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Decreto sicurezza, una pioggia di multe per bloccare proteste e dissenso

Gli effetti del pacchetto approvato l’11 aprile 2025 arrivano in queste ultime settimane sotto forma di lettere di verbali e denunce alle porte degli attivisti che hanno manifestato per la Palestina lo scorso autunno. Lo scorso aprile il governo Meloni ha approvato il decreto legge che ha introdotto 11 nuove fattispecie di reato e altrettante aggravanti. Tra queste la riformulazione del blocco stradale, tornato a essere reato, con una pena fino a due anni nel caso di manifestazione.

Tenere traccia dei provvedimenti che piovono non è semplice. I primi sono arrivati nei piccoli centri: Massa Carrara, Catania, Brescia, Pisa, Livorno, Ravenna, Taranto. Poi Bologna con oltre 100 denunce e Genova con 80. L’ultima in ordine di tempo è Cagliari, con un’inchiesta che ha portato a 90 denunce.

Sono più di 400 i denunciati con decine di multe in tutta Italia e mancano Roma e Milano all’appello. Mentre a Torino sono almeno 50 le multe e poi ci sono le denunce, che spesso però racchiudono più episodi, anche manifestazioni che non hanno a che fare con Gaza e che la procura vuole inserire nel filo rosso che collega tutto ad Askatasuna.

«Nelle grandi città è probabile che inviino un unico piano indiziario. Il rischio è che con la partenza della nuova Flotilla, ad aprile, si voglia bloccare il ripetersi dell’autunno», spiega Cristina Mazzoccoli, avvocata di Usb. «Siamo più preoccupati per le multe che per le denunce: il penale ha delle garanzie difensive, mentre nel procedimento amministrativo sono ridotte e le modalità di impugnazione limitate. Per studenti e operai è difficile pagare multe che arrivano fino a 5mila euro».

Non tutti sono accusati di aver bloccato la circolazione, alcuni soltanto di essere entrati in stazione da porte non consentite o aver stazionato sulla banchina. Gli avvocati dei sindacati di base sottolineano come in realtà la circolazione ferroviaria non ha risentito in maniera rilevante: «Vogliamo dimostrarlo chiedendo le audizioni, ma per ora nessun soggetto è stato convocato».

Al momento la decisione collettiva è quella di non pagare e capire se oltre al verbale arriverà anche l’ordinanza di ingiunzione, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace. «Le presunzioni di colpevolezza non si basano su dati oggettivi, ma su questioni presupposte su dati di digos e questura: i diretti interessati non vogliono pagare le multe perché non credono di aver fatto nulla, rivendicando il diritto di manifestare», aggiunge Mazzoccoli.

Intanto si moltiplicano le casse di resistenza per raccogliere fondi: «Sono misure restrittive non giustificate da pericolosità». A preoccupare, rispetto all’ultimo pacchetto sicurezza, è la modifica dell’articolo 18 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) sul preavviso di manifestazione alla questura: finora reato, ma sono state poche le condanne, con la depenalizzazione potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per fare in modo che le persone desistano dallo scendere in piazza.

«In pratica parcellizzi il procedimento, le multe e le ordinanze diventano singole, non si possono unire per fare una class action. Quindi se prima potevo improvvisare un presidio magari per un evento, come accaduto per la Flotilla, ora si rischia una multa fino a 12mila euro», spiega l’avvocato Gianluca Vitale.

Per stabilire poi chi sono i promotori, potranno essere utilizzati anche i social e risalire a chi ha diffuso per primo l’incontro. «In quest’ultimo decreto i dubbi di incostituzionalità riguardano la proporzionalità della pena e le sanzioni elevate. Una sponda potrebbe essere ricorrere alla Cedu – spiega Vitale – che lascia via libera alle sanzioni, ma tali che non risultino deterrente al diritto di manifestazione, come pare avvenire in questo caso».

Mentre il fermo preventivo, sempre nell’ultimo decreto sicurezza, che limita le persone nella circolazione, si baserebbe su un sospetto di pericolosità e sulla profilazione, anche solo per il fatto di appartenere a un movimento. «Sono tutti mezzi intimidatori – conclude Vitale – Il fermo per identificazione è già usato come pretesto per tenere in questura le persone per ore ma da noi spesso contestato come sequestro di persona, ora diventa legittimo».

 * da Il manifesto

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