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L’Italia addestra in segreto la polizia di Al Sisi

Accanto al traffico d’armi verso i Paesi più ostili alla democrazia – di cui abbiamo parlato ieri – l’Italia è protagonista della formazione e addestramento dei militari di regimi dittatoriali come quello di Al Sisi. 

La rivelazione è del collega Antonio Mazzeo su Africa Express, che ha scartabellato tra gli ordini di spesa rinvenuti nell’archivio della Polizia di Stato consultabile via internet. La data più recente sui documenti ci riporta alla metà di gennaio 2019, quando l’ultima attività di formazione si è svolta per due settimane presso il Centro di Addestramento e Istruzione Professionale della Polizia di Stato di Abbasanta (Oristano) sotto l’egida della Direzione Centrale Servizio di Immigrazione.

Mentre in Italia l’opinione pubblica discuteva delle misure da prendere per ottenere dall’Egitto la verità sull’uccisione del ricercatore Giulio Regeni, la nostra Polizia istruiva quella di Al Sisi con un corso in “Tecniche di scorta, sicurezza e protezione di soggetti a rischio“.

Non solo. Esiste una nota spese che ci racconta come sia stata deliberata la copertura assicurativa per i poliziotti egiziani al corso tramite l’agenzia di Chieti delle Assicurazioni Generali, “dati i risvolti di cooperazione internazionale fra corpi di Polizia e l’urgenza con cui portare a termine il servizio”.

Le note spese rinvenute da Mazzeo ci informano che già in precedenza, nell’aprile 2018, almeno venti poliziotti egiziani avevano frequentato uno dei corsi. Già nel 2017 l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti aveva riferito, nella relazione annuale al Parlamento, di corsi di addestramento tenuti dagli italiani alle polizie di Egitto, Libia, Tunisia, Gambia e Nigeria, che si sono poi tenuti fra il 2018 e il 2019, ma sui corsi in Sardegna è invece calato il silenzio e l’imbarazzo del Viminale.

Un imbarazzo dovuto naturalmente all’evoluzione delle indagini sulla morte di Giulio Regeni, torturato e ucciso al Cairo, che hanno accertato come mandanti ed esecutori del delitto siano tutti appartenenti alle forze dell’ordine egiziane.

Ma le violazioni dei diritti umani in Egitto non si fermano al nostro Regeni, come da anni denuncia Amnesty International, che nei suoi report accusa le forze di sicurezza di aver provocato morti in almeno due occasioni di manifestazioni contro il regime di Al Sisi, oltrechè arrestare circa settecento persone (tra gli 11 e i 65 anni) impedendo loro di comunicare con l’esterno e negando fossero detenuti per oltre due settimane.

Davvero abbastanza per giustificare questo rumoroso silenzio istituzionale sulle rivelazioni di Mazzeo, anche perchè all’omicidio di Regeni si è aggiunta l’ingiusta detenzione di Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna, detenuto dal 7 febbraio dell’anno scorso con l’accusa di propaganda sovversiva.

Mentre il ministero degli Esteri italiano a parole esprime disappunto per la mancata collaborazione egiziana all’indagine su Regeni e dichiara delusione per la detenzione di Zaki, le nostre forze di polizia continuano ad addestrare la polizia egiziana e la collaborazione con il regime di Al Sisi si rafforza. Per questo il silenzio del Viminale durerà ancora a lungo.

E’ molto grave che la Polizia italiana contribuisca con mezzi e addestramento a implementare le capacità di repressione di un regime dittatoriale continuamente denunciato dai report sulle violazioni dei diritti umani della polizia da parte delle maggiori organizzazioni non governative.

* da La Bottega del Barbieri

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