delle Forze Armate statunitensi.

Una scelta questa che tira ancora una volta l’Italia dentro le eventuali avventure militari degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Il presidente americano l’ha messa sull’importanza “del ruolo dell’Italia per la stabilità della Libia” con un riferimento tanto ai progetti di cooperazione bilaterale che al ruolo dell’Unione Europea nel rafforzamento dei controlli lungo i confini. 

“La forte collaborazione con l’Italia è un tassello della stabilizzazione della Libia” ha spiegato una fonte dell’Amministrazione americana, sottolineando come Obama, quando definisce l’Europa «partner globale nella gestione delle crisi», faccia riferimento anche al ruolo che Roma può avere per rafforzare le nuove istituzioni libiche imposte dai bombardamenti della Nato, istituzioni ritenute piuttosto deboli e vulnerabili in una nazione dove, secondo stime militari, vi sarebbero almeno cinquecento gruppi armati, gran parte dei quali sono stati sostenuti militarmente e finanziariamente dai governi della Nato (USA, Francia, Italia, Gran Bretagna) per deporre e poi assassinare il leader libico Gheddafi. Quest’ultimo, da parte sua, lo aveva detto chiaramente a quelle potenze che avevano deciso di deporlo e fargli la pelle: “State aiutando i nemici dell’Occidente…ve ne pentirete”. Un monito che sembra attagliarsi benissimo e quasi profeticamente all’altro teatro di crisi nel Medio Oriente: la Siria. Obama è ancora riluttante se intervenire o no in Siria. Non tanto, per la inesistenza o falsificazione del pretesto sulle armi chimiche. Piuttosto perchè teme – già nell’immediato – il moltiplicarsi della sindrome libica nella eventualmente “liberata” Siria, dove – come in Libia – Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Stati Uniti hanno fatto affluire verso le milizie ribelli (spesso gruppi legati ad Al Qaeda ) miliardi di aiuti in armi, dollari e consiglieri.

Le preoccupazioni di Washington in Libia si concentrano sul tentativo dei miliziani islamici della Cirenaica di conquistare terreno a Misurata e prendere in mano tutta la Tripolitania: C’è poi l’escalation degli attacchi dinamitardi avvenuti recentemente soprattutto a Bengasi.

In caso di nuovi attentati contro sedi diplomatiche o aziende straniere – non solo americane – i marines a Sigonella sarebbero pronti a intervenire militarmente in Libia ma partendo da una base militare situata in Italia: Sigonella appunto. Un dettaglio non certo irrilevante che spiega l’importanza per Obama di avere una forte intesa, anche personale, con Letta sulla Libia per concordare l’operatività strategica e militare nel Mediterraneo, a cominciare dal Nordafrica.  Un dettaglio che rammenta però a tutti noi la pericolosità e l’ignominia del servilismo politico e militare dei governi italiani verso gli interessi strategici degli Stati Uniti.

 

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