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Dal NO al Referendum… al NO alla guerra!

È di ieri la notizia della tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran. Una buona – quanto precaria – notizia: per chi, soprattutto, vive sotto le bombe di una guerra che non ha voluto; per chi ogni giorno si oppone alla guerra e alle aggressioni militari che stanno portando avanti gli Stati Uniti e Israele; ma anche per chi, come noi, subisce il prezzo della guerra in termini di aumento dei costi dell’energia e di tagli al welfare per sostenere le spese militari.

Ma una notizia che purtroppo lascia il tempo che trova nel clima di incertezza in cui viviamo, in cui “tregua” vuol dire bombardamenti in Libano oppure la continua morte di persone in Palestina per mano di Israele. A fronte di questa incertezza generale però sembra farsi largo sempre più una certezza.

Che la maggioranza della popolazione, nel nostro paese, è contro la guerra e chi la sostiene. Le indagini in questo senso ormai si sprecano, così come le manifestazioni oceaniche degli ultimi mesi contro la guerra, il genocidio in Palestina e i governi che li sostengono continuano a dimostrarlo.

Ma c’è un dato che forse più di altri ci permette di osservare la capillarità di questa opposizione fin nelle nostre borgate ed è il dato relativo ai voti del No al referendum. Un No che come sappiamo non è stato un No tecnico, limitato al quesito del referendum sulla giustizia, ma un No sociale e di sfiducia nei confronti di Giorgia Meloni, del suo governo e di una realtà quotidiana sempre più segnata dalla guerra e dalla precarietà. Un rifiuto netto, affermatosi con oltre 2 milioni di voti di scarto.

Come abbiamo visto si è trattato innanzitutto del No delle donne e delle persone queer – il 55% delle donne ha votato contro – che sempre più sono protagoniste del dissenso contro il governo Meloni e le sue politiche, in quanto maggiormente colpite da una società diseguale e priva di tutele. Ma è stato anche il No delle borgate, delle periferie, del Sud Italia, dei territori dove il governo continua a tagliare sui servizi, senza alcuna reale considerazione per chi ci vive.

E questo ce lo raccontano anche i dati della metropoli dove viviamo: a Roma il No ha vinto in tutti i municipi (tranne il XV), con oltre il 60% in diverse aree popolari, tra cui le nostre borgate dove ogni giorno chiediamo più servizi e tutele. A Primavalle in alcune sezioni quasi il 70% delle persone votanti ha votato No e in tutto il quartiere non c’è una singola sezione dove ha prevalso il voto per il Sì.

Lo stesso possiamo dire di Magliana dove non c’è una sola sezione dove il No sia sceso sotto il 54%. In alcune zone di Pietralata il No ha raggiunto il 71,7% dei voti, a Ponte Mammolo fino all’80%. Così come al VI Municipio a Torre Angela, Torre Maura e Tor Bella Monaca le abitanti e gli abitanti hanno detto uno schietto No al governo che parla tanto di sicurezza, ma che non sa dare risposte ai tanti problemi che viviamo sui territori.

Un risultato incontrovertibile che ci dice come si posizionano le borgate e i quartieri popolari romani. Il tutto con un’affluenza alle urne senza precedenti negli ultimi anni che, per quanto variabile, si è mossa tra il 50% e il 70% degli aventi diritto al voto. È quindi evidente che questo è stato il No che nasce dal peggioramento concreto delle condizioni materiali di vita nei contesti non privilegiati, fra disoccupazione, lavoro povero, assenza di tutele e servizi e aumento dei prezzi, della benzina, delle bollette.

E che il No che ha vinto è anche il No di chi non è andato a votare per anni, perché tradito e deluso dalla politica. Di chi negli anni ha visto smantellare le tutele delle donne e delle persone queer, anche sotto governi che quei diritti avrebbe dovuto, almeno “sulla carta” difenderli e che oggi rivendica vuotamente il risultato del referendum.

Così come è il No di tante persone che nonostante guardino alla destra o al centrodestra – anche come risposta a quel centrosinistra che non ha fatto nulla per loro – hanno visto tradite le proprie aspettative anche da questo governo, quello della “prima donna premier”.

Oggi, davanti a questa tregua – che non sappiamo se e quanto durerà – e a chi continua a soffiare venti di guerra non possiamo che pensare che questo No vada compreso, discusso, rafforzato e “praticato” su un orizzonte più ampio, con chi ha dimostrato di volersi opporre allo stato di cose presenti. E che possiamo e dobbiamo farlo proprio a partire dai nostri quartieri che hanno votato convintamente No, dai nostri posti di lavoro, dalle nostre scuole e università.

Stiamo già facendo i conti con i risultati delle loro guerre, dell’appoggio a inaccettabili attacchi militari, della militarizzazione della società e del riarmo: il costo dell’energia e del carburante sale costantemente, anzi ormai nell’Unione Europea si parla di razionamento e di “lockdown energetico” e questo vorrà dire un aumento esponenziale dei prezzi anche dei beni di prima necessità, in un paese dove già il potere d’acquisto delle famiglie è bassissimo.

Una situazione che non potrà che peggiorare la condizione di definanziamento e lo smantellamento della sanità pubblica, dei servizi di prevenzione alla violenza di genere, del diritto all’abitare per tutte e tutti, della scuola, dell’università, di spazi culturali e sociali. Di fronte a questo clima di guerra, dobbiamo quindi essere pronte ad affrontare una situazione che potrebbe ricadere sempre più sulle nostre spalle.

E dobbiamo quindi lavorare ogni giorno per trasformare quel No al referendum in un No più complessivo, nel No delle donne e delle libere soggettività delle borgate che rifiutano la guerra e le sue conseguenze.

Il No di madri, figlie, sorelle, donne e persone queer che non vogliono arruolarsi e non accettano che nessun altro debba arruolarsi in guerre non volute, tramite nuovi scenari di ritorno alla leva militare obbligatoria. Il No di chi rifiuta che le risorse vengano sottratte ai servizi e alle tutele essenziali per finanziare il riarmo. Il No di chi non si lascia più prendere in giro ma che crede che un’alternativa sia possibile

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