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L’uccisione di Shireen Abu Akleh è un crimine di guerra. Draghi lo ricordi a Israele

“Se sei palestinese sei sempre un obiettivo. Questa è la politica israeliana”. C’è amarezza, consapevolezza ma anche determinazione nelle parole con cui l’ambasciatrice palestinese Abeer Odeh è intervenuta nella conferenza stampa organizzata ieri a Roma per ricordare la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh, uccisa dai soldati israeliani lo scorso 11 maggio a Jenin.

Alla vigilia della partenza di Draghi per Israele, l’atto di accusa emerso dalla conferenza dovrebbe pesare come un macigno sull’agenda dei colloqui del premier italiano con le autorità israeliane.

L’occasione l’ha consentita la Rete No Bavaglio che ha organizzato la conferenza nella sede della Federazione Nazionale della Stampa, anche per ricordare il reporter italiano Raffaele Ciriello ucciso nel 2002 a Ramallah dai soldati israeliani e per il quale non c’è stato alcun processo per i colpevoli. La conferenza è stata coordinata dalla giornalista algerina Nacera Benali della rete No Bavaglio. In presidenza anche il segretario della Fnsi Raffaele Lorusso.

Molti gli interventi che hanno ricostruito come la morte di Shireen non sia stata una eccezione ma la regola con cui le autorità israeliane colpiscono – troppo spesso mortalmente – tutti i palestinesi, indipendentemente dall’età, dal sesso o dalle condizioni. Lo si evince dalle parole di Tony Abu Akleh, fratello di Shireen, e del presidente dell’Unione dei Giornalisti palestinesi intervenuti in video, ma anche dagli interventi in sala.

Nasser Abu Bakr, presidente dei giornalisti palestinesi, ha ricostruito le prime esperienze giornalistiche fatte insieme a Shireen Abu Akleh a Radio Palestina nel 1994.

Poi per Shireen arrivò l’ingaggio con Al Jazeera che per anni l’ha portata ad essere conosciuta nelle televisioni delle case dei palestinesi e di milioni di persone in tutto il Medio Oriente con i suoi servizi in prima linea.

I giornalisti palestinesi e l’Unione Internazionale dei Giornalisti si costituiranno parte civile nell’eventuale processo alla Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra israeliani.

Alla vigilia della visita di Draghi in Israele, la conferenza ha inevitabilmente assunto un alto valore politico. L’ambasciatrice palestinese ha denunciato come “la realtà in Palestina ormai sia molto chiara e non ci sono più pretesti”, per questo ha invitato tutte le istituzioni italiane a prendere posizione contro i crimini israeliani commessi contro il popolo palestinese.

Anche Luisa Morgantini, ex vicepresidente del Parlamento Europeo ha affermato che ormai “occorre dire basta all’impunità per Israele e con i due pesi e le due misure”.

Perentorie anche le prese di posizioni di Amnesty International (Tina Marinari) che ha ribadito quanto contenuto nel rapporto reso pubblico lo scorso 1 febbraio e che dichiara nero su bianco che quello  adottato da Israele contro i palestinesi è un sistema di apartheid e che occorre porre fine alla perdurante impunità per la politica israeliana.

Significativo anche l’intervento in video di Francesca Albanese, inviata speciale dell’Onu, secondo cui l’uccisione di Shireen Abu Akleh è un crimine di guerra e deve essere oggetto di una inchiesta.

Infine sono intervenuti due “veterani” dell’informazione e della comunicazione sulla Palestina come Tano D’Amico e Michele Giorgio. Bellissima la metafora del “maestro Tano” sui giornalisti del “prima” e quelli del “dopo”.

I primi cercano di suonare l’allarme e di far sapere quello che sta per succedere ma non vengono ascoltati o pubblicati, i secondi attendono le tragedie per poterne scriverne. Sono stili e un’etica radicalmente diverse. Così come Michele Giorgio ha invitato i giornalisti occidentali ad avere meno “spocchia” verso i giornalisti e le testate giornalistiche palestinesi.

Se si dovesse trarre una sintesi dalla conferenza di ieri è obiettivamente il basta con l’impunità che viene consentita a Israele, è un vulnus che contribuisce a demolire la pretesa superiorità morale e la credibilità dell’Occidente di cui si stanno vedendo gli effetti anche in occasione della guerra in corso.

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