Il nervosismo dei consumatori è arrivato fino al cielo, pare. E sarà un caso, una coincidenza fortuita, l’Eni – società petrolifera tuttora controllata dallo Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti (30,92%) e il Ministero dell’economia (2,17%) – ha deciso di fissare un prezzo massimo ai carburanti per 30 giorni a partire da lunedì prossimo.
Non che sia un prezzo basso – 1,99 euro per la benzina, 2,19 per il diesel – ma comunque un po’ meno di quello che si vede in giro in questi giorni; e vale anche sulla rete autostradale, dove ormai l’arbitrio è la regola.
Due cose vanno notate subito. La prima è che proprio in questi giorni va montando la protesta organizzata da Usb in tutta Italia, con una prima azione dimostrativa fuori i cancelli della raffineria dell’Eni a Livorno e un folto presidio sotto la sede dell’”azionista di riferimento”, ossia il ministero dell’economia. Il tutto in vista dello sciopero internazionale dei porti fissato per il 30 ottobre.
La seconda è che la dimensione del taglio sui prezzi coincide “fortuitamente” con lo sconto sulle accise che il governo sta cancellando. A pensar male si fa peccato, diceva Lucifero-Andreotti, ma…
Bussare alle porte giuste, insomma, è sempre utile. Anche quando gli “inquilini” giurano poi di agire autonomamente, senza ascoltare la pressione che viene dal basso…
E infatti Palazzo Chigi ha ringraziato la società “per l’importante iniziativa“, definita “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane“.
La società – ripetiamo: controllata dallo Stato con una golden share rilevante – giura di averlo fatto per pura bontà patriottica: Eni “intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela“.
Altrettanto casualmente il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso – reso ormai immortale da Crozza – e quello contro l’ambiente, Pichetto Fratin, hanno convocato per la settimana prossima le società attive nella raffinazione del petrolio. Non è difficile immaginare che sarà rivolta loro la preghiera di seguire l’esempio “virtuoso” dell’Eni, che peraltro funzionerà comunque secondo la logica della concorrenza (a meno di non far creare file enormi ai distributori “più economici” e vedere le proprie stazioni di rifornimento semi-deserte).
Come si sa, il consumo di carburanti per il trasporto è sostanzialmente anelastico, quasi impossibile da ridurre se non per gli utilizzi “ricreativi”. Autotrasportatori e lavoratori, infatti, non hanno possibilità di ridurre significativamente il chilometraggio quotidiano e quindi devono subire gli aumenti; che nel primo caso si trasmettono poi alle merci trasportate e quindi sul tasso di inflazione, nel secondo svuotano le tasche costringendo a dolorose rinunce.
La mossa dell’Eni, comunque, segnala che il margine di profitto delle compagnie petrolifere è molto alto e che la riduzione di prezzo di una decina di centesimi – una volta detratte le accise e l’Iva – non comporta particolari “sacrifici”.
Ma se è così allora la pressione politica dal basso va aumentata, non ridotta. Proprio perché “funziona”.
La pratica abituale di questo governo nei confronti delle imprese che aumentavano i prezzi, infatti, è stata fin qui sempre la stessa: detassazione, decontribuzione, incentivi. Tutte soluzioni che comportano immediatamente la riduzione delle entrate dello Stato e quindi – visti i vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei e dalla “procedura di infrazione per deficit eccessivo” – il taglio di servizi essenziali (sanità, scuola, pensioni, trasporti pubblici, ecc).
Riuscire a imporre un “auto-contenimento” dell’avidità imprenditoriale diventa invece una soluzione che tocca finalmente – anche se ancora limitatamente – i veri beneficiari dell’aumento dei prezzi.
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