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La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità”

(Seconda parte). In un momento in cui, prima e dopo la vicenda della Banda Uno Bianca, la gestione dell’ordine pubblico ha assunto alcuni connotati che mutatis mutandis ritroviamo ancora oggi, invitiamo caldamente alla lettura di una testimonianza importante pubblicata più di una decina di anni fa su Carmilla: https://www.carmillaonline.com/2013/10/11/ritratto-vicequestore-parte-seconda/

Chi ha vissuto da attivista quegli anni ben ricorda fatti e fattacci di chi si trovava nei ruoli apicali di Bologna “rossa di vergogna”, come cantavano in Stop al Panico gli Isola Rossa Posse All Stars.

Tornando a quelli che sono i tre avvenimenti di cronaca strettamente collegati alla vicenda della Banda della Uno bianca, e ad un possibile “nuovo” filone collegato anche se non direttamente a quelle vicende, riteniamo che questo filone risulti essere intrecciato al fatto che i neo-fascisti agirono fino agli anni Novanta probabilmente come killers di una parte del blocco di potere.

Il primo è l’arresto a metà febbraio di Corrado Pizzoli, un 85enne arrestato a Bologna qualche giorno dopo la scoperta di un arsenale a casa sua. Centinaia di armi, munizioni, persino tritolo. Pizzoli è l’uomo che ha rilevato l’armeria di via Volturno nel 1992, qualche mese dopo l’omicidio, per mano della banda della Uno bianca, della titolare Licia Ansaloni e dell’uomo che lavorava con lei. Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Il sospetto è che fosse proprio lui, il vero obiettivo. https://www.rainews.it/tgr/emiliaromagna/articoli/2026/02/centinaia-di-armi-sequestrate-e-lintreccio-con-la-banda-della-uno-bianca-f262b254-7663-44dd-b82b-bf59c4962101.html

Nessuno sembra che si sia mai sentito in dovere di monitorare questa figura che aveva nel suo appartamento di San Donato una Santa Barbara di armi detenute illegalmente non si sa a quali fini e che per “pochi spiccioli” aveva acquistato una lucrosa attività commerciale.

Il secondo è la fine del “lungo silenzio” di Roberto Savi con l’intervista di Francesca Fagnani per Belve Crime ad inizio maggio https://www.raiplay.it/video/2026/05/Roberto-Savi—Belve-Crime-05052026-bdad050c-e697-4161-88e4-958b3f54edd8.html .

È stata annunciata inoltre un’altra intervista, oltre a quella del 5 maggio scorso, per il 24 maggio a Rete 4 sempre ad uno dei fratelli Savi

Le cose più rilevanti di quell’intervista, al netto dei dubbi sulle finalità delle dichiarazioni e sulla loro complessiva attendibilità, sarebbero legate alla presunta finalità dell’azione sotto copertura per una parte dei servizi segreti dell’epoca, ai fondi di cui disponevano e alla rete protettiva con ramificazioni all’estero.

Ragione per cui – sia detto per inciso – non sarebbe peregrino pensare a quelle strutture parallele di cui disponeva la NATO in tutta l’Europa Occidentale e a quella “galassia” nera che sarà corresponsabile dell’operazione Blue Moon, come magistralmente spiegato nel documentario “Operazione Blue Moon – Eroina di stato” diretto da Peter D’Angelo e Manuela Virdis, e delle uccisioni extra-giudiziarie come nel caso dei militanti indipendentisti baschi da parte dei GAL.sa natura.

Illazioni? Aspettiamo che qualcuno ci smentisca.

É inquietante che quell’intervista fatta nel carcere di Bollate in cui è detenuto Savi sia avvenuta dopo il “suicidio” di Pietro Gugliotta, un altro membro della Banda dell’Uno bianca nella casa di un paesino di Pordenone dove abitava dopo avere scontato la propria pena. Anche lui ex-poliziotto definito “gregario” dai giornalisti, si sarebbe tolto la vita a gennaio ma il fatto è stato reso noto solo sabato 9 maggio, 4 giorni dopo l’intervista a Savi ma ben quattro mesi dopo il fatto.

Ricordiamo che sarebbe il secondo “suicidio”, quanto meno sospetto, nelle vicende che potrebbero essere collegate all’Uno Bianca, dopo quello di Claudio Bravi che prestava servizio in Questura a Bologna, trovato morto nella sua auto il 29 marzo del 1989.

Così riporta Nicoletta Tempera su Il Resto del Carlino in un’articolo di alcuni giorni fa che ricorda quella morte sospetta: “una vicenda archiviata come suicidio, malgrado i dubbi sollevati subito dai familiari dell’agente” e con i particolari che stridono con la versione ufficiale, oltre a quelli su cui distrattamente non si seppe o non si volle indagare.

Sia detto per “dovere di cronaca” che Alberto Savi, il più giovane dei fratelli che facevano parte della Banda, è in semi-libertà a Padova dove sconta l’ergastolo e lavora presso gli uffici di una cooperativa All’Opera per poi rientrare in carcere dei Due Palazzi.

L’altro fratello, Fabio Savi, quello a cui Roberto non parla perché lo accusa di avere spifferato tutto alla sua amante, detenuto nello stesso carcere è quello che pronunciò la celebre frase: “Dietro la Uno bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraurti” che di fatto è diventata l’interpretazione ufficiale.

Un’affermazione tipica di chi conosce bene gli ambienti dove vige la regola del ricatto e del silenzio, ed è meglio portarsi i segreti nella tomba piuttosto che scavarsela da solo.

In ultimo, il filone riaperto dalle inchieste di Report – contro cui si è scagliato l’attuale esecutivo – sul possibile coinvolgimento di neo-fascisti di spicco nelle vicende degli attentati “mafiosi” dei primi anni Novanta di cui si è occupato anche recentemente Il Fatto Quotidiano con l’articolo di Giuseppe Pipitone il quale riprende le parole del magistrato Vittorio Teresi: “Paolo si interessò al pentito della pista nera” .

Per chiarezza, Vittorio Teresi è l’ex Pm che indagava sui “mandanti occulti” delle stragi, su cui l’avvocato di Salvatore Borsellino – fratello del celebre magistrato Paolo – ha depositato un vecchio verbale, mentre il “pentito” in questione è Alberto Lo Cicero.

Ci auguriamo che le nuove indagini aperte rispetto alla Banda della Uno Bianca e sulle stragi di mafia si trasformino in nuovi processi tesi a fare luce ulteriormente sui buchi e le storture evidenti a cui la verità giudiziaria è fino ad ora giunta.

Però come Redazione pensiamo che sia un “dovere civico e politico” essere strumento di promozione di momenti pubblici che facciano emergere – non solo tra “gli addetti ai lavori” – il groviglio di questioni che la Banda dell’Uno Bianca solleva e che si vada molto oltre le poche parole di circostanza – o veri e propri silenzi – fin qui sentite dalle istituzioni politiche a tutti i livelli.

Vogliamo, per quanto sia possibile, “collegare i puntini” di quello che già dopo la Liberazione è stato definito Il latte nero del terrore dispensato alle classi subalterne in chiave smaccatamente reazionaria.

A questa necessità di “verità e giustizia” cercheremo di contribuire al meglio nelle prossime settimane, facendoci co-promotori di momenti pubblici di approfondimento e di denuncia politica su quello che pensiamo essere un episodio della lunga strategia della tensione che ha coinvolto trame nere, gruppi neofascisti, settori di carabinieri e polizia, la parte più filo-atlantica dei servizi segreti, ed una parte non irrilevante della borghesia italiana, la quale – come noto – ha finanziato le stragi e ordito piani golpisti, sognando una soluzione “greca” o “cilena” nei confronti del movimento operaio e democratico e facendo una guerra spietata al movimento rivoluzionario.

Pesa come un macigno, però, la responsabilità diretta di quelle forze politiche della sinistra, ed i corpi intermedi ad esse collegate, che – a differenza della strage del 2 agosto 1980 – non ha fatto delle vicende legate alla Banda della Uno bianca una battaglia politica, affinché la verità emergesse in tutta la sua tragica chiarezza e venisse in parte ricucita una ferita che come stiamo vedendo ancora sanguina.

Forse perché, come scriveva Pasolini a metà degli anni Settanta: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

Per parte nostra continueremo a cercare di coniugarli con le nostre modeste forze, aperti a chiunque avverta la stessa necessità.

Vedi la prima parte: La banda della Uno bianca/1. E’ l’ora della verità

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