Alcuni primi commenti al decreto sicurezza approvato ieri dal governo e che trasforma il nostro paese in uno stato di polizia. I rilievi del Quirinale erano risibili, la sostanza del provvedimento è gravissima. Prima lo si capisce meglio è.
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II decreto sicurezza a Palazzo Chigi, insieme allo stato di polizia
Marta Collot (portavoce di Potere al Popolo)
È approdato oggi [venerdì 6 febbraio, ndr] il nuovo decreto Sicurezza al Consiglio dei Ministri, insieme a un disegno di legge sullo stesso tema. È un ulteriore tassello, e in realtà anche un salto di qualità, nell’attacco ai diritti di manifestazione e di espressione del dissenso, gettati nel dimenticatoio per agire tutta la repressione necessaria verso chi scende in piazza, dopo che le mobilitazioni sulla Palestina hanno “Bloccato tutto” e hanno fatto davvero sbandare il governo della complicità col genocidio.
Con lo scudo penale si passa dalla tutela dell’ordine pubblico intesa come tutela del cittadino a una concezione che è tutela preventiva delle forze dell’ordine dalla persecuzione per qualsiasi tipo di violenza conmessa in piazza. Con il fermo preventivo dei “sospetti” 12 ore prima delle manifestazioni si rievocano provvedimenti dal sapore fascista.
Le finte opposizioni non hanno portato una critica concreta alla gestione dell’ordine pubblico da parte del ministero dell’Interno, mentre si sono sperticati a condannare l’azione dei manifestanti a Torino, facendo finta di non vedere i cittadini sanguinanti per la strada e i lacrimogeni lanciati ad altezza uomo.
Tutta la classe dirigente è in realtà connivente con lo scivolamento del paese verso una “democratura”, verso forme di restrizione del dissenso politico affinché questo rimanga imbrigliato nei giochi parlamentari, tra due facce della stessa medaglia. Noi invece crediamo che anche in questo senso bisogna “Cambiare tutto”, per trasformare la guerra esterna e quella interna in una politica fatta per i giovani, i lavoratori, la scuola, la sanità, e l’insieme delle esigenze popolari!
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Riccardo Noury (AI): “È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso”
Le valutazioni del portavoce italiano di Amnesty International in questa intervista pubblicata dal quotidiano “Il Domani”.
Riccardo Noury, qual è l’analisi di Amnesty International sulle iniziative per la sicurezza del governo Meloni?
Neanche otto mesi dopo un primo pacchetto di norme securitarie già si pensa al secondo. E questo non credo voglia significare che il primo ha fallito, ma conferma questa spinta verso l’autoritarismo di questo governo, che aumenta le garanzie per le forze di polizia e le toglie alle persone che manifestano in maniera pacifica. L’agire nello spazio tipico del dissenso, cioè le piazze, è a rischio. Una cosa che non solo Amnesty International ha rilevato, ma anche altri organismi europei, che vedono una reale minaccia alla libertà di manifestare.
Il pacchetto sicurezza prevederà uno scudo penale per gli agenti e il fermo di 12 ore. Il governo difende queste iniziative dicendo che sono una tutela anche per la gente che manifesta. Che ne pensa?
Dipende. La gente o l’agente. È un apostrofo che fa la differenza. Se è per la gente che manifesta direi di no. Si è iniziato a parlare di questo secondo pacchetto sicurezza prima dei fatti di Torino, risale a quell’aumento molto forte della solidarietà dei cittadini con la popolazione di Gaza nella seconda metà dell’anno.
È ben possibile che i fatti del 31 gennaio a Torino abbiano costituito un’ulteriore accelerazione. È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso, penalizzare la protesta pacifica, estendere sicurezza alle forze di polizia ed estendere insicurezza alle persone che manifestano. Ma vorrei aggiungere un elemento in più.
Prego.
In questa situazione, in cui c’è una ricorrenza di scontri tra una esigua minoranza dei partecipanti alle manifestazioni e le forze di polizia, si produce un doppio effetto deterrente per le persone.
Il primo è che, grazie anche alle narrazioni dei mezzi di informazione, sembra che sia tutta violenza, tutto scontro. Il secondo è che, soprattutto se si tratta di persone giovani, la deterrenza è costituita da manganelli, lacrimogeni e cannoni d’acqua.
C’è una serie di conseguenze combinate che preoccupano. Sappiamo bene che quando la piazza si muove, la piazza costringe a trattare un tema, che sia la crisi climatica o la Palestina.
Ha parlato dell’uso dei lacrimogeni che però è una costante negli scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti.
Però è in aumento. Prendo come parametro le dichiarazioni ufficiali della Questura di Udine dopo il 14 ottobre: hanno utilizzato una quantità di lacrimogeni, rispetto al numero di manifestanti, che equivale a un lacrimogeno ogni due persone. È presto per dire se questa proporzione sia rimasta tale o peggiori a Torino, stiamo ancora visionando filmati e documenti.
Il punto è che si usano i lacrimogeni in maniera illegale: spesso non c’è un preavviso, spesso vengono usati ad altezza persona e in modo indiscriminato e massiccio. Il risultato è che di fatto si sciolgono le manifestazioni, danneggiando il diritto di protesta pacifica.
Le forze di polizia devono contenere le minacce usando una forza necessaria e proporzionale; quando usano una forza non necessaria, anziché tutelare chi protesta pacificamente e isolare chi sta usando violenza, arrecano un danno alle persone che esercitano un diritto fondamentale. Questo è molto ricorrente».
Per il partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, il problema è un altro. «La polizia ha le mani troppo legate», dice per esempio il deputato Giovanni Donzelli.
Queste frasi sulle mani legate le ho sentite in un precedente molto pericoloso nella seconda metà degli anni Dieci, quando si parlava dell’introduzione del reato di tortura. Come a dire: se non torturano non possono lavorare.
È una frase che danneggiava prima di tutto gli operatori delle forze di polizia, che nella maggior parte dei casi fanno un lavoro difficile e lo fanno bene. È una frase con un effetto intimidatorio molto forte: verrebbe da chiedersi che altro dovrebbero fare.
Del resto Giorgia Meloni si è mostra in passato favorevole a modificare o togliere il reato di tortura.
Sì, fu avversaria all’opposizione e in campagna elettorale promise che sarebbe stato rivisto una volta al governo. Non vorrei svegliare il can che dorme, ma temo che sia già sveglio e che non ce ne stiamo accorgendo.
La piazza è da sempre nel mirino: dal decreto anti-Rave in poi. Amnesty ha monitorato la sua applicazione. Queste iniziative che fine fanno?
Si potrebbe dire che sono espressioni di una volontà di dare risposte apparentemente securitarie, ma bisogna guardare alle conseguenze. Rispetto al primo decreto sui rave, ricordiamo cosa è successo a Campo Galliano, in provincia di Modena, tra ottobre e novembre 2025: uno sgombero di 5mila persone e uno spiegamento enorme di forze di polizia, cariche violente, lanci di lacrimogeni e il tentativo di procedere all’identificazione di tutte le persone partecipanti.
Non sono soltanto misure bandiera. Il primo pacchetto sicurezza non è privo di conseguenze, nella misura in cui introduce pene per una serie di reati e 14 nuove fattispecie di illeciti, buona parte delle quali legate a forme di manifestazione del dissenso. Questo ha una sua attuazione.
Questo secondo pacchetto, tra fermo di 12 ore e scudo penale rafforzato, può voler dire, soprattutto rispetto allo scudo, una garanzia di impunità.
Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono una storia ben nota.
Noi abbiamo ancora una legge mancante sui codici identificativi. La sua necessità è emersa 25 anni fa durante i processi per torture e altre violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova. Da allora la richiesta è stata avanzata da Amnesty International a più governi di segno diverso.
La campagna vera e propria l’abbiamo lanciata nel 2011. In 15 anni si sono succeduti governi di segno contrapposto e non ce n’è stato uno sotto il quale questa proposta abbia ottenuto una minima apertura. Nel frattempo quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea l’hanno adottata: siamo rimasti noi e altri quattro.
Le forze di polizia fanno un lavoro encomiabile sotto molti punti di vista. Rafforzare le garanzie per i cittadini, garantendo che non ci sia impunità per le singole persone appartenenti ai corpi di polizia sospettate di aver violato i diritti umani, e dunque consentire processi che possano terminare con condanne quando le prove sono accertate: è una garanzia per tutti. Ripristina anche un rapporto che da Genova 2001 si è incrinato.
Cinque morti con le pistole a impulso elettrico nel 2025. Che cosa ci dicono?
O la definizione di arma non letale è una presa in giro, oppure queste armi dovevano essere affidate a persone iperformate e invece la diffusione è stata di massa. Cinque morti di taser nel 2025, su un totale di sette nel 2022, indicano un’escalation che rischia di renderle un’arma ordinaria.
Non voglio nemmeno immaginare la distopia dell’uso del taser durante le manifestazioni, ma neanche voglio pensarci. Diventerebbe il manganello di domani.
Lei pensa che in Italia siamo scesi a un livello più basso rispetto al passato riguardo alla libertà di dissenso? È molto pericoloso anche per chi dissente in maniera “allegra”, pensiamo ai Pride, alle manifestazioni per i diritti delle donne.
È difficile negarlo. C’è una narrazione criminalizzante nei confronti di interi gruppi di persone e movimenti, e la narrazione criminalizzante precede la criminalizzazione. Siamo nel momento di picco di questo combinato disposto e la parola che riassume tutto è autoritarismo. L’Italia si è avviata verso una forma di limitazione dello spazio civico. Uso indiscriminato della forza.
Siete preoccupati?
Non da oggi. Questo è un anno importante: ricorre un quarto di secolo da Genova. Bisognerà fare un bilancio su una serie di questioni: sulle piazze, sul comportamento delle forze di polizia, su questa narrazione imposta che divide tra vittime buone e vittime cattive, come se le vittime “cattive” avessero qualche ragione per essere ferite o uccise.
Bisogna riflettere sulla formazione delle forze di polizia rispetto agli standard internazionali, capire fino a che punto in questi 25 anni lo stato abbia collaborato all’accertamento della verità e della giustizia, se abbia chiesto scusa, se abbia preso provvedimenti. Bisognerà fare questo bilancio e, quando lo faremo, temo che la preoccupazione risulterà confermata.
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Lo Stato d’emergenza permanente: quando il bersaglio diventa il dissenso
di Osservatorio Repressione
Nell’Italia dell’emergenza permanente il bersaglio è il conflitto sociale: fermo preventivo, zone rosse e nuove fattispecie penali per restringere piazze, spazi antagonisti e agitazioni sindacali, mentre lo scudo penale allarga l’area dell’impunità e nelle carceri la violenza diventa “metodo” di governo.
Nell’Italia delle fasi emergenziali, la priorità non è più la sicurezza. È diventato il dissenso. È questa la verità politica che attraversa i nuovi provvedimenti del governo, e che emerge con nettezza anche dalle analisi e dalle cronache di questi anni: la repressione non è un incidente, non è un eccesso, non è una deriva. È un progetto.
E come ogni progetto, ha un obiettivo preciso: restringere l’ambito di azione delle piazze, spegnere sul nascere le forme di aggregazione antagonista, disarticolare le agitazioni sindacali, sterilizzare i conflitti sociali prima che tornino a essere una forza materiale.
Il pacchetto-sicurezza, diviso tra decreto e disegno di legge, è un salto di qualità perché mette in fila strumenti diversi, apparentemente scollegati, ma in realtà coerenti. Non sono norme pensate per “risolvere” un problema: sono norme pensate per costruire un nuovo campo di possibilità, in cui protestare diventa più costoso, organizzarsi diventa più rischioso, resistere diventa più isolato.
È un’architettura che produce un controllo sociale capillare, mirato non tanto a reprimere ciò che esiste oggi, quanto a impedire lo sviluppo delle lotte future che loro stessi considerano inevitabili. E quando un governo legifera non per governare la realtà, ma per prevenire il conflitto, significa che sta già ammettendo la fragilità del proprio ordine sociale.
Dentro questo quadro, il fermo di prevenzione e l’inasprimento delle norme sulle manifestazioni sono il cuore simbolico dell’operazione. Non si tratta soltanto di poter trattenere qualcuno per ore durante una mobilitazione.
Si tratta di trasformare la piazza in un ambiente a sovranità ridotta, in cui la libertà personale diventa più facilmente comprimibile, in cui la presenza fisica diventa già un fattore di rischio, in cui l’idea stessa di conflitto pubblico viene trattata come un problema di ordine e non come un fatto politico.
È una riscrittura della democrazia dal basso: non abolita, ma strozzata. Non vietata, ma resa più difficile, più costosa, più vulnerabile alla discrezionalità.
Le zone rosse, l’estensione dei controlli, la costruzione mediatica delle “aree a rischio” funzionano allo stesso modo: non producono sicurezza, producono selezione. Stabilendo che esistono luoghi in cui alcuni corpi sono più controllabili di altri, alcuni volti più fermabili di altri, alcune presenze più sospette di altre.
È la città che viene spezzata in due: da una parte il cittadino pieno, dall’altra la “presenza” da monitorare. È la stessa logica con cui si costruiscono nuove classi pericolose, esattamente come nei momenti peggiori della modernità europea: giovani periferici, migranti, poveri, figure sociali trattate non come cittadini ma come presenze da disciplinare.
Ma la misura più rivelatrice, quella che svela la direzione complessiva, è lo scudo penale. Perché lo scudo non è una norma tecnica: è una dichiarazione di principio. È l’idea che chi esercita violenza “in nome dell’ordine” debba avere un canale privilegiato, un trattamento accelerato, una presunzione di legittimità.
È il tentativo di costruire un’immunità culturale prima ancora che giuridica. E questo, in un Paese in cui gli abusi delle forze dell’ordine sono un tema rimosso o minimizzato per ragioni politiche, significa una cosa sola: il governo non sta cercando di prevenire gli eccessi, sta cercando di renderli più gestibili, più coperti, più normalizzati.
È qui che la partita si sposta in modo decisivo sulle carceri. Perché se nelle piazze la repressione serve a prevenire le lotte, nelle galere serve a costruire un modello di società. Nelle carceri italiane lo scudo penale diventa un moltiplicatore di impunità e un incentivo alla violenza.
È il tassello che può rendere ancora più praticabile un’idea già teorizzata e già applicata: innalzare il livello di durezza nei confronti dei detenuti come strumento di governo degli istituti. Comprimere gli spazi, abolire o ridurre le attività formative e ricreative, rendere più opaco ciò che accade dentro, sostituire alla pena come percorso un’idea di pena come intimidazione sociale.
Il nuovo corso, sotto la bandiera della sicurezza, non mira a rendere il carcere più giusto o più umano: mira a renderlo più punitivo. Galere che devono fare paura. Ai criminali, certo. Ma anche — e soprattutto — a chi non intende rinunciare a lottare.
E nelle nuove misure del governo sull’ordine pubblico non poteva mancare il carcere come dispositivo centrale, regno politico e ideologico del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, da mesi impegnato a trasformare l’amministrazione penitenziaria in un avamposto disciplinare più che in un’istituzione pubblica soggetta a regole e controlli.
Nel decreto voluto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo le violenze di Torino, è passato quasi inosservato un articolo che rischia di contribuire al caos nelle celle, già oggi al limite della tenuta.
Il sistema carcerario italiano è in difficoltà da anni: sovraffollamento, suicidi, organici insufficienti, strutture fatiscenti, conflitti quotidiani. Ma le disposizioni volute dalle destre e le scelte di una parte della dirigenza stanno spingendo gli istituti verso il collasso. E proprio nel momento in cui servirebbero trasparenza, garanzie e riduzione della violenza, il governo fa l’opposto: alza l’asticella della segretezza e allarga l’area dell’impunità.
L’articolo 16, ribattezzato «operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari», introduce infatti un punto politico enorme: estende anche alla polizia penitenziaria, e in particolare agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del corpo, il perimetro della non punibilità connesso alle attività operative.
Tradotto: dentro le carceri, dove già oggi regnano opacità e abuso di potere, si costruisce un ulteriore spazio di eccezione, un’area grigia in cui l’azione degli apparati può diventare più difficile da controllare, più difficile da contestare, più difficile da portare alla luce.
È una scelta che rischia di essere esplosiva. Perché arriva in un contesto in cui le aggressioni e i conflitti sono quotidiani, ma in cui esistono anche casi gravissimi di tortura e violenze contro e tra i detenuti. E arriva mentre sono ancora in corso processi delicatissimi come quello di Santa Maria Capua Vetere, che ha mostrato all’Italia cosa può accadere quando un istituto penitenziario diventa un luogo sottratto alla legalità ordinaria.
Un dibattimento che pesa come un macigno sul corpo e sulla sua catena di comando. E non è un dettaglio che, dentro questo quadro, uno dei nomi più discussi — Antonio Fullone — sia stato voluto da Delmastro come capo della formazione dell’intero corpo. Un segnale politico preciso: non una discontinuità rispetto agli abusi, ma una normalizzazione.
Il carcere, nella visione di questo governo, non è un problema da risolvere. È uno strumento da usare. La sua “sicurezza” non coincide con la tutela di chi ci lavora e di chi ci è rinchiuso, ma con la possibilità di esercitare controllo e disciplina senza intralci, senza testimoni, senza conseguenze.
Ecco perché questo articolo è perfettamente coerente con il resto del pacchetto: da una parte più reati e più pene per governare la marginalità e prevenire il conflitto sociale; dall’altra più protezione, più copertura e più immunità per gli apparati. È la stessa logica che si applica nelle piazze, solo più chiusa, più buia, più totale.
Perché il carcere, in questa visione, non è più un’istituzione del diritto. È un dispositivo politico. E quando la pena diventa paura, il messaggio si allarga: non riguarda più chi ha commesso un reato, riguarda chiunque possa diventare un problema. È l’idea della deterrenza generalizzata, della punizione come pedagogia sociale. Un modello che non si limita ai detenuti, ma si riverbera sulle piazze, sui cortei, sulle occupazioni, sulle vertenze.
E mentre lo Stato mostra i muscoli contro il dissenso, resta morbido — quando non complice — contro l’illegalità economica e contro i poteri forti. È qui che l’ipocrisia diventa struttura. Perché la sicurezza, quella vera, non è soltanto la paura della rapina o della rissa in stazione.
La sicurezza è anche lavoro regolare, salari dignitosi, case accessibili, sanità funzionante, scuola pubblica. E soprattutto la sicurezza è un Paese che combatte seriamente mafie, corruzione, evasione fiscale, predazione economica. Ma su questo terreno lo Stato italiano, da decenni, è ambiguo, intermittente, spesso inefficace. E non per incapacità: per scelta politica.
La verità è che in Italia esiste da tempo un blocco sociale che vive di illegalità economica, di zone grigie, di evasione trasformata in cultura, di impunità come diritto non scritto. Dai tempi di Berlusconi fino a oggi questo blocco non è scomparso: si è strutturato, si è ampliato, è diventato un pezzo stabile dell’elettorato e del potere.
Ed è qui che la repressione diventa anche un diversivo: colpire in basso, disciplinare in basso, militarizzare in basso, mentre in alto si costruiscono condizioni favorevoli alla continuità degli interessi dominanti.
In questo senso, il pacchetto-sicurezza non è solo una stretta autoritaria. È un progetto di governo sociale. È l’idea che il conflitto, prima o poi, tornerà a mordere: per la crisi economica, per la precarietà, per la guerra, per l’impoverimento. E allora si prepara il terreno. Si restringono gli spazi. Si colpiscono i luoghi di aggregazione. Si rende più difficile scioperare, più rischioso manifestare, più pericoloso organizzarsi. Si costruisce un perimetro in cui le lotte future possano essere isolate, neutralizzate, criminalizzate.
Non siamo davanti a un decreto. Siamo davanti a una strategia.
E la strategia è chiara: uno Stato che non vuole redistribuire, non vuole garantire diritti, non vuole affrontare le cause profonde della crisi sociale, sceglie la scorciatoia della forza. E quando la forza diventa la lingua principale della politica, la democrazia non viene cancellata in un giorno. Viene svuotata. Resa più stretta. Resa più fragile. Resa più timorosa.
È questo il salto che si sta compiendo: non un ritorno generico all’ordine, ma un ritorno a una logica da Ancien Régime, dove l’ordine coincide con la gerarchia, dove alcuni corpi devono obbedire e altri comandare, dove il dissenso non è un diritto ma un disturbo, e dove la sicurezza non è la protezione dei cittadini ma la protezione del potere.
E quando la priorità diventa il dissenso, non c’è nessuna illusione possibile: la sicurezza che stanno costruendo non è per tutti. È contro qualcuno. E quel qualcuno, oggi, siamo noi.
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