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Ma com’è vuota la città

Tra le conseguenze della pandemia da Covid ce n’è una ancora invisibile, anzi già evidente ma erroneamente pensata come transitoria, che inciderà notevolmente sull’economia del futuro e sulle nostra qualità della vita: lo svuotamento delle città.

Per adesso sono state le conseguenze del lockdown a mostrarci le città desolatamente prive di esseri umani lo scorso anno, ma sono immagini che già abbiamo dimenticato non appena, cessate le limitazioni più drastiche alla mobilità, le strade si sono ripopolate di gente, le “movide” su cui i giornali, con punte di vero terrorismo mediatico, hanno puntato l’indice benpensante, ignorando che se le persone si sono riversate in strada è stato grazie ai provvedimenti governativi che lo permettevano.

La presenza delle persone dentro le città in economia fa i conti con la loro capacità di consumare e spendere, la povertà è soprattutto limitazione di movimento per chi nei negozi può solo osservare le merci e può pagarsi con difficoltà i trasporti.

La società d’ingegneria britannica Arup, specializzata nell’analizzare tutti gli aspetti dell’ambiente edile, e l’Lse Cities, un centro di ricerca presso la London School of Economics, hanno lanciato in questi giorni l’allarme su un fenomeno che riguarda tutta l’Europa, Italia compresa.

Se i fenomeni d’inurbamento e fuga dalle città che abbiamo studiato sui libri di storia si verificavano nell’arco di decenni la crisi derivata dal Covid ha provocato dall’oggi al domani la perdita di migliaia di abitanti nei grandi centri europei.

La chiusura degli uffici, la caduta nell’offerta dei servizi, il crollo del turismo sono elementi direttamente economici che hanno reso meno appetibili le capitali del vecchio continente, portando alla luce con più forza problemi che da decenni le rendono invivibili, come la questione abitativa con gli affitti alle stelle, la limitazione e il degrado dello spazio ambientale, l’accessibilità dei trasporti.

Gli studi citati definiscono l’abbandono delle città come una scelta dei cittadini per riconnettersi con la vita. E questo fa paura alle lobby del cemento e della gentrificazione.

Se persino a Milano la crisi ha dato luogo a iniziative pubbliche per estendere le piste ciclabili e a nuovi spazi pubblici realizzati negli ex parcheggi, non può stupire che a Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, Berlino e Amsterdam per soddisfare i bisogni dei pendolari impauriti dall’utilizzo di treni, metropolitane e autobus, considerati non sicuri durante la pandemia, siano state realizzate in poche settimane reti di piste ciclabili e pedonalizzazioni di intere aree che pongono le basi per una visione molto diversa sul futuro delle metropoli ridisegnando oltre alla ramificazione dei trasporti un nuovo assetto delle attività produttive, che con il terziario popolano i luoghi deputati a centro degli affari.

Se pensate che queste previsioni siano azzardate vi consiglio di dare un’occhiata allo studio dell’Economic Statistics Centre of Excellence, che ha calcolato in 700 mila persone quelle che hanno abbandonato Londra nell’ultimo anno. 700 mila, il doppio degli abitanti di Firenze o l’equivalente di città come Torino o Palermo.

Il fenomeno londinese è un picco in Europa, sono usciti dalla Ue ma sempre europei sono, che pur con cifre meno appariscenti colpisce tutte le capitali, anche quelle di minori dimensioni. Come Dublino, per esempio, dove sono presenti molte società legate all’innovazione tecnologica, settore che più degli altri si presta allo smartworking, rendendo possibile lavorare a distanza senza sobbarcarsi gli affitti della capitale irlandese che erodono in maniera pesantissima i salari.

Secondo i ricercatori di Lse Cities e di Arup in realtà la pandemia ha soltanto accelerato un processo in atto. La richiesta di migliore qualità della vita in centri urbani cronicamente afflitti da inquinamento acustico e ambientale, prezzi delle case inaccessibili, trasporti inaffidabili, scuole inefficenti, proviene da molto lontano ma le amministrazioni locali si trovano adesso costrette ad affrontare delle scelte importanti senza più poter rinviare le decisioni.

La proiezione di queste ricerche ci dice che il futuro vedrà l’articolazione delle città in centri di dimensioni molto ridotte e con i servizi che ruotano intorno ad agglomerati di cittadini meno consistenti dell’offerta indifferenziata e scadente che abbiamo adesso.

Città a dimensioni più umane che dovranno affrontare interventi in una scala minore e meno megalomane dei progetti indifferenziati per milioni di abitanti. Tra le ipotesi di sviluppo ed evoluzione della pandemia, questa è un’occasione che potrebbe rivelarsi favorevole alla popolazione. Come sempre dipenderà da chi e come gestirà la nuova economia post-Covid. Ma in ogni caso sempre di una nuova economia dovrà trattarsi.

* da La Bottega del Barbieri

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