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Autonomia Operaia: gli incubi di un lavoratore in Smart Working

Lo Smart Working è disciplinato dalla legge 81 del 2017. Il DPCM del primo marzo scorso, in deroga a quanto previsto dalla legge 81, ha stabilito che, per la durata dello “stato di emergenza”, il lavoro agile o Smart working, può essere applicato a ogni rapporto di lavoro subordinato, anche in assenza degli accordi individuali previsti.

Il 29 luglio ASSTEL e Confederali hanno firmato un protocollo di intesa che cerca di disciplinare un ambito che ha mostrato aspetti inediti.

Confindustria vede nello Smart working l’opportunità di una riduzione dei costi e un aumento di produttività e vorrebbe ingabbiarlo in regole che massimizzino gli interessi delle imprese, mentre i lavoratori credono – o comunque hanno interesse a – che la forza sprigionata dal lavoro agile venga utilizzata per imprimere al mondo del lavoro un miglioramento delle condizioni generali, a partire dalla proposta di una riduzione dell’orario di lavoro.

Quale è stata l’incidenza del lavoro agile nella vostra azienda?

Prima di questa Emergenza il ricorso al lavoro agile, perlomeno nel nostro settore, era molto marginale. Non era facile per un lavoratore ottenere di lavorare da remoto. Bisognava dimostrare, con documentazione alla mano, di avere giustificati motivi o impedimenti gravi di salute, certificati da un medico del lavoro.

Io lavoro a Milano in un’azienda che in Italia ha diverse sedi, con più di 10 mila dipendenti – solo in Italia. È un’azienda che opera in outsourcing per grandi operatori Telefonici e dell’Energia, per Banche e Logistica. Parliamo di un settore dove si è tirato fino all’osso, e i margini sono molto risicati. Ma non è una una situazione isolata.

In Italia quasi tutta l’industria e i servizi si sono ridotti a produrre in settori con margini bassi. Pensa a tutto il settore dell’automotive, oppure il settore della logistica, dove la cronaca di questi giorni ci dice che più bassa è la marginalità, più alto è il problema della sicurezza sul lavoro.

Sono almeno trent’anni che si va avanti spremendo i lavoratori. E, tutto sommano, nella nostra azienda le cose non vanno così male, siamo sindacalizzati, siamo organizzati. Il protocollo sulla sicurezza si cerca di applicarlo.

Penso a tutte quelle situazioni, fatte di piccole o piccolissime aziende, in cui il sindacato è assente, in cui davvero ti alitano sul collo.

Quando puntano tutto sull’intensificazione dei ritmi, l’ambiente di lavoro si trasforma in una guardiania.

Vuoi forse dire che si è regrediti a forme di controllo del lavoro di tipo fordista?

Nel lavoro il controllo c’è sempre. È un’illusione o una fregatura arrivare a credere che ci siano realtà in cui non c’è controllo. Però il controllo si evolve, si raffina, si inventano nuove tecniche. Si scopre che incentivare la pausa caffè aiuta a migliorare i rapporti tra i colleghi, e che migliorare i rapporti fa aumentare la produttività.

Ormai siamo al livello che a Milano ci sono strutture che si offrono di organizzare Master Chef per dipendenti, Cacce al tesoro e robe del genere, tutto per rendere l’ambiente più informale, più orizzontale, più produttivo.

Alla fin fine quello che le aziende cercano è la produttività. Davvero i lavoratori devono essere controllati per svolgere le loro mansioni?

Durante il lockdown il 95% del personale della mia azienda ha lavorato da remoto. Non ci sono ancora statistiche generali sulla produttività dei lavoratori in Smart Working. Quello che posso dire io, quello che è valso per me, per i colleghi con i quali ho avuto contatti continuativi sulla nostra chat di gruppo, è che in questo periodo siamo stati più produttivi.

Quando eravamo in sede, se realizzavamo un aumento nell’ordine di pochi punti percentuali, lo staff si sfregava le mani, faceva i salti di gioia.

Durante il lockdown la nostra produttività è aumentata nell’ordine del 10-20%. forse del 30%. Sono numeri impressionanti.

A cosa è dovuto questo aumento, visto che non ci sono state né innovazioni di processo, né innovazioni tecnologiche?

In primo luogo, bisogna dire chiaramente che questo aumento di produttività è stato realizzato dai lavoratori – senza che nessuno lo chiedesse. Bisogna ficcarsi bene in testa l’idea che i prodotti – materiali e immateriali – che ci arrivano in casa tutti i giorni escono dalle mani dei lavoratori, e che i lavoratori sono ben orgogliosi di vedere nelle case della gente la ricchezza che hanno creato.

In secondo luogo, altrettanto chiaramente bisogna dire che l’azienda ha approfittato di uno stato di debolezza oggettiva e di una fragilità psicologica dei lavoratori, per far accettare comportamenti che in sede non sarebbero mai passati, come 1) lo slittamene dell’orario di lavoro, 2) il cambiamento di turnazioni su base giornaliera o settimanale e senza preavviso congruo, 3) la frammentazione dell’orario di lavoro, 4) una discrezionalità esagerata nel controllo della propria prestazione lavorativa.

In situazioni normali i lavoratori non avrebbero accettato, così allegramente, e comunque senza una contropartita, una alterazione massiccia del rapporto ordinario di lavoro.

L’emergenza ha giocato un ruolo fondamentale. Soprattutto all’inizio, nella fase di confinamento casalingo. Se qualcuno crede che si possa estendere l’emergenza per un periodo lungo, magari indeterminato, ciò non è dovuto soltanto al fatto che le deroghe al lavoro agile sono legate all’emergenza, ma anche perché ci si è accorti di poter sfruttare l’emergenza per instaurare nuove relazione di lavoro, una nuova organizzazione del lavoro.

All’inizio del lockdown, quando ero chiuso in casa h24, e uscivo solo per fare la spesa, l’unico contatto col mondo era il computer e il telefono. Li tenevo sempre accesi, me ne fregavo della disconnessione e compagnia bella. Rimanere attaccati al computer e lavorare era un modo per tenere la mente occupata, per non pensare a quello che stava succedendo fuori, per non vedere proiettati nella mente i camion che trasportavano le bare e tutto il resto.

Col tempo, soprattutto quando si è ritornati ad uscire, questa situazione di reclusione e di solitudine, vissuta soprattutto da chi nel nostro lavoro non poteva staccarsi dal computer, perché doveva rispondere alle chiamate, ha cominciato a pesare. Ho sentito i miei colleghi, cresciuti col mito dell’iPhone e di Steve Jobs, parlare di alienazione, percepire il proprio computer e il proprio telefono come oggetti estranei alla tua vita.

Come se ne esce?

Se è vero che lavoratore in Smart Working è più produttivo – per saperlo bisognerà attendere che escano i dati – questa maggiore produttività potrà trasformarsi in due cose.

In esuberi, che è quello che abbiamo visto sempre succedere, esuberi che non sono mai stati assorbiti. Se è vero che in termini assoluti il numero di lavoratori degli anni Sessanta è uguale, pressappoco, al numero di oggi, e che dunque c’è stato un travaso da un lavoro vecchio a un lavoro nuovo, è anche vero che oggi ci sono sacche vastissime di precariato involontario, di disoccupazione occulta, di lavori frammentati, eccetera.

Prova a immaginare cosa succederà se la produttività del lavoro guadagnata grazie allo Smart Working si trasformerà in disoccupazione. Avremo, da una parte, una valanga di persone che, gettate sul mercato e costrette ad accettare condizioni sempre più estreme, premeranno sugli occupati, e, dall’altra, avremo lavoratori sempre più spremuti.

In questi mesi è venuto furori, nel dibattito pubblico e tra i lavoratori, un altro vecchio tema degli anni Settanta e Ottanta: Riduzione e redistribuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. L’altra alternativa è proprio la riduzione dell’orario di lavoro. Si tratta di una mossa coraggiosa che imprimerebbe un’accelerazione ai consumi interni, invertendo una tendenza quasi trentennale.

La vostra azienda ha consapevolezza del guadagno che sta ottenendo?

Certamente. L’azienda conosce il numero delle pratiche che abbiamo lavorato. L’azienda controlla costantemente i numeri aggregati e, a differenza di noi lavoratori, che abbiamo una conoscenza empirica e frammentaria, conosce bene lo stato delle cose. Tanto è vero che, oggi come oggi, è proprio l’azienda che si oppone ad un rientro in sede.

Sanno benissimo che siamo stati più produttivi. Poi ci sono elementi che a noi possono apparire marginali, quasi irrisori. Penso a cose semplici come un foglio di carta sul quale prendere appunti. Questo foglio, la penna, la graffetta, tutta la cancelleria, adesso me la procuro da solo. Per me è un costo irrisorio, ma per un’azienda con 10 mila dipendenti significa un certo guadagno.

Penso alla pulizia dei locali, a tutte le operazioni di sanificazione da mettere in atto nel caso rientrassimo in questa fase di emergenza. Penso a tutta la problematica della sicurezza, amplificata dal Covid. Si tratta, per l’azienda di risparmi notevoli.

I lavoratori cosa pensano di tutto ciò?

I lavoratori vogliono rientrare. Se all’inizio la percentuale di chi voleva stare a casa era quasi dal 100%, adesso siamo arrivati circa al 60%.

Se lavori in una città come Milano, dove passi due tre ore al giorno per andare e tornare dal lavoro, dove sei costretto a mangiare fuori, il lavoro finisce per assorbire tutta la tua vita. Le tue amicizie e il tuo mondo sociale di riferimento non sono più il quartiere, la balotta o la parrocchia. Sono i tuoi colleghi di lavoro. Tornare al lavoro significa tornare a incontrare gli amici.

Il rifiuto della tecnologia, di Zoom e della videoconferenza, non è un romantico voler tornare ad una immediatezza perduta. In una città come Milano è impossibile immaginare di poter vivere senza telefono e internet. La tecnologia è importante.

Le imprese vogliono usarla per aumentare la produttività e per il controllo a distanza, i lavoratori vogliono utilizzarla per ridurre l’orario di lavoro.

Questa è la battaglia di oggi sulla tecnologia. Tutto il resto sono discussioni da salotto.

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