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Do you remember Antonio Bassolino?

Nel quadro delle elezioni amministrative napoletane sta assumendo una crescente centralità ed una sproposita attenzione, da parte dei media, la figura del redivivo Antonio Bassolino.

Non è un mistero – basta farsi un giro nell’universo dei social e poi nel mondo reale, per le strade e le piazze – e si resta colpiti dalla caratteristica con cui Antonio Bassolino sta riscuotendo interesse e consensi. Totonno si presenta come uomo di sinistra o – addirittura comunista – che finalmente riscende in campo e prova ad organizzare il riscatto e la rinascita della città.

Siamo di fronte ad un vero e proprio messaggio ingannevole, il quale si sta insinuando in alcuni settori popolari ed, in parte, in ciò che residua dell’universo del vecchio “mondo comunista e di sinistra”.

Si pone – dunque – la necessità di fornire qualche notizia ed alcuni spunti di ragionamento che dovrebbero essere scontati ed acquisiti ma, purtroppo, sono andati dispersi e dimenticati grazie all’incidenza dei meccanismi devianti della comunicazione e della dis/informazione la quale, in una società complessa come la nostra, azzera la memoria collettiva e rende nebuloso ed indistinto anche il più recente passato.

E’ innegabile che – a poche settimane dalle elezioni – i soggetti candidati a sindaco nella città di Napoli non stanno suscitando empatia, a causa della debolezza delle proposte politiche e della confusione trasformistica su cui si sono agglutinate le varie coalizioni, per cui – giocoforza – la “novità” Bassoliniana prova a distinguersi e a raccogliere consensi a fronte di uno scenario ingessato e privo di qualsiasi spinta propulsiva ed entusiastica.

Proviamo, quindi, ad offrire qualche spunto di controinformazione utile all’orientamento dei compagni, degli attivisti e di quanti non vogliono abboccare alla vecchia e nuova retorica che impazza in questo scorcio di campagna elettorale.

Bassolino comunista?

Sia la stampa, ma anche alcuni atteggiamenti, volutamente simbolici di Totonno, lasciano trasparire l’immagine del Komunista e dell’amico del popolo. Antonio Bassolino è stato, a partire dalla prima metà degli anni Settanta, un dirigente del PCI.

Spesso nella sua prima militanza ha provato ad alzare la voce, ma nei momenti topici del conflitto sociale generale e della lotta politica interna a quel Partito si è sempre collocato dalla parte dei fautori della normalizzazione politica e del disciplinamento coatto verso i vertici del Partito di qualsivoglia area politica dissidente.

E’ cosa nota che al momento della proposta di Achille Occhetto circa lo scioglimento del PCI e la nascita di una nuova formazione politica, Antonio Bassolino non fece parte del fronte del NO ma diede vita ad una Terza Mozione la quale, come principale obiettivo, realizzò il recupero di tanti compagni che assolutamente non volevano accettare la liquidazione del PCI… verso la proposta di Occhetto.

Infatti Antonio Bassolino divenne esponente di primo piano del neo Partito Democratico di Sinistra e fu inviato – nel 1993 – a Napoli come “commissario della federazione”, che era stata travolta rovinosamente dagli scandali e dagli arresti della Tangentopoli napoletana.

Nell’ottobre di quello stesso anno fu candidato a Sindaco di Napoli, riuscendo ad essere eletto nella competizione elettorale con Alessandra Mussolini, che rappresentava l’allora Movimento Sociale Italiano.

Anche quella fu una competizione in cui Bassolino alzò strumentalmente la vis polemica e la radicalità di alcune proposte politiche che – a partire dalla sua elezione – si smorzarono progressivamente.

Bassolino Sindaco di Napoli

Questo periodo della vita politica di Bassolino è quello su cui vige il più alto grado di mistificazione e su cui – anche nella recente campagna elettorale – il buon Totonno spesso fa riferimento come modello a cui, ancora oggi, un Sindaco di Napoli dovrebbe ispirarsi per la sua azione amministrativa.

Iniziamo con il ricordare che la città di Napoli, alla fine del 1993, era a pezzi.

Il crollo delle vecchie amministrazioni di centrosinistra e il commissariamento del Consiglio Comunale era avvenuto come conseguenza dell’azione della Magistratura che, a Napoli come in tutta Italia, stava spazzando il vecchio ceto politico e il suo sistema dei partiti (la cosiddetta Prima Repubblica).

A Napoli l’azzeramento giudiziario della DC, del PSI ma pure del PCI (ricordiamo che vennero arrestati sia il segretario della federazione del PCI/PDS che il responsabile della Lega delle Cooperative) aveva avuto un riverbero forte.

In Campania, ma con un peso forte in tutto il paese, vigeva il comando della famigerata Banda dei Quattro – Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Ferruccio Di Lorenzo, Giulio Di Donato – la quale allungava il suo raggio affaristico e speculativo fin dentro la direzione cittadina del PCI/PDS, con cui mediavano e spartivano affari, lottizzazioni e tangenti.

Rispetto a tale contesto – appena dopo la deflagrazione giudiziaria – Antonio Bassolino si affermò come fattore di discontinuità dopo gli arresti dei dirigenti “comunisti”.

Inoltre – ed è questo il vero “tesoretto” politico ed economico che diede forza alla prima sindacatura di Antonio Bassolino – il neo Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, decise di far svolgere il summit internazionale del G7 a Napoli.

Tale evento comportò l’arrivo di finanziamenti straordinari al Comune il quale, attraverso le procedure rapide previste dall’urgenza dell’imminente vertice, potette avviare una veloce operazione di restyling urbano che accompagnata ad alcune intelligenti operazioni di immagine (la pedonalizzazione di Piazza del Plebiscito e di alcune altre piazze del centro cittadino) diedero una “luminosità mediatica” ad una città piegata da scandali e ruberie.

Per una settimana, anche grazie ad un enorme dispiegamento di polizia, scomparvero magicamente le sparatorie di camorra, i rifiuti, l’assenza di servizi e il volto autentico della città.

In quei giorni grazie anche ad una stampa compiacente, orfana dei vecchi padrini politici, fu coniato il termine Rinascimento Napoletano.

Passate, però, le giornate patinate del G7 e le foto di rito tra Bassolino, Clinton e Berlusconi, iniziò la vera gestione finanziaria, economica e sociale della città.

Con buona pace delle leggende metropolitane che ancora circolano, si può affermare che le prime vere privatizzazioni avvenute a Napoli sono state decise ed approvate da Antonio Bassolino (e dal suo fido Assessore alle Finanze, Roberto Barbieri) nella prima fase da Sindaco della città.

Alcuni esempi: la chiusura della Centrale del Latte, che ha tolto alla città una produzione  alimentare primaria a prezzi calmierati; la svendita delle quote azionarie dell’Aeroporto di Capodichino alla multinazionale inglese BAA, facendo di Napoli la prima città italiana che privatizzava ad una compagnia estera una importante infrastruttura strategica; l’emissione dei BOC (Buoni Comunali Ordinari), che costituirono un fattore consistente nel più complesso dispositivo finanziario del cosiddetto Debito che ancora grava sulla città; l’insediamento nell’area portuale di Napoli di aziende multinazionali le quali – a fronte di un lievissimo incremento occupazionale – hanno prodotto inquinamento, abusi urbanistici ed architettonici e, soprattutto, un’organizzazione del lavoro fondato sugli appalti, i subappalti, le finte cooperative, il cottimo e la diffusione della fatica malsana e sottopagata.

Una serie di operazioni di ridimensionamento e di ristrutturazione dei comparti economici cittadini che – di fatto – spianarono la strada alla stagione delle privatizzazioni, dei tagli ai servizi sociali e del ridimensionamento del welfare cittadino che, dopo pochi anni, avrebbe investito tutti gli Enti Locali.

Certo, il tutto avveniva con l’accompagnamento di un depistante carico di insopportabile retorica (ricordate l'”Assessorato ai Tempi della Città”?), ma concretamente, alla fine degli anni Novanta, a Napoli Antonio Bassolino iniziò ad introdurre la “logica d’azienda nella macchina comunale” anche se, volendo essere precisi, tale processo di funzionalizzazione capitalistica avveniva attraverso l’intreccio di pratiche spartitorie e clientelari che venivano declinate con la generale filosofia dell’austherity.

Senza dilungarci nei dettagli ricordiamo – per i tanti distratti di queste settimane – la vicenda ingloriosa di Bagnoli Futura e tutto l’affaire Bagnoli/Coroglio, l’intreccio poco chiaro attorno alla Città della Scienza e il processo di costruzione delle cosiddette Società Partecipate del Comune di Napoli.

Bassolino Ministro del Lavoro

Con l’avvento del Governo D’Alema (1999) – mentre è ancora Sindaco di Napoli – Bassolino viene indicato dal nuovo premier (anche lui ex comunista) come nuovo Ministro del Lavoro.

Non si ricordano grandi iniziative durante la sua presenza al ministero, se non le improvvise e mai argomentate dimissioni dall’importante incarico pochi giorni dopo la morte di un suo stretto collaboratore, il professore Massimo D’Antona, ucciso dalle cosiddette “Nuove Brigate Rosse”.

Bassolino Presidente della Regione Campania

Bassolino è stato per due legislature Presidente della Regione Campania. La sua Amministrazione si reggeva su una anomala alleanza (il cosiddetto Laboratorio Campano) che comprendeva un arco di partiti e centri di interessi che andavano da Bertinotti a Mastella, passando per De Mita, Valiante, Pasquino ed altri ras territoriali dell’ex Democrazia Cristiana.

Il decennio bassoliniano alla Regione è molto complesso perché è l’arco temporale dove si realizzarono elementi di governance ambivalenti che hanno fortemente segnato la recente storia sociale dei nostri territori.

Sicuramente la Campania fu la prima regione d’Italia ad istituire una sorta di Reddito di Cittadinanza (ricordiamo, però, che in quel periodo i movimenti di lotta per il lavoro e la Rete per il Reddito e il Salario erano fortemente attivi nei territori, attraverso iniziative ed azione dirette lungo tutto l’arco della conflittualità sociale) ma, nel contempo, l’Amministrazione di Antonio Bassolino raggiunse livelli di sintesi e di integrazione/commistione con l’insieme dei poteri forti della finanza e dell’economia mai raggiunti da nessun esecutivo.

Solo l’esplodere rovinoso dell’Emergenza/Rifiuti – il cui ciclo si sarebbe dovuto reggere su questa “ritrovata sintesi tra politica e sistema delle imprese” – frantumò tale sodalizio, il relativo blocco sociale e di interessi che era consolidato, ed aprì il viale del tramonto per Antonio Bassolino.

Il resto sono inchieste giudiziarie su cui non entriamo nel merito. A noi interessa, soprattutto, un bilancio politico dal punto di vista degli interessi materiali e politici dei settori popolari, e poco o nulla delle guerre giudiziarie tra Procure, team investigativi, lobby giornalistiche e economiche.

Facendo un bilancio delle operazioni finanziarie ed operative adottate in quegli anni, è possibile evidenziare come il governo delle amministrazioni bassoliniane non abbia affatto costituito un ambito settoriale “a valle” rispetto alle scelte di politica economica generale – magari con compiti “correttivi” e riequilibranti – come teorizzato dalla classica tradizione riformistica del vecchio PCI o delle esperienze classicamente socialdemocratiche.

Tali dinamiche hanno invece rappresentato un momento “interno”, costitutivo ed operativo, alle rinnovate esigenze della governance capitalistica di quel periodo.

Infatti come è spesso accaduto nel corso di quegli anni, l’azione coercitiva degli apparati repressivi dello Stato verso qualsiasi opposizione sociale è stata una funzione costate e permanente, onde stroncare ogni voce contraddittoria e dissonante (in quel periodo a Napoli si sono raggiunti i picchi più alti del numero di inquisiti e procedimenti giudiziari contro militanti ed attivisti politici e sociali).

In questa dimensione, la pianificazione autoritaria si fece “amministrazione”, autentica scienza di governo, di comando e di gestione. Il governo del territorio si palesava attraverso sperimentazioni di nuove forme di controllo della società attraverso un “intreccio contrattuale” fra operatori pubblici e privati, tra forze sindacali complici ed interessi crescenti, quanto pervasivi, della grande criminalità organizzata.

Si affermò – insomma – un modello integrato in cui venivano ricomposte e mediate le diverse spinte interessate a ridisegnare la contraddizione meridionale, tipica del “capitalismo tricolore”, nell’ambito si una competizione internazionale molto più accentuata.

Ma – come è tipico negli snodi storici – il meccanismo messo in atto si inceppò, a partire dalla deflagrazione derivante dalla Crisi dei Rifiuti. tanto che il Laboratorio Campano e i suoi principali interpreti, furono costretti ad andare a casa.

Bassolino redivivo

Già alle scorse elezioni comunali Antonio Bassolino tentò l’avventura elettorale con l’obiettivo di ritornare a Palazzo San Giacomo. Come è noto, nonostante egli ami ripetere di essere stato tra i fondatori del Partito Democratico, il suo stesso partito manipolò palesemente il risultato delle primarie e non permise a Bassolino di candidarsi a Sindaco.

Oggi – a conclusione del decennio della Rivoluzione Arancione di Luigi De Magistris, la conseguente implosione di DEMA e con una città ferita dalla crisi pandemica – non è parso vero a Totonno riprovare la sfida per una sua rielezione.

Fin dall’inverno scorso, con ancora la città in Zona Rossa, Antonio Bassolino ha ricominciato ad organizzarsi per questa impresa. A partire dalla sua Fondazione (SUDD) si è andato agglutinando una composita squadra di sostenitori (persone che erano state socialmente miracolate dall’azione di governo di Totonno, settori della Cgil orfani di “referenti politici e nostalgici delle politiche di concertazione”, vecchi tromboni della “sinistra” messi all’angolo da Vincenzo De Luca, notabili universitari e del mondo della cultura orfani dei generosi finanziamenti elargiti nel periodo del Laboratorio Campano) che puntano al governo della città.

L’impianto programmatico con cui Bassolino – in questo autunno 2021 – lancia la sua proposta è sostanzialmente un Ballon d’Essai!

Antonio Bassolino parla (o meglio riparla) di Ricucire, Ricostruire, Curare (la città) cercando di riempire un vuoto politico determinato dalla fine della stagione di Luigi De Magistris.

Non c’è (e non potrebbe esserci) nelle parole d’ordine di Bassolino nessuna proposta di autentica Rinascita della città – fattore che è mancato anche nell’esperienza di governo di De Magistris – la quale può delinearsi solo attraverso contenuti programmatici e pratiche amministrative in rottura con la logica delle compatibilità, dei pareggi di bilancio e della mannaia del Debito.

Bassolino e gli altri candidati (primo fra tutti il candidato PD/De Luca/5 Stelle, Gaetano Manfredi) possono anche urlare demagogicamente al “degrado” ed all’incuria della città, ma fino a quando saranno i sostenitori di Draghi, delle politiche di rigore e dei “conti a posto”, non potranno mai amministrare Napoli dal punto di vista degli interessi dei settori popolari.

Questi candidati – tra cui Totonno Bassolino – intravedono nei fondi del Recovery una sorta di provvidenziale manna dal cielo a cui aggrapparsi.

In effetti, però, nei programmi di questi soggetti c’è una idea della città e della sua area metropolitana, dove le diseguaglianze sono destinate ad amplificarsi e diffondersi.

Possono parlare di Transizione Ecologica quanto vogliono, ma la loro linea di condotta è quella dell’istituzione delle Zone Franche, delle Zone Economiche Speciali, dell’ulteriore gentrificazione del Centro Storico, della privatizzazione di ciò che resta dei servizi a rete, di un nuovo “ciclo del cemento” e di altre manomissioni urbanistiche e territoriali (sempre green, s’intende!).

Potrà sembrare banale ma – oltre gli specifici codici comunicativi e la spettacolarità imperante – dietro i volti dei singoli candidati emergono, sostanzialmente, gli stessi contenuti antipopolari.

Anche per questo il prossimo 3 ottobre sarà importante diffidare del nuovo volto di Antonio Bassolino e predisporsi nelle urne ad un posizionamento indipendente che trova nel rafforzamento della lista di Potere al Popolo un passaggio importante.

Naturalmente siamo consapevoli che lo step elettorale è solo uno spicchio di una azione politica e sociale controcorrente che nei posti di lavoro, nei territori e nella società dovrà ricostruire le forme organizzate e i programmi di una riqualificata Rappresentanza Politica dei settori popolari.

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2 Commenti


  • Vincenzo

    Sintesi perfetta aggiungerei discarica di Chiaiano Marano in pieno parco dei Camaldoli e a ridosso della zona ospedaliera un vero attentato alla salute pubblica.


  • Luciano Muscarella

    Ottima sintesi per non dimenticare la banda “Bassolino!!

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