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Mentre la “questione morale”… Governabilità e legge elettorale

Mentre la “questione morale” continua a dipanare la sua matassa e la magistratura a svolgere la funzione di supplenza della politica (ieri è scoppiato il “Caso Ischia) il dibattito svoltosi nel corso della Direzione del PD ha confermato tutte le preoccupazioni già espresse circa la stessa prospettiva di tenuta democratica del sistema politico italiano.

Il punto saliente rispetto a ciò che avvenuto nel corso della riunione dell’organismo dirigente del Partito Democratico non risiede nel comportamento della cosiddetta “minoranza” che, ancora una volta, ha dimostrato da un lato una totale insufficienza nella capacità d’analisi della situazione concreta e dall’altro un’analoga incapacità a muoversi, sul piano politico, in sintonia con una larga parte del Paese e, in particolare, di quelli che (in teoria, ma molto in teoria) dovrebbero essere i suoi ceti sociali d’immediato riferimento: quelli colpiti direttamente dalla strategia d’impoverimento generale e di allargamento delle diseguaglianze portata avanti dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal Governo Renzi.

Il nocciolo vero della vicenda riguardante la legge elettorale risiede nella dichiarazione del Presidente del Consiglio che ha esclamato: “questa legge serve al governo, a questo governo per dare un significato al prosieguo della legislatura”.

La lettura di queste parole appare inequivocabile ed emblematica del fatto che il tema della legge elettorale è stato affrontato, al di là dei dettagli (che come vedremo non rappresentano sicuramente “quisquilie e pinzillacchere”) nella maniera diametralmente opposta a quella che dovrebbe essere adottata in occasioni del genere:

1)   Si smentisce nei fatti la corretta indicazione che dovrebbero essere contenuta ogni qual volta si procede alla stesura di una nuova legge elettorale: quella cioè di non riferirsi all’immediatezza delle necessità contingenti di un attore presente nel sistema. E’ necessario, invece, in questi casi riferirsi al complesso del sistema e una sua prospettiva di funzionamento e di sviluppo almeno in una fase ciclica. Questo non si verifica assolutamente nel progetto del cosiddetto “Italikum”;

 

2)     Ci si riferisce esaustivamente ed esclusivamente alla questione del Governo, cancellando il tema dell’effettiva rappresentatività. Paradossalmente, in queste condizioni (premio di maggioranza), l’abbassamento al 3% della soglia d’accesso minima riduce la presenza parlamentare delle minoranze al solo diritto di tribuna, in un sistema che si tende a imporre come fondato su di un solo partito di riferimento (cui sarà assegnato – appunto – il premio) con intorno una serie di cespugli sui quali appoggiare di volta in volta, se serve, una politica di “più forni”.

 

Nei fatti si verificherebbe inoltre un superamento “de facto” della Repubblica Parlamentare, con l’elezione diretta di una sorta di Cancelliere non controbilanciato da alcun potere (si veda alla voce riforme costituzionali) e con un’ulteriore riduzione delle sedi elettive attraverso l’obbrobrio antidemocratico che si sta compiendo sul Senato.

Naturalmente non ci addentra, in questa sede, nei due elementi che persistono sul piano dell’illegittimità costituzionale, così come questa era stata acclarata nella sentenza n.1 del 2013 della Suprema Corte che aveva bocciato la precedente legge del 2005: l’abnormità del premio di maggioranza e le liste (parzialmente, ma per le liste minori completamente, bloccate).

C’è materia, ad abundantiam, del mettere in piedi un’intransigente “opposizione costituzionale” ed è su questo punto che il comportamento della minoranza PD oscilla tra il debole e il volutamente colpevole.

A sinistra, poi, l’assenza di un soggetto politico di riferimento per i settori sociali di cui si parlava all’inizio capace di portare avanti un’opposizione di tipo sistemico appare del tutto esiziale.

Sembra però che non ci sia verso: prevalgono personalismo e confusione…

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