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Draghi e Bianchi rilanciano le “tre i” per la scuola

Coloro che durante i governi berlusconiani si erano opposti alle “tre i” (impresa, inglese, informatica) per la scuola volute dagli italo-forzuti, non avrebbero forse immaginato che anni dopo sarebbe stato un ministro del PD a imporle per decreto.

In realtà, il fatto deve stupire meno di quanto appaia, poiché i progetti in materia di aziendalizzazione e privatizzazione della scuola del PD non sono molto diversi da quelli delle destre.

Così, in un decreto che riguarda alcune regole per l’impiego del PNRR, la coppia Draghi-Bianchi ha infilato delle norme che stravolgono il reclutamento e la formazione in servizio dei docenti, sino a ridisegnarne almeno in parte il profilo professionale.

Forse non è un caso poiché, come abbiamo scritto più volte analizzando i capitoli sulla scuola del PNRR, questi contengono molte iniziative per facilitare la sottomissione della scuola ai privati e un suo mutamento in direzione aziendalista.

A tale decreto, pubblicato in G.U. il 1 maggio, si combina l’uscita dell’ipotesi di atto d’indirizzo per il rinnovo del comparto istruzione e ricerca per il 2019-2021. Queste date, ormai passate, non devono stupire poiché il “salto del contratto” è cosa abituale nella scuola ed è normale che il CCNL si firmi già scaduto.

Per quanto riguarda la prima “i” – l’impresa – la svolta aziendalista imposta da Bianchi è evidente nell’impostazione generale del decreto, che si prospetta come una torsione autoritaria della formazione iniziale e in servizio dei docenti, e una stratificazione di ruoli e di mansioni volta a introdurre dei veri e propri “obiettivi aziendali”.

La formazione iniziale avverrà nell’università, dove chi vuole insegnare dovrà seguire un percorso specifico per conseguire la laurea abilitante con la quale accedere al concorso selettivo, all’anno di prova e alla sospirata immissione in ruolo.

Tuttavia, questo percorso non sarà per tutti, poiché l’accesso alle lauree abilitanti sarà a numero programmato dal Ministero sulla base delle esigenze regionali.

Ciò, per contro, non garantirà il lavoro poiché dopo la laurea abilitante, si dovrà comunque affrontare un concorso la cui “selettività” sarà garantita. Le università potranno avvalersi, per i corsi relativi all’acquisizione dei crediti, di istituti e centri (privati?) convenzionati anche per la formazione in servizio.

Per chi è già in servizio nasce la Scuola di Alta Formazione, prevista dal PNRR, retta da un presidente di nomina ministeriale e, di fatto, gestita da INDIRE e INVALSI, noti carrozzoni che sfornano test inutili e stupidi e che sprecano un sacco di soldi.

Ricordiamo che i test INVALSI costano ogni anno oltre 7.000.000 di euro e la Corte dei Conti ha già contestato tale spesa e anche il fatto che l’Istituto si avvalga, per la formulazione dei test, di esperti esterni, scelti in prevalenza tra docenti pensionati e non del personale interno.

Tale Scuola di Alta Formazione, che potrà avere come direttore anche un manager proveniente dal privato, organizzerà corsi almeno triennali per i docenti, a frequenza facoltativa (ma obbligatoria per i nuovi immessi in ruolo) e fuori orario di lavoro, con esami annuali e finali.

Per chi termina con successo tali corsi può esserci un compenso accessorio una tantum. Si badi, può esserci non significa che ci sarà. Tale compenso, infatti sarà erogato “nel limite delle risorse disponibili” solo a chi avrà meglio superato gli esami finali, ma soprattutto avrà conseguito gli indicatori di performance declinati dalle singole istituzioni secondo il PTOF.

Quindi non a tutti, ma solo a chi avrà ottenuto punteggi più alti e performance elevate (di cui non si sa ancora la natura, ma certamente legate ai criteri dell’INVALSI). Tra l’altro, la valutazione sarà affidata al comitato interno alle scuole, con ovvie conseguenze di possibili ricatti e di mobbing da parte dei dirigenti.

Per il compenso accessorio, dunque, mettersi in fila con il cappello in mano e si vedrà se lo meriti. Se non è puro aziendalismo questo…

Tra l’altro, in questo modo, si stabiliscono dei percorsi formativi che in servizio che si prospettano molto costringenti e direttivi, e che poco spazio daranno alla ricerca e all’arricchimento personale se non funzionale a quanto richiesto dall’istituzione.

Ancor più scandalosa appare la fonte da cui arriveranno i fondi per tale premialità, cioè dal taglio di 9.600 cattedre, attraverso la non sostituzione dei docenti che vanno in pensione. Rimossa, quindi, ogni illusione che la prevista diminuzione del numero degli allievi possa dar luogo a una conseguente riduzione anche minima del numero di studenti per classe.

Quanto ai temi che saranno proposti in tali corsi, sembra declinare definitivamente l’idea che i docenti possano approfondire aspetti culturali e metodologici inerenti la loro materia d’insegnamento.

Questo, evidentemente perché la scuola in versione Draghi-Bianchi non ha interesse a sviluppare i saperi, ma solo le competenze spendibili nel mondo del lavoro e a trasformare gli studenti in “capitale umano” per le aziende.

Per questo, si insiste molto sulle altre due “i”, vale a dire la formazione “linguistica”, intesa, guarda caso, come lo studio della sola lingua inglese, l’unica a cui ormai il Ministero dia importanza, anche biascicandola malamente nei suoi documenti e l’informatica. Vero feticcio dell’innovazione in lettura Bianchi, la competenza digitale è assunta a misura della “novità” dei metodi didattici.

Sempre le “competenze linguistiche e digitali” sono poste al centro dell’ipotesi dell’atto di indirizzo per il rinnovo contrattuale. Quanto al digitale, appare inquietante il riferimento alla possibilità di disciplinare le modalità del lavoro a distanza dei docenti.

Infatti, si prevede di istituzionalizzare questa forma d’insegnamento, che in realtà avrebbe senso solo in caso di una recrudescenza pandemica tale da portare a una nuova sospensione delle didattica in presenza. Ci chiediamo in quali occasioni il Ministero intenda riutilizzare la didattica a distanza.

La formazione al digitale sarà, secondo il Ministero, contrattualmente obbligatoria, e avverrà in orario di lavoro. Ma attenzione, ancora una volta, agli imbrogli. Infatti, “per evitare oneri di sostituzione di personale” le ore di formazione riconosciute come orario di lavoro “devono fruirsi fuori dell’orario di lezione mediante una flessibilità dell’orario d’obbligo d’insegnamento”.

Ci chiediamo cosa significhi tutto ciò dato che in realtà l’orario di lavoro degli insegnanti è dedicato in modo largamente prevalente alle lezioni. Temiamo un altro imbroglio dietro alla strana formulazione della “flessibilità” dell’orario d’insegnamento.

Peraltro, il riferimento a evitare “oneri” per lo Stato, cioè a non spender quattrini, è presente in diversi punti della bozza d’indirizzo per il contratto. Per esempio, si dice che le funzioni strumentali, cioè quelle dei coordinatori di classe, di dipartimento, di PTOF, di tutor dei neo immessi in ruolo, sono “insostituibili per l’autonomia e l’innovazione scolastica” e quindi devono essere valorizzate; ma tali funzioni “non dovranno comportare l’esonero dall’insegnamento e ulteriori oneri”.

Insomma, un ministero straccione, che vuole stratificare e gerarchizzare la categoria degli insegnanti, ma gratis. Peraltro, ha già destato scandalo la riduzione dei fondi destinati all’istruzione (come alla sanità) per i prossimi anni, che ci porterà a essere il paese europeo che meno investe nella formazione.

Vista la situazione, c’è anche poco da attendersi sul piano salariale dal rinnovo del contratto. Anzi, è intenzione del Ministero sostituire gli aumenti salariali con presunte prestazioni di welfare, quali sostegno alla genitorialità, prestazioni sanitarie e mobilità sostenibile.

Quanto alle prestazioni sanitarie, tutto ciò è coerente con lo smantellamento della sanità pubblica in atto da anni e la scelta di destinare risorse per ingrassare la sanità privata. Ma è anche una vergogna ideologica per un’amministrazione pubblica dirottare i propri dipendenti verso i privati.

Dati i costi speculativi della sanità privata ci chiediamo inoltre quali saranno le prestazioni offerte da un contratto il cui finanziamento sarà ridicolo.

Come al solito, anche nel decreto che riforma il reclutamento del personale docente, non mancano spunti e dichiarazioni demagogiche. Infatti, si parla di “costruire una scuola di qualità e improntata ai principi dell’inclusione e dell’eguaglianza”.

Purtroppo, è ben noto che una scuola strutturata come azienda e gestita sulla base delle performance già di per sé sia competitiva e discriminatoria.

Le reali intenzioni del governo sono peraltro enunciate nel programma draghesco “FUTURA: la scuola per l’Italia di domani”, in cui si parla di “nuove modalità di orientamento” e di “alternanza formativa per l’orientamento” (nuova dizione della contestata alternanza scuola-lavoro) con l’intenzione di “mettere in sinergia il sistema d’istruzione, quello universitario e il mondo del lavoro”.

Tutto ciò è associato da un documento programmatico steso dalla Conferenza delle Regioni e diretto al ministro Bianchi in cui si dichiara che queste ultime sì’impegneranno a fornire al ministero previsioni sui “fabbisogni delle imprese” per “orientare i giovani alla scelta del percorso formativo più idoneo”.

Ciò rappresenta una pietra tombale su un orientamento che voglia promuovere attitudini e desideri professionali dei giovani, per appiattirne le prospettive sulle necessità padronali. Insomma, accontentatevi di quello che c’è.

Una linea politica perfettamente in linea con le dichiarazioni già da anni formulate dall’Unione Europea, per la quale è inutile che tutti raggiungano i più altri gradi del sapere e della formazione, in quanto solo pochi potranno accedere a lavori gratificanti nei settori della nuova economia.

Una logica che ricorda il preside del primo Starnone del romanzo Ex catedra:Professore, non facciamo poesia… noi formiamo ragionieri….”

Purtroppo questa tendenza verso un tale orientamento è già avanzata. Come ha documentato Rossella Latempa, nel sito www.roars.it, l’ufficio scolastico della Liguria ha già avviato programmi di “orientamento” destinati persino alle scuole elementari, in cui si pongono ai dodicenni domande sul fatto che amino “lavorare con qualunque condizione di tempo”, “lavorare su scale o sollevati da terra”, “eseguire ordini”, “lavorare in luoghi poco puliti” (aspirazione ahimé poco diffusa) o “maneggiare denaro” (un po’ più popolare, ma se è il proprio).

Per condurre questi test in nome delle digitalizzazione, si è anche creato un programma specifico, di nome SORPRENDO, che stabilisce il profilo professionale adatto alle risposte: baby sitter, contadino, assistente bagnanti, poliziotto.

In pratica, un bell’esempio di come si voglia frustrare sin dalla più tenera infanzia aspirazioni e desideri degli studenti, indirizzandoli sulla miseria della realtà di lavori più o meno precari, sottopagati e comunque di basso profilo.

Naturalmente, per la formazione della classe dirigente non mancheranno le occasioni, magari attraverso la frequenza di istituti privati o di master universitari specifici (meglio se in inglese).

Questa è la realtà desolante che ci offre la scuola di Draghi e Bianchi.

Non ci resta che sperare che il prossimo rinnovo contrattuale possa essere occasione di una discussione tra i lavoratori della scuola che mandi all’aria questi progetti. Meglio se sarà unita alla mobilitazione degli studenti che già quest’anno ha segnato dei momenti importanti proprio sulla questione dell’alternanza scuola-lavoro, anche in seguito alla morte di due studenti avvenuta nel corso di tali attività.

In ogni caso, gli studenti non sembrano più disposti a subire le imposizioni di chi progetta per loro un futuro di sfruttamento, precarietà e frustrazioni.

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